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Belfast sulle note di Eureka Street di Robert Mcliam Wilson

Belfast sulle note di Eureka Street di Robert Mcliam Wilson #2

Per approfondire i troubles seguendo i passi di Eureka Street, romanzo del 1996 di Robert Mcliam Wilson, sono stato tre giorni a Belfast. Ne è scaturita un’esperienza indimenticabile. Viaggiare sulla letteratura è il nostro dogma.

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Le nuove generazioni di Belfast

Ma come vivono oggi gli abitanti della città il rapporto con il peso della loro storia? Bisogna andare a chiedere, gli irlandesi sono un popolo molto gentile, aperto ed amichevole. Torno in Donegall Street, è la zona dei locali, del movimento notturno, della musica dal vivo, delle vecchie e delle nuove amicizie.
Faccio il tour di un paio di pub del quartiere, la gente mi vede solo e comincia a darmi confidenza con naturalezza e sincerità, è come scoprire un’altra città. Parlo con persone di ogni età, la cordialità è di casa in quest’isola magica, è più forte dei contrasti politici, è più forte della violenza, supera ogni muro.
E poi la musica, forse il nutrimento spirituale più intenso di questo popolo. La senti ovunque, ogni persona ne è pervasa, la gente sembra essere sempre di buon umore, nessuno crea patine di diffidenza verso gli altri. A Belfast può capitare, anche con sei gradi sotto zero, di vagare per le sue strade ed assistere a scene come queste:

La serata è piacevole, mi godo un bel live degustando delle Guinness, lubrificante sociale per eccellenza dell’isola. Conosco una coppia di persone adulte, hanno figli della mia età ed anche più piccoli. Sono molto simpatici e chiacchieriamo di gran gusto, mi dicono che le cose sono notevolmente cambiate negli ultimi venti anni. Nella zona in cui siamo adesso, che è il centro della movida cittadina, fino a metà degli anni Novanta la sera era deserta, la gente aveva paura di uscire. Adesso le nuove generazioni si sono stancate e vogliono vivere come tutti i loro coetanei nel resto d’Europa, per i ventenni di Belfast di oggi i troubles cominciano ad essere un fastidioso fardello da portarsi dietro, ci ridendono su, dando dei trogloditi alle generazioni precedenti, che hanno passato il tempo a trasformare un popolo pacifico ed una terra di gran cuore in un macelleria messicana. Ci vorranno due generazioni affinché si affievolisca l’odio, più o meno chiunque mi dà questa tempistica. Ogni uomo in questo mondo ha diritto alla felicità.

Da ragazzo avevo spesso sperato che in futuro le cose sarebbero andate diversamente, e dalle fitte nebbie del passato e del presente dell’Irlanda sarebbe sorta una nuova progenie: i Nuovi Irlandesi, che avrebbero spensieratamente contraddetto ogni credo religioso e atteggiamento politico tradizionale. Sarebbero allora esistiti i cattolici lealisti e i protestanti repubblicani, i politici onesti e i poeti intelligenti.

L’inizio dei troubles

Bisogna tornare un po’ indietro nel tempo per comprendere meglio. Nel 1921 l’Irlanda diviene indipendente dal Regno Unito ma la Ulster, la contea a nord-est dell’isola, rimane sotto l’egemonia britannica. Il motivo ufficiale è che è popolata principalmente da protestanti che vogliono rimanere fedeli alla Regina. L’Irlanda è invece un paese profondamente cattolico, ciononostante accetta il compromesso, Dublino diventa la capitale del nuovo Stato ma Belfast e la sua regione rimangono con la Gran Bretagna.
È il principio dei troubles, la popolazione cattolica di Belfast comincia ad essere discriminata pesantemente, i loro quartieri rimangono più poveri, le loro genti non riescono a trovare lavoro, le quote di distribuzione delle case popolari o di qualunque forma di incentivo o assistenza sociale è tutta a favore della popolazione protestante. La disoccupazione e la povertà galoppano nei quartieri cattolici, che allo stesso tempo vedono lo sviluppo dei loro concittadini più fortunati solamente perché nati in quartieri protestanti. Per quasi cinquant’anni il vento dell’ingiustizia soffia prepotentemente sulla popolazione cattolica.
Nel 1969 l’Irish Republican Army (“Esercito Repubblicano Irlandese”, IRA), che già combatté nella guerra di indipendenza irlandese contro i britannici nel 1919, si riarma. L’obiettivo principale dell’insurrezione è portare giustizia ai cattolici, unirsi al resto dell’Irlanda e togliersi per sempre dal giogo degli odiati inglesi. Iniziano i troubles, in poco tempo Belfast diviene una polveriera, carcasse d’auto bruciate diventano le trincee urbane, in molti quartieri si impone il coprifuoco al calare della sera, una spirale di violenza inaudita si abbatte sulla città. Si formano vari gruppi para-militari a sostegno di ognuna delle due fazioni.
Il governo inglese deve intervenire, ma riportare la calma dopo che si è aperto il vaso di pandora non è impresa semplice. Manda i militari con i cingolati a Belfast, probabilmente i suoi servizi segreti danno sostegno ai gruppi armati protestanti, ma non basta, la città è un’inferno in fiamme. Ed è in questo momento che il parlamento britannico approva una delle leggi più anti-democratiche della sua storia: l’internamento senza processo per i sospettati di attività terroristica. La mattina del 9 agosto del 1971 il regolamento entra in vigore. Quel giorno 342 uomini, in prevalenza cattolici, vengono arrestati e messi in carcere. È l’ennesima goccia che fa traboccare il già devastato vaso, l’Ira comincia a compiere attacchi dinamitardi sul suolo inglese, Birmingham e Londra subiscono attentati atroci, decine di persone muoiono nelle deflagrazioni. Per queste bombe vengono arrestate persone innocenti e completamente estranee ai fatti, la loro unica colpa era di essere nord-irlandesi. In the name of the father, film capolavoro di Jim Sheridan con Daniel Day-Lewis del 1993, tratta proprio una di queste incarcerazioni ingiuste, portate avanti con la menzogna solo per tranquillizzare la popolazione che i colpevoli erano stati assicurati alla giustizia.

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La filosofia del male necessario

Se per molti l’Ira rappresenta l’identificazione nella lotta e nella speranza di un futuro migliore, ciò non si può sicuramente di dire dell’autore di Eureka Street Robert Mcliam Wilson, cattolico moderato, che vede con i suoi occhi il degenero di questi uomini, che cominciano ad abusare della loro influenza sulla popolazione con azioni che di umano hanno ben poco. Oltre al fatto che non si creano nessun problema ad uccidere gente innocente con le loro stragi, celandosi dietro la dubbia filosofia del male necessario. Lo scrittore nord-irlandese ci va giù pesante:

Quelli dell’IRA dicevano di voler mantenere l’ordine nei quartieri dei cattolici. E lo facevano, eccome se lo facevano. Non esitavano a sparare nelle gambe a un ragazzino se quello rubava una macchina per andare a farsi un giro, o si fumava un paio di spinelli, o magari aveva il coraggio di rispondere male a qualcuno di loro anche se sapeva che avrebbe fatto meglio a tenere la bocca chiusa. Tuttavia, non riuscivo proprio a vedere come un simile comportamento socialista potesse essere il risultato della loro presunta ideologia socialista.

Parentesi al mercato del pesce

Inizia il terzo giorno, nevica intensamente, la temperatura si è ulteriormente abbassata. Doppia calza e triplo maglione sono necessari, non sarà certo una raffica di neve a fermare la mia missione. È venerdì, c’è il mercato del pesce, dicono che sia una cosa imperdibile. Vado a dare un’occhiata: un casermone al gelo, sono presenti tutti i turisti della città a gironzolare tra i banchi con le loro Canon al collo. Non è roba per me. Rifuggo quando non sono passati neanche tre minuti. Ho luoghi più seri da visitare, la neve mi è compagna, l’adrenalina s’alza, il gelo si trasforma in energia, m’avvio verso West Belfast.

West Belfast

Una delle zone più pericolose di Belfast, una giungla nota in tutto il mondo: West Belfast. Ma in realtà non c’è niente di speciale: i bambini con lo scorbuto e le vecchie grasse e sfatte sono solo vecchi stereotipi. Qualunque città ha quartieri simili, se non peggiori: anche nella vicina Dublino, o a Londra, si trova gente tragicamente e disperatamente povera, inguaribilmente emarginata. Forse i fucili automatici sono di una marca diversa, ma il resto è praticamente identico.

Non siamo lontani dal centro, eppure il tessuto urbano muta a vista d’occhio, le strade sono più spoglie, l’atmosfera più da ghetto. Mi inoltro nel quartiere simbolo dei troubles con le raffiche di neve che si scagliano sul mio viso. Incrocio un gruppo di ragazzi in tuta con uno sguardo torvo, mi seguono con la coda dell’occhio. Vado dritto, poi svolto a sinistra, entro nel cuore del più grande quartiere cattolico di Belfast.
Bambini giocano con le palle di neve, alcune ciminiere svettano in lontananza, i marciapiedi e le strade sono un miscuglio di fango e ghiaccio. Mi muovo piano, provo a scrutare qualche particolare, ma altro non mi viene in mente che la scena iniziale del già citato In the name of the father, in cui il protagonista Daniel Day-Lewis, inseguito dai soldati inglesi, scappa divincolandosi tra i vicoli e le case di West Belfast, accompagnato dalle note di Voodoo Child di Jimi Hendrix, ho i brividi.

Su e giù per il quartiere, faccio qualche giro in solitaria ma ho troppa sete di conoscenza, non mi basta vedere, devo sentire, ascoltare, intensificare. C’è un taxi fermo davanti ad una casa, con aria vaga chiedo se questo è il quartiere dei troubles e se lui sapesse consigliarmi qualcosa da vedere lì intorno. Ovviamente faccio centro, mi dice che è nato e cresciuto lì e che può parlarmi dei troubles per giornate intere senza fermarsi, può portarmi a vedere i posti simbolo della lotta. Concordiamo una tariffa, mai soldi sono stati spesi meglio in tutta la mia vita.

La lotta di Bobby Sands

Cormac, è lui l’uomo del giorno: tuta blu, cappellino di lana in tinta e coperta sulle gambe, stemma del Manchester United sul cruscotto. È subito un fiume in piena di storie, aneddoti e ricordi. È fiero di potermi mostrare la sua versione, i luoghi in cui è cresciuto. Ha una gran passione nella narrazione, mi coinvolge intensamente nella sua emotività. Iniziamo il tour da uno dei simboli di West Belfast, il murales di Bobby Sands, il più conosciuto di tutta la città. Non si può parlare dei troubles senza conoscere la storia di una delle icone della resistenza repubblicana.
Bobby Sands è stato un attivista e politico nord-irlandese, si unisce all’Ira a soli 18 anni, in un diario ritrovato così parla di quel momento:

Avevo visto troppe case distrutte, padri e figli arrestati, amici assassinati. Troppi gas, sparatorie e sangue. A 18 anni e mezzo mi unii all’Ira.

Arrestato per la prima volta nel 1972 senza alcun processo, dopo qualche anno esce ma nel 1976 viene nuovamente messo in carcere per un reato di cui non si è mai trovata nessuna prova. È anche l’anno in cui il governo britannico toglie lo status di prigionieri politici a tutti detenuti coinvolti nei troubles, inserisce i tribunali speciali per terrorismo e scatena le prime rivolte nelle carceri che sfoceranno nello sciopero della fame del 1981, in cui Sands ed altri nove attivisti, nel giro di pochi mesi, moriranno lasciando un’icona di martirio e ridando linfa alla lotta. Per la maggior parte della gente d’Irlanda lo sciopero della fame fu una tragedia che lacerò i cuori e le coscienze. Pur non approvando la strategia dell’Ira molti condividevano gli obiettivi che gli uomini della violenza cercavano di raggiungere.


OUR REVENGE WILL BE THE LAUGHTER OF OUR CHILDREN

Cormac mi indica orgogliosamente questa scritta sulla parte destra del murales, era il motivo per cui Sands e gli altri nove attivisti si sono lasciati morire. Oggi, dice, a distanza di più di trent’anni le cose sono effettivamente cambiate. Mi fa vedere le strade che attraversiamo, spiegandomi che in quegli anni rischiavi di essere ammazzato senza motivo, che al calare della sera tutti in casa, che andare in giro era molto pericoloso, povertà e degrado erano estremamente diffusi.
Adesso si vive molto più decentemente, l’area è piena di locali ed è viva anche di notte, non si spara più e si va serenamente in giro. Cormac ha tre figli, mi racconta che loro hanno un’altra mentalità, sono ventenni e guardano oltre, mi confida di essere felice che la sua prole la pensi così, è il motivo per cui Bobby Sands è morto. Anche lui è concorde con le persone che ho conosciuto la sera prima: due generazioni, è questo il tempo necessario per ripulire le coscienze ed abbattere il rancore. Sentenzia con un sublime: it’s a matter of time!

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Belfast sulle note di Eureka Street di Robert Mcliam Wilson #2
ultima modifica: 2018-01-11T08:00:59+00:00
da Roberto Bruccoleri

Su Roberto Bruccoleri

Nato ad Agrigento nel 1983, si forma a cavallo degli anni '90 tra sale giochi, campi di calcetto di cemento e spiagge incontaminate, a 18 anni ha la fortuna di andare a studiare a Roma e lì la vita gli comincia ad offrire le meraviglie che è capace di elargire. Instancabile viaggiatore e famelico lettore, si vanta continuamente di essere nato a metà strada tra i paesi natii di Sciascia (Racalmuto) e Pirandello (Porto Empedocle), la sua massima è: "l'ignoranza è la verginità della mente".

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