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Schizzo di un infortunato – Uwe Johnson

Schizzo di un infortunato di Uwe Johnson è un breve scritto, un rimando finale alla sensazione di precarietà che ammanta tutta la sua opera, dovuta all’insanabile natura congetturale delle nostre esistenze, dei rapporti che ci tengono in bilico. Senza dimenticare il richiamo intenso alla storia tedesca del ‘900.

Schizzo di un infortunato di Uwe Johnson

Quando si può parlar poco per l’intera giornata, la sera si ha un’aria malata. Si parla con se stessi, è così che comincia. A volte già si accorge di muovere le labbra. Si trattiene con i morti. Ma non devono essere tedeschi quei morti. – Senk iu: dice, timido. Nel 1941, alla cerimonia di naturalizzazione, i funzionari americani gli consigliarono di rinunciare alla cittadinanza tedesca. Poteva darsi che gli venisse nostalgia alla fine della guerra. Nostalgia.

Da quanto sto proponendo su questo sito è chiaro che sto portando avanti la lettura di tutta l’opera di Uwe Johnson, un meraviglioso viaggio letterario. Dopo Congetture su Jakob (leggi la recensione), Il terzo libro su Achim (leggi la recensione), Due punti di vista (leggi la recensione) e I giorni e gli anni (recensione persa, ce ne sarà una nuova a breve), ecco quest’ultimo scritto (ultimo prodotto, mi mancano ancora un paio di letture).

Un testamento particolare, impregnato di autobiografia e rimandi letterari, che lascia da parte le costruzioni iperboliche e la prosa densa per consegnarci un vero e proprio schizzo. Il traduttore, in uno scritto di nota, ci avverte delle difficoltà della traduzione dovuta all’uso del congiuntivo tedesco che ha una valenza non trasferibile nella lingua italiana. Perché Johnson non era incline a rendere la vita facile a traduttori e lettori, peccato perdere questa sfumatura, ma il senso può essere intuito.

Questo breve scritto è un rimando finale alla sensazione di precarietà che ammanta tutta la sua opera, dovuta all’insanabile natura congetturale delle nostre esistenze, dei rapporti che ci tengono in bilico. Senza dimenticare naturalmente il richiamo intenso alla storia tedesca del ‘900, con un protagonista sradicato dalla Germania a causa del nazismo.

Schizzo di un infortunato

Schegge non ricomponibili

Anche lui cercava in passato di rappresentare i singoli individui solo nelle loro connessioni con numerose altre persone, nel contesto della società, e rifuggiva da storie che gli sembrassero prigioniere di una sola figura, o di due, inutili, irresponsabili, inammissibili. Eppure, ecco l’antitesi, la vita umana si compie o fallisce nel singolo Io. Mai altrove.

Joe Hinterhand (nome che partecipa ai giochi autobiografici e letterari disseminati nel testo, che io non ho gli strumenti per cogliere se non dove indicati nella postfazione di Luigi Reitani) è uno scrittore fuoriuscito dalla Germania nazista e condannato negli Stati Uniti per l’omicidio della moglie. Quest’ultima, che lo ha seguito nel suo peregrinare lontano dal regime, ha avuto una lunga relazione con un politico fascista, anche quando i due erano già in esilio volontario.

Attraverso una cronistoria distaccata, malinconica più che fredda, ripercorriamo il crollo delle certezze di un’intera vita. La costruzione faticosa, passata per una fuga dal regime, di un’esistenza fondata su scrittura, una posizione politica ferma e un amore in cui nidificare la propria personalità viene minata alle fondamenta. Il protagonista si ritrova a vagare per un passato senza punti cardinali, una memoria falsificata dal presente e un futuro mancato.

La beffa più indicibile è quella che ha visto la moglie intessere una relazione extraconiugale con un esponente di quel regime fascista che il protagonista ha combattuto di persona e per iscritto. L’omicidio della donna non può che assumere significati metaforici, alla fine tutti ricondotti alla vita resa inesistente dell’omicida, che vede sgretolarsi qualsiasi velleità di lettura degli eventi e di efficacia letteraria. Tutto viene sbriciolato in pezzi non ricomponibili, ogni istanza diviene inverificabile, un blocco esistenziale senza sbocchi che porta ad una paralisi dell’anima, della scrittura, della capacità di stare al mondo.

La donna si era trasformata ai suoi occhi in un principio, nella personificazione di tutte le forze che andavano contro la sua vita, minacciando di togliere validità alle parole. In quel momento lui poteva solo desiderare che ciò non fosse.

Dopo la tetralogia de I giorni e gli anni quale altro spazio poteva trovare la scrittura di Uwe Johnson? Forse solo questo schizzo, ricco di significati, che spalanca la parola sulla congettura come unica dimensione possibile dell’esistenza e del racconto, capace al massimo di attorcigliarsi su se stessa autosostenendo la propria affermazione. Un discorso portato avanti per tutta la propria opera.

Uwe Johnson- Schizzo di un infortunatoSE
Traduzione: Rossella Rizzo

Voto - 81%

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Su Agafan

Aga la maga; racchetta come bacchetta magica a magheggiare armonie irriverenti; manina delicata e nobile; sontuose invenzioni su letto di intelligenza tattica; volée amabilmente retrò; tessitrice ipnotica; smorzate naturali come carezze; sofferenza sui teloni; luogo della mente; ninfa incerottata; fantasia di ricami; lettera scritta a mano; ultima sigaretta della serata.

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