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Viaggio al termine della notte, tutta la miseria del secolo scorso secondo Céline

Forse uno dei romanzi più intensi mai scritti, sviluppato con uno stile che all’epoca fece scalpore (e storcere il naso) ma che proprio grazie anche al linguaggio utilizzato, sa indagare con perfezione viscerale e dolorosa le brutture del secolo scorso e la condizione dell’uomo a esse assogettato

La rivelazione di Viaggio al termine della notte

Avete presente quando vi capita di avere una buona idea, una rivelazione, o quando state vincendo a carte oppure ancora quando vi arriva una bella notizia attesa da tempo? Cosa provate in quei momenti? Io personalmente sento una sorta di semibrivido alla base del collo e perdo parte dei miei movimenti volontari. Se poi sono seduto, inizio a ondeggiare con la schiena e fatico a stare fermo. Tutto questo per dire che oltre a essere il peggiore dei bluffatori a poker, Viaggio al termine della notte mi ha provocato più o meno le stesse sensazioni, in ogni sua singola pagina. Ma andiamo con ordine e soprattutto con umiltà, perché il capolavoro di Céline abbisogna di parole misurate e riverenti.

La trama di Viaggio al Termine della Notte

La trama ha come protagonista Ferdinand Bardamu, uno studente universitario che, preso dall’impeto decide di arruolarsi volontario come soldato nel primo conflitto mondiale. Da quel momento la sua vita sarà attraversata da peregrinazioni in tutto fallimentari, prima nelle colonie africane, poi a New York, per poi tornare a Parigi come medico dei poveri. Attorno a tutto questo, attorno a questi scenari drammatici, veglia su tutto il senso di morte, quella certezza che la vita altro non è che un lungo (per chi sa resistere di più, s’intende) cammino decadente verso il nulla. Tra la nascita e la morte, dunque, non esiste felicità, esiste solo un lento, ma progressivo e inevitabile, marcire del nostro essere. Niente -soprattutto tra i poveri, dove Bardamu agisce e vive e di cui fa parte- può migliorare una condizione dettata in partenza. L’esterno (come la guerra) e l’interno (come le malattie) hanno un unico fine: distruggerci. E anche quando, raramente, si scorge in un uomo la bellezza di un gesto altruistico, subito questi si rivela per quello che è, e cioè fragile e condannato, come un fiore spuntato su un’autostrada a quattro corsie.

La critica verso il secolo scorso

In poco più di 500 pagine Céline riesce a fare una disamina deprimente del secolo in cui è vissuto, una contro-epopea che, capitolo dopo capitolo prende in esame il peggio del 900 e ce lo restituisce sotto forma di immagini decomposte, marce, tragicamente meravigliose. Le Voyage (così lo chiamano i letterati), ci racconta i drammi della prima guerra mondiale, la paura che attanagliava i soldati e le condizioni al limite di chi viveva in trincea, poi si sposta nelle colonie africane, degli inferni fatti di caldo e malaria dove i “negri” non sono altro che bestie da bastonare e i coloni dei reietti schifati persino dalla madrepatria. Con un viaggio verso occidente, poi, Céline ci parla dell’America, del suo tessuto sociale fatto di ipocrisia e valori vuoti, dove il bene e l’amore sono più che altro il surrogato di un ideale romantico che una reale spinta verso l’altro. Sempre in America veniamo scaraventati in una fabbrica della Ford, una delle prime ad attuare la linea di montaggio, dove gli operai non sono altro che numeri il cui scopo non è pensare, ma ripetere all’infinito un unico semplice gesto. Il suo ritorno in patria, infine, ci mostra la ridicolaggine dell’intellighenzia medica, spinta più che altro a mantenere uno status, a ostacolarsi a vicenda, piuttosto che alla messa in pratica del giuramento di Ippocrate.

Lo stile del Voyage

In una sua esternazione dopo la pubblicazione dei celebri libercoli antisemiti che l’hanno costretto a espatriare (attorno a questa questione bisognerebbe aprire un dibattito, dato che in molti l’hanno accusato di odio razziale e molti altri, invece, ne hanno scorto un’ironia feroce dell’antisemitismo), Céline disse che tra le accuse mossegli nella sua carriera c’era persino quella di aver stuprato la lingua francese. Ovviamente si riferiva al Viaggio, a quel modo tutto particolare che soverchia i canoni della letteratura tradizionale introducendo una sorta di flusso di pensiero accostabile al linguaggio parlato (ma sarebbe una cazzata identificarlo con esso, perché si può solo immaginare la fatica e lo studio che c’è stato dietro) alternato a momenti descrittivi efficaci, che creano nel loro insieme un ritmo a mio modestissimo parere, unico. Sembra di entrare nella testa di Bardamu, di provarne ogni singola goccia di dolore e paura, di vivere, in definitiva ogni pagina come se fossimo lì. Purtroppo la mia idiosincrasia con il francese (e i francesi, va da sé) mi ha vietato di leggerlo in lingua originale, sarebbe stato forse un viaggio ancora più avvincente. Ma a conti fatti si tratta di quisquilie, la traduzione di Ernesto Ferrero edito da Corbaccio è comunque perfetta ed esprime, a mio avviso, tutta la forza di questo volume.

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Viaggio al termine della notte, tutta la miseria del secolo scorso secondo Céline ultima modifica: 2018-08-29T08:13:33+00:00 da massimo miliani

Su massimo miliani

Ho il CV più schizofrenico di Jack Torrence, per questo motivo enunciare qui la mia bio potrebbe risultare complicato. Semplificando, per lo Stato e per l'Inpgi, attualmente risulto essere giornalista.

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