Atlante delle case maledette di Francesco Bianconi

Atlante delle case maledette di Francesco Bianconi, arricchito dalle suggestive illustrazioni di Paolo Bacilieri, offre un viaggio attraverso le dimore che hanno plasmato l’identità del protagonista, Dimitri.

Ogni casa, una tappa

In “Atlante delle case maledette”, Francesco Bianconi ci guida attraverso un’esplorazione delle case e dei fantasmi (da qui, il “maledette” del titolo) che hanno segnato la sua vita e il suo io più profondo. Il protagonista, Dimitri (alter ego letterario di Bianconi), rivive le sue esperienze nelle varie case che ha abitato, dalla provincia alla grande città. Questo viaggio non è solo un’esplorazione geografica (dalla provincia alla grande città), ma anche emotiva e psicologica, poiché ogni casa rivela pezzi della sua identità e del suo passato. Attraverso il ricordo e le descrizioni dettagliate delle diverse case (ognuna protagonista di una scheda), Bianconi esplora temi come la nostalgia, il cambiamento e la crescita personale, ma regala anche alcune chiavi di lettura della sua poetica, quella che per intenderci viene riversata sulla produzione del suo progetto più grande, i Baustelle.  Ogni dimora descritta nel libro diventa una sorta di specchio dell’anima del protagonista che riflette le sue esperienze, i suoi desideri e le sue paure.
Essendo questo libro scritto da un artista che, inevitabilmente, si definisce innanzitutto come frontman di un gruppo – cito Wikipedia – indie rock italiano, è facile immaginare una sorta di autobiografia con i nomi cambiati. Bianconi gioca molto su questa ambiguità, a partire dalla professione del protagonista, Dimitri, scrittore. Questa scelta, volutamente o meno, richiama la solita contrapposizione tra musica e letteratura, come se esistesse una netta distinzione tra queste due forme d’arte. Per dare il giusto tono ora bisognerebbe citare Dylan e il recente Nobel, anche se, a dire il vero, ogni volta che penso a musica e letteratura, mi viene sempre in mente “La corazzata Potëmkin” di Roberto Vecchioni.

Lo stile di Bianconi

Il percorso dell’Atlante, ben introdotto dalla copertina disegnata da Bacilieri, è un viaggio attraverso le fasi della crescita psicologica di Dimitri/Bianconi. Si percepisce il dolore di un passato che non tornerà e, soprattutto, la consapevolezza di un futuro che, in termini di tempo disponibile, si sta riducendo sempre di più. C’è, senza dubbio, molta autobiografia, ma anche un notevole lavoro di filtro. Si vede netta la capacità di uno scrittore (ormai sulla cinquantina) che sa prendere i propri ricordi, masticarli e universalizzarli, per trasformarli, infine, in letteratura.

Passiamo ora allo stile di Bianconi, compositore di professione ma, prima di tutto, fine narratore. Nell’Atlante emergono molte sfaccettature della sua poetica: principalmente introspettiva, a tratti dark, senza dubbio colta e, a volte, non accessibile a tutti. E non mi riferisco a concetti di snobismo o élite, ma a quel semplice sforzo in più richiesto dalle cose belle ma davvero belle per essere comprese. Riconosco in questo libro quel bel paradosso che caratterizza le canzoni dei Baustelle: insieme pop e intellettuali, capaci di attrarre le masse con un ritornello potente e, al contempo, di stupire chi ama la musica non solo per ascoltarla, ma anche per leggerla. Personalmente, giusto per fare dei riferimenti, dentro l’Atlante ci vedo tanto Fantasma anche se il disco precede il libro di diversi anni (Ho guardato la casa che una volta abitai, perché quando te ne vai, è davvero come se capissi per la prima volta l’uomo che sarai, pare un rigore a porta vuota, in effetti).

Come chiudere male una recensione

Vorrei soffermarmi -e poi la chiudo lì, perché sennò mi tocca darmi della groupie da solo- su un altro aspetto dello stile di Bianconi, forse meno evidente ma a mio parere tra i più interessanti. Parlo della presenza, a volte sottotraccia, a volte più marcata, di una vena ironica leggera, mai sguaiata, elegantemente distribuita tra le pagine. Ironia che mischiandosi a tematiche dense come il dolore, la paura della morte, il tempo che non tornerà, la decadenza e quel vuoto a perdere che in definitiva è la vita, riesce, giocando di sponda, a regalare al testo una tridimensionalità rara. Anche in questo Bianconi utilizza l’elemento leggero con la sapienza tipica di chi ne conosce a fondo tutte le sfaccettature, le gradazioni possibili.

E a proposito di gradazioni, ecco un’immagine che potrebbe far rabbrividire il 70% degli amanti dei Baustelle: non credo di sbagliarmi molto se immagino un Bianconi capace di citare a memoria sia l’invettiva comica sulla psicoanalisi che Svevo mette in bocca a Zeno nell’ultimo capitolo della Coscienza, sia, la butto lì, il monologo iniziale di Taddeus/Celentano in Grand Hotel Excelsior.

A parte i miei feticismi, che lasciano il tempo che trovano (ma neanche poi tanto), nel leggere questa terza fatica letteraria io ho visto uno scrittore che sa misurare le parole con la stessa precisione con cui calibra i suoi movimenti sul palco, Bianconi conferma una volta di più di saper giocare con le parole in maniera deliziosa anche (o forse soprattutto) quando il campo da gioco cambia e passa da intro-strofa-ritornello alle pagine di un libro.

Autore: Francesco Bianconi
Illustratore: Paolo Bacilieri
Editore: Rizzoli Lizard
Anno edizione:2021
In commercio dal: 11 maggio 2021
Pagine: 228 p., ill. , Brossura
EAN: 9788817155809

Su massimo miliani

Ho il CV più schizofrenico di Jack Torrence, per questo motivo enunciare qui la mia bio potrebbe risultare complicato. Semplificando, per lo Stato e per l'Inpgi, attualmente risulto essere giornalista.

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