Muzz, la recensione di Knuckleduster 

Muzz, la recensione di Knuckleduster 

Si chiamano Muzz e il nome sta per un terzetto davvero interessante della scena musicale newyorkese che ha appena dato alla luce un splendido Ep dal titolo Knuckleduster. I tre componenti sono ben noti a dir il vero per i loro core-business, ovvero gli Interpol per il cantante e chitarrista Paul Banks, Fleet Foxes per il batterista Matt Barrick e migliaia di produzioni firmate per il poli strumentista Josh Kaufman già collaboratore fra gli altri dei The National

Paul Banks e John Kaufman pare siano amici dal liceo e che si siano trasferiti a New York insieme molti anni fa, perseguendo però strade artistiche differenti. Questo giustificherebbe una certa aria di famiglia che si respira nel materiale promozionale dei Muzz. Immagine che si giustifica anche nell’approccio musicale del trio: poca forma, molto sentimento. Si potrebbe aprire un dibattito su come a volte una band, un cantautore, si sentano costretti da ciò che hanno fatto prima. Per rinnovarsi devono cambiare nome, cambiare identità. Sarebbe bello e giusto aprire questo dibattito, ma per ora lo accenniamo e basta rimandandolo alle vostre birrette future in riva al mare.

Tornando ai Muzz pare che tutto sia nato almeno cinque anni fa da un incontro causale fra Paul Banks e John Kaufman, quest’ultimo ricordiamolo molto noto nella scena americana, non solo newyorkese quindi, grazie alle collaborazioni con band e cantautori che abbracciano uno spettro molto ampio di generi: dal folk al rock cupo. E proprio nel carattere di John Kaufman che probabilmente bisogna ricercare per trovare il senso di questo piccolo capolavoro uscito in forma di Ep.

Se da un lato infatti la voce calda e sensuale ma mai forzata (a differenza di molti suoi colleghi sospironi) di Paul Banks spicca per emotività e melodia, una grossa mano nell’allargamento dei confini musicali del bel biondo proviene proprio a mio sindacabile giudizio da Kaufman.

Intendiamoci: gli Interpol sono una band che amo tantissimo, ma ascoltando questo EP, si capisce bene che i Muzz non sono una band clone in cui Banks fa le cose che gli sono proibite nella sua band, bensì esplora altri mondi musicali, altri ispirazioni.

Così il primo singolo prodotto dal trio, che pare sia al lavoro da questo progetto da almeno cinque anni, “Broken Tambourine” si apre come un piccolo scrigno all’ascoltatore: prima un piano leggero, poi i tamburi infine un testo sussurrato con dolcezza. Difficile inquadrare precisamente questo tipo di suono, da un lato viene in mente la scena legata al new folk, dall’altra il rock più acustico degli anni novanta.

Knuckleduster, canzone che dà il titolo a questa prima raccolta, se possibile apre ancora gli orizzonti sonori. Qui i tamburi ritmici a seguire la chitarra prima arpeggiata e poi aperta in accordo rimandano ad un rock più europeo alla Lanterns on The Lake. Red western sky è proprio emozionante, e si sente il divertimento nell’eseguirla. 

Bad feeling invece si apre come un racconto esistenziale, dolce e per certi versi soul. Non parte la canzone, rimane sospesa tre le nuvole con un intervento di clarinetto davvero emozionante.

Si sente la voglia di uscire dal mondo preordinato del rock e di aprirsi alle contaminazioni e  alle suggestioni provenienti da altri mondi. La Matador, nobile etichetta che rimarrà sempre nei nostri cuori, non fa sapere niente sul futuro di questo trio, né tour né disco finito, perciò bisognerà aspettare e capire quale direzione prenderà questo progetto. 

Intanto a noi non rimane che goderci uno splendido lavoro come non se ne ascoltavano da molto tempo. Tutta emozione e fantasia.

Su Piggy the pig

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Nasce negli anni 80 con ancora l'eco delle chiamate londinesi. Quando ci arriva a Londra è scoppiato il Brit-pop, intanto le urla del grunge scendono sotto pelle. Ama il vino rosse e le birre rosse, ascolta musica per non piangere ma a volte gli fa l'effetto contrario.

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