L’insostenibile presenza dell’altro

La presenza dell’altro è di troppo e infastidisce, lo possiamo notare in diverse circostanze. Fare finta che non esista o incazzarsi per cose a caso sono due facce della stessa medaglia, quella che vede l’altro come un usurpatore di spazio e tempo.

La presenza dell’altro dà fastidio, l’altro è di troppo e dovrebbe sparire. L’espressione di questo atteggiamento percorre due vie opposte ma convergenti alla meta.
Da un lato abbiamo i finti non percipienti, coloro per cui l’altro non esiste. Per questi soggetti è come se l’altro non riempisse il proprio spazio ed il proprio tempo, d’altronde tempo e spazio condivisi non vengono contemplati. Quando incrociano l’altro che cammina sullo stesso marciapiede ma in direzione opposta di marcia continuano come se nulla fosse, non lasciano spazio per farlo passare bensì danno per scontato che l’altro si scansi al costo di scontrarsi. Non so se siano sicuri del fatto che l’altro si scanserà di certo o se abbiano in testa una servitù di passo dell’altro che, per ragioni costruite su una loro presunta superiorità qualunque, lo obbliga a spostarsi. Non sto parlando dei distratti da telefonino, quelli appartengono ad una categoria diversa se vogliamo più simpatica, parlo di coloro che vedono l’altro, o almeno puntano lo sguardo sul di lui, ma fanno come se non lo vedessero. Sono gli stessi che in una fila passano davanti all’altro come se la fila l’avessero comprata, forse perché anche in questo caso riconoscono una servitù dell’altro, servitù di fila. Che poi è lo stesso atteggiamento di chi in autostrada rimane nella corsia di mezzo perché desidera viaggiare tranquillo e creare difficoltà all’altro non lo preoccupa minimamente; o di chi in auto non si premura di mettere la freccia, che gliene frega di far conoscere le proprie intenzioni all’altro? Tanto l’altro non esiste.
Dall’altro lato abbiamo i percipienti fastidio, coloro che sono innervositi dall’altro. Questi altri soggetti si innervosiscono se si ritrovano in un posto affollato e quasi cercando il contatto fisico si fanno strada, come se fossero gli unici detentori del luogo che occupano e gli altri siano di troppo. Sono gli stessi che suonano ogni due per tre quando si trovano alla guida, perché è inconcepibile che l’altro stia loro tra i piedi e non si comporti come vorrebbero. Sono gli stessi che si infastidiscono per i comportamenti tenuti dall’altro che ha il maledetto vizio di non eseguire i loro ordini mentali. La presenza dell’altro è già di per sé di troppo, scovarne il motivo è un esercizio di puro stile: iniziano a rompersi i coglioni, prima o poi avranno un’illuminazione sul perché.

Per una ragione o per l’altra l’altro è di troppo, tranne naturalmente quelli che fanno parte della propria cerchia. Quelli della propria cerchia possono comportarsi come desiderano ed occupare i luoghi che vogliono. Coloro che appartengono alla propria tribù hanno gli stessi diritti, forse non proprio gli stessi ma quelli di fidi vassalli (perché formano una tribù evolutasi in gerarchie medievali).
Perché si comportano così? E che ne so, mi limito ad osservare e a stupirmi di quanto la presenza altrui abbia poco rilievo e quel poco pure sofferto. Ma poi penso a quanto poco contino anche quella di chi appartiene alla propria tribù, i cui membri sono i benvenuti finché non pretendono troppa attenzione, perché in quel caso sono di troppo anch’essi. I membri della tribù sono ben accetti a patto che non impegnino, se reclamassero troppa attenzione sarebbe come doverli portare in giro alle sei del mattino per farli cagare e poi raccoglierne la merda. L’altro appartenente alla tribù ha gradi molto precari, conquistati più o meno facilmente ma con lo status di un posto di lavoro: in bilico a causa di interessi altrui. Quindi, se all’interno della tribù la situazione è questa, figuriamoci se l’altro che sta fuori dalla cerchia ha diritto di esistere all’interno di una vita.

Ora scusate ma devo chiudere perché devo tagliare la strada e corcare di mazzate questo davanti che mi sta cagando il cazzo da più di dieci secondi.

Su Giuseppe Ponissa

Aga la maga; racchetta come bacchetta magica a magheggiare armonie irriverenti; manina delicata e nobile; sontuose invenzioni su letto di intelligenza tattica; volée amabilmente retrò; tessitrice ipnotica; smorzate naturali come carezze; sofferenza sui teloni; luogo della mente; ninfa incerottata; fantasia di ricami; lettera scritta a mano; ultima sigaretta della serata.

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