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La prima pietra – Pierre Jourde

La prima pietra di Pierre Jourde porta ad uno sbocco molto raro nella letteratura: la vita reale da presupposto si fa conseguenza. E le conseguenze coinvolgono in prima persona l’autore che, da cantore sublime, diviene nemico giurato proprio per la pretenziosità di quel canto che ha svelato al mondo i suoi protagonisti.

La prima pietra di Pierre Jourde

La bellezza non può più essere, sembra, nient’altro che questa cosa edulcorata, pulita e carina che serve a decorare. Chi la riconoscerà la bellezza, in questa figura inquietante e tirannica che avanza verso di voi, coperta di sporco, con il corpo a brandelli, che vi chiede conto, che vuole farvi a pezzi?

Il seguito di Paese perduto (leggi la recensione) porta ad uno sbocco molto raro nella letteratura: la vita reale da presupposto si fa conseguenza. E le conseguenze coinvolgono in prima persona l’autore che, da cantore sublime, diviene nemico giurato proprio per la pretenziosità di quel canto che ha svelato al mondo i suoi protagonisti. Il risultato di tutto questo è un nuovo libro, un’ulteriore stratificazione di letteratura e di realtà, sempre vergata dalla penna raffinata di Jourde, perché cronaca e riflessioni assumono valenza letteraria grazie alla prosa ricca e sfaccettata dello scrittore.

Dopo la pubblicazione di Paese perduto, romanzo che raccontava il paese di origine paterna di Jourde, gli abitanti del paese accolgono l’autore con acrimonia, fino a perpetrare una sassaiola contro di lui e la sua famiglia, moglie e tre figli, di cui l’ultimo di appena un anno. La vicenda si conclude in tribunale, per il giubilo della stampa, ma lo scrittore non accetta la chiusura giudiziaria, ciò che è iniziato con la letteratura è sulla pagina che deve trovare aria.

Si tratta di un circuito fortemente ombelicale, in cui l’ego dell’autore non può che farla da padrone e lo stesso Jourde lo ammette senza nascondersi.

[…] sapevano che il libro, quando viene pubblicato, resta l’unico a poter dire «io», e che chi l’ha scritto, nonostante non lo voglia, è l’unico al mondo a essere l’«io» del suo libro, e del mondo del suo libro, e che è anche per questo, nonostante non lo sappia, che l’ha scritto.

Il libro però riesce a tracciare una strada tra i meandri della letteratura, proponendo un misto di cronaca nella prima parte e approfondimenti nella seconda, dove lo stile, che dalla cronaca asciutta fa capolino in alcuni lampi sparsi, imprime una marcia diversa quando si tratta di sviscerare realtà e metaletteratura, facendo dello scritto, lucido nelle sue contraddizioni, un testo denso di valore intrinseco.

Jourde si impersona con la terza persona, un atto di distacco e quasi di accusa a sé stesso, un modo per entrare nella storia dalla parte dei protagonisti, ma anche per concretizzare ciò che è accaduto, il ruolo che lo coinvolge come protagonista e non come creatore. Un tu che in Paese perduto si era fatto io e aveva scoperchiato il distacco insanabile dalla comunità che, in fondo, non lo aveva mai considerato uno di loro, ma che si rifà tu per affermare con forza la sua definitiva appartenenza a quei luoghi, a prescindere dall’io della comunità.

Carne da stereotipo

Questo dovrebbe fornire una garanzia di serietà alla situazione, ma non si può, invece, che sentirsi ridicoli, come dentro una parodia. La fame di informazione trasforma tutto in una parodia, fa di noi delle parodie.

La prima parte del libro è dedicata alla cronaca dei fatti, pur ammettendo il punto di vista dello scrittore cerca le possibili ragioni dei contendenti, e alla deriva giudiziaria e cronachistica della vicenda: c’è modo di ragionare sulla accoglienza ricevuta sui giornali, sulle letture di comodo che tendono a inquadrare le cose in un’interpretazione ricca di pregiudizi e pretesa scandalistica.

L’universo proposto dai media ha un’andatura binaria che divide in modo netto i protagonisti, senza essere in grado di cogliere le sfumature della complessità. Il proprio immaginario inscalfibile conduce le considerazioni, senza lasciare aperte ulteriori porte interpretative, cristallizzando quanto si incontra in una confezione precostituita e comoda, un dono della cronaca alla propria convinzione.

la prima pietra

Questo atteggiamento crea cortocircuiti che non sono in grado di leggere la realtà perché la maneggiano come un dato cieco, un ulteriore approccio a sé stessi, non restituendo giustizia né ai fatti né ai protagonisti. Per esempio, i contadini vengono visti come buoni selvaggi, non in grado di elaborare il mondo in cui vivono, spogli di facoltà interpretative e quindi limitati, abbassandoli ontologicamente ad un rango inferiore.

Conosci bene la recita. Ma, sia chiaro, un contadino incarna il vero, non può essere niente di diverso da se stesso, tutto il suo essere è nella sua apparenza. Il contadino del Cantal sarebbe, come l’indiano dell’Amazzonia o il papuano, questa stessa sostanza ingenua, esotica, appena cosciente di se stessa.

Così come un molle scrittore non può certo menare dei forzuti contadini. Qui Jourde ci mette anche dell’orgoglio contadino nel sottolineare come non venga rilevato che, prima della sassaiola, pur a scopo difensivo, l’unico ad infliggere colpi all’avversario sia stato proprio l’intellettuale cittadino; quasi un richiamo alla sua appartenenza a quelle terre. Resta il fatto che i pregiudizi sull’intellettuale accecano le persone pure sui reali torti subiti dai contadini, torti che non sono vaghi ma ben concreti e incarnati.

In questi meccanismi si inserisce il discorso metaletterario che restituisce alla letteratura la funzione che va al di là della sua finzione.

Ed è a partire da qui che hai cominciato a capire a cosa serva la letteratura: a tentare di opporre, a qualsiasi finzione rudimentale, la complessità del reale.

Gli argomenti sono ancora molti, si tratta di un interessante serie di approfondimenti che partono dal reale per ragionare sulla sua ricezione da parte nostra.

Non aprire quella porta

Ed è questo che volevi fare, per il villaggio, qualcosa che è l’oggetto stesso della letteratura, ciò a cui tende e che non raggiunge mai, far risalire Euridice dagli Inferi, farla risalire avvolta nei suoi veli di oscurità e silenzio, farla risalire, lentamente, pazientemente, fino al giorno e alla luce, senza che si disfacesse di ciò che le profondità le avevano trasmesso di oscuro.

Nella seconda parte del libro, la metaletteratura si aggroviglia alle ragioni che hanno spinto gli abitanti del paese a dichiarare guerra all’autore del libro. Anche qui le diramazioni sono molteplici e ne accennerò solo qualcuna.

Il libro incriminato ha toccato nell’orgoglio le persone citate. Si tratta di un orgoglio di contadini che vivono duramente in un villaggio che sta per sparire, che si affaticano in un mondo che non esiste più e li isola e li dispera nel loro attaccamento a quella vita composta di durezze e stenti. L’onore che si fa unica ancora di salvezza. Ed è proprio quella durezza che Jourde cantava nel libro, ed è proprio quella durezza che gli si è rivoltata contro, ed è proprio da quella durezza che non avrebbe dovuto aspettarsi una risposta diversa: è rimasto sorpreso proprio dalla materia del suo racconto.

I segreti svelati nel libro avevano veli da mantenere, perché, pur essendo di dominio pubblico e motivo di pettegolezzo, mantengono il loro status di impermeabilità vicino al nucleo del segreto stesso, nella cerchia familiare di chi ne è protagonista, fino a farsi tabù e per questo non negoziabile. Il libro ha dato forma a meccanismi ancestrali, ha denudato le persone in pubblico, ha disarmato le loro uniche difese. Per questo gli abitanti si sono ribellati al libro, ma lo hanno fatto alla loro maniera, in modo fisico, attaccando l’oggetto e il suo autore. Una difesa estrema contro uno specchio scomodo.

Allora rimangono solo due soluzioni: bisogna prendere la parola, a propria volta, per dimostrare che non si è ciò che si è, che in sé sopravvivono infinite ricchezze al di fuori del libro.
oppure, se ci si sente così poveri e così incerti da credere di essere stati interamente spossessati di sé, si fa a botte, con il libro, che diventa la figura visibile e palpabile di questa potenza cieca, di questo nemico che vi deruba segretamente e un giorno vi prenderà tutto, la morte.

In questo passaggio da amico a nemico, Jourde scopre la discontinuità delle persone, la loro esistenza nel tempo: sia sua che degli altri. Il libro di Jourde aveva cristallizzato il villaggio per farne poesia, aveva catturato i suoi abitanti nello steccato dei personaggi. Così come aveva giocato al gioco della memoria, un gioco che, restituendo noi stessi, blocca tutto in una morsa definitiva. Ma le persone cambiano, vivono nel tempo e abitano lo scorrere del tempo, ciò che accade può cambiare il corso delle cose, anche laddove si vedeva un eternarsi simbolico. Così come cambia nel tempo anche chi ha raccontato quel mondo, fermando attraverso la letteratura una prospettiva che però non ha nessun diritto di assolutezza. I personaggi non sono le persone, reclamano il loro posto nel mondo e quel posto non glielo può dare un narratore.

Alla fine Jourde rivendica la scrittura di quel libro, talmente tanto da scriverne un altro.

Pierre Jourde – La prima pietra – Prehistorica Editore
Traduzione: Silvia Turato

Voto - 82%

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Su Giuseppe Ponissa

Aga la maga; racchetta come bacchetta magica a magheggiare armonie irriverenti; manina delicata e nobile; sontuose invenzioni su letto di intelligenza tattica; volée amabilmente retrò; tessitrice ipnotica; smorzate naturali come carezze; sofferenza sui teloni; luogo della mente; ninfa incerottata; fantasia di ricami; lettera scritta a mano; ultima sigaretta della serata.

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