Middlesex – Jeffrey Eugenides

Middlesex è un libro che unisce con coerenza l’antica Smirne a un locale di spogliarellisti di Los Angeles, ma che soprattutto fotografa in maniera lucida il senso multiforme di quella “cosa” che definiamo amore

D’estate mi tocca recuperare il tempo perso ingolfando le mie giornate in spiaggia con i titoli che d’inverno hanno preso polvere nello scaffale, soffocati, nel mio caso, dal lavoro e dal sonno perenne. Così è stato anche per Middlesex di Jeffrey Eugenides, finito in valigia con poca convinzione (i libri riconosciuti come universalmente belli li temo sempre un po’) e capace di trasformare una caletta di sassi appuntiti della bassa Calabria in un letto comodo e leggero come l’aria. 

Ma andiamo con ordine, partendo dalla trama.

Calliope è una ragazza di origine greca che nasce e muore due volte, a causa di un’anomalia genomica che la definisce biologicamente un ermafrodito. Cresciuta come una bambina, Callie, piano piano, attraversando fatica e dolore e dubbi e paure e amori confusi, si trasforma dopo quattordici anni di gestazione in Cal, facendo i conti con se stesso, con la sua famiglia, con le sue pulsioni. In genere non farcisco mai le mie recensioni con citazioni prese dai libri di cui parlo (anche se forse, facendolo più spesso, la cosa alzerebbe di molto la qualità di quanto scritto) però per questo libro faccio un’eccezione, perché la prima pagina di Middlesex, vincitore del Pulitzer per la narrativa nel 2003, andrebbe fatta studiare in qualsiasi corso di scrittura creativa: 

“Sono nato due volte: bambina, la prima, un giorno di gennaio del 1960 in una Detroit straordinariamente priva di smog, e maschio adolescente, la seconda, nell’agosto del 1974, al pronto soccorso di Petoskey, nel Michigan.

Non è impossibile che un lettore specializzato abbia letto notizie sul mio conto nello studio del dottor Peter Luce, Genderldentity in 5-Alpha-Reductase Pseudohermaphrodites pubblicato nel 1975 dal “Journal of Pediatric Endocrinology”. Oppure potreste aver visto la mia fotografia pubblicata nel capitolo sedici di Genetics and Heredity, un testo ormai tristemente obsoleto.

Sono io la ragazza nuda in piedi accanto a un’asta graduata per misurare l’altezza a pagina 578, gli occhi nascosti da una striscia nera.

All’anagrafe sono registrata come Calliope Helen Stephanides. Nella mia patente di guida più recente (rilasciata dalla Repubblica Federale Tedesca) il mio nome è Cal. Sono un’ex giocatrice di hockey su prato, da sempre membro della Fondazione per la protezione dei trichechi, sporadico frequentatore delle messe officiate secondo la liturgia greco-ortodossa e, per gran parte della mia vita adulta, dipendente del Dipartimento di Stato americano. Sono stato, come Tiresia, prima una cosa e poi l’altra.

Schernita dalle compagne di classe, trattata come una cavia dai medici, palpata dagli specialisti e studiata dagli esperti della March of Dimes.

Una ragazza con i capelli rossi di Grosse Pointe si innamorò di me, non sapendo cosa fossi.”

Un libro che parla d’amore

Ora, chi si aspettasse, leggendo la prima pagina di questo romanzo, un racconto minuzioso della trasformazione di una “creatura” da donna a uomo si sbaglia di grosso. Middlesex non è questo, o per lo meno non è solo questo. La bellezza della storia raccontata da Eugenides sta infatti nella trama familiare che porta alla trasformazione di Calliope/Cal. Sta nel viaggio che questo gene recessivo fa, nascosto per bene e pronto a saltar fuori attraverso due generazioni. Un peregrinaggio che inizia nel porto di Smirne nel 1922 quando i nonni di Cal, Desdemona e Lefty, sfuggono all’incendio (appiccato da mano turca) che distrusse una delle città più vive del Mediterraneo per approdare a Detroit, la città con le ruote, vero e per certi versi drammatico polo di crescita industriale americano. Middlesex è in definitiva una saga familiare con protagoniste assolute le scelte fatte per amore e le conseguenze di esse, che nel caso di Cal si traducono in un mescolamento genetico bizzarro. Grazie alla trama avvolgente e allo stile oleoso, ironico e coerente di Eugenides scopriamo dunque non solo la vita e la crescita di Cal, ma anche e soprattutto uno spaccato di umanità cresciuta a cavallo della seconda guerra mondiale, umanità come tante già raccontate, sfuggita dal suo paese d’origine per trovare rifugio in un’America che in quegli anni era spinta non solo da un desiderio irrefrenabile di futuro ma anche da tensioni razziali feroci (e a giudicare da Trump, mai abbandonate del tutto). Il gene di Cal fluttua attraverso queste epoche raccontandocele e, facendo ciò, ci racconta di lui, di come sia riuscito a scampare a un genocidio, alle fabbriche di Ford, al contrabbando di whisky sui laghi ghiacciati, alle profezie di un cucchiaio d’argento (forse l’unico ad andarci vicino), alla imposizioni della religione greco-ortodossa, e di come abbia trovato terreno fertile nel corredo genetico dell’ignara e piccola Calliope. Il tempo, nella prosa di Eugenides, si accavalla, raccontandoci una storia di 50 anni inframezzandola con quella del Cal di oggi, quarantenne più o meno stabile, ancora in cerca di quella dimensione che si chiama amore. 

Ed è in fondo questo il messaggio di questo libro: una dichiarazione d’amore all’amore, capace di trovare sbocchi sensati anche nelle condizioni più assurde o difficili. Amore familiare, genitoriale, amore amicale, amore genetico, amore che sboccia e appassisce, che si insinua nonostante tutto, che segue regole universali e se ne frega di tutto il resto. Ma soprattutto se ne frega se un’alterazione genetica, unita a un pesante condizionamento ambientale, sia o meno in grado di confondere il sesso e l’origine stessa del desiderio amoroso.

Jeffrey Eugenides – MiddlesexMondadori

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Su massimo miliani

Ho il CV più schizofrenico di Jack Torrence, per questo motivo enunciare qui la mia bio potrebbe risultare complicato. Semplificando, per lo Stato e per l'Inpgi, attualmente risulto essere giornalista.

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