The zen circus, l'ultima casa accogliente

The Zen Circus – L’ultima casa accogliente

L’Ultima casa accogliente dei The Zen Circus regala momenti davvero molto densi ed emozionanti. Ad un primo ascolto potrebbe sembrare che il suono si sia leggermente addolcito, forse è vero, ma non è una perdita anzi è la consapevolezza di aver toccato altre corde molto forti senza per forza dover picchiare sui tamburi o violentare le chitarre. 

Sin dai primi dischi si è subito capito che i The Zen Circus non avrebbero scherzato per niente. La band toscana ha costruito negli anni un percorso originale e indipendente dalle mode e dai manierismi non solo nazionali ma anche internazionali. In tempi in cui il rock-punk in Italia era decisamente fuori moda, loro si sono inventati un misto di scazzataggine, corde strappate e voci sguaiate difficile da definire e difficile da decifrare. 

Originali anche nell’uso della lingua non il canonico italiano di inizi anni novanta (quando anche gli Afterhours avevano optato per l’italiano) ma un inglese essenziale e scalcinato che ricordava il punk rock americano più grezzo.

Non a caso infatti nel 2006 aprirono i concerti americani dei mitici Violent Femmes, occasione da cui nascerà la collaborazione con il bassista della band statunitense, Brian Ritchie, con cui gli Zen Circus produrranno anche l’album Villa inferno. Disco quest’ultimo che vanterà altre notevoli collaborazioni fra cui  di Kim e Kelley Deal e Giorgio Canali.

Di acqua ne è passata da allora sotto i ponti e gli Zen Circus si sono trasformati da fenomeno indipendente di grande attenzione a osservati speciali del grande pubblico, dove il suono a volte troppo denso per il mainstream si sposa a delle liriche sofferenti ed ironiche in grado di conquistare anche gli stomaci più deboli. 

Il marchio di fabbrica degli Zen Circus è certamente il lavoro sulla nostalgia, sulla malinconia adolescenziale e la strafottenza verso i cliché di qualunque sorta. La scrittura di Appino si è fatta negli anni più precisa e calibrata, andando come un cecchino a colpire il cuore dei propri ascoltatori, toccandoli con poche mosse lì proprio dove il dolore ancora vibra.

Anche L’ultima casa accogliente va in queste direzione, anzi probabilmente migliora l’assetto, regalando momenti davvero molto densi ed emozionanti. Ad un primo ascolto potrebbe sembrare che il suono si sia leggermente addolcito, forse è vero, ma non è una perdita anzi è la consapevolezza di aver toccato altre corde molto forti senza per forza dover picchiare sui tamburi o violentare le chitarre. 

Catrame la canzone che apre l’album è un concentrato di dolore e liberazione con un testo a mio avviso fra i meglio riusciti degli ultimi anni.

“Io sono nato in una casa fatta di catrame/ Negli anni in cui fumare incinta non faceva alcun male/ Il fumo entra nei polmoni e nei polmoni rimane/ Come il tumore che vorrebbe uccidere mio padre”.

Solo questa intro, sintomaticamente dichiarata senza alcun suono sotto, racconta tutta l’atmosfera del disco, ma arriccha un ritornello che allarga ancora di più la faccenda ed é bellissimo scoprirlo “Vogliamo libertà per tutti i popoli/ Ma i primi siamo noi a non esser liberi/ Costretti dentro a un corpo e dentro al tempo/ Ma un giorno tutto questo finirà”.

Canzone perfetta, poco da aggiungere che non sia superfluo.

Cattivo è un brano introspettivo melodico e dolce, un’apertura rispetto ai colori soliti degli Zen Circus. Bestia rara invece è un brano che spiazza, sia per come è composto sia per il testo. Tutto il brano ruota attorno ad un tappeto sonoro impastato tra basso e una tastiera cupa.

Invece arriva Non che alleggerisce il tutto grazie alla vena più suadente di Appino. Canzone che se non sapessimo fosse scritta dagli Zen Circus potremmo anche accreditarla ad un cantautore degli anni settanta, scegliere se De André o qualcun’altro.

La vena cantautorale si sente anche in Come se provassi amore, brano che musicalmente strizza l’occhio ad un sinth pop più raffinato e patinato pur non perdendo la zampata tipica degli Zen Circus. 

Appesi alla Luna, probabilmente uno dei pezzi più belli del disco e tra i più ascoltati su Spotify, è dolce e raffinata con la preoccupazione per il senso di vuoto che colpisce dopo tante emozioni (siamo accendini/ senza sigarette), emozione che si riverbera in un altro bel brano come 2050.

L’ultima casa accogliente si chiude con il brano da cui prende il nome, una ballata luminosa e piena di echi di emozioni fuggite. Sicuramente la canzone più rock del disco, una ballata che ricorda per certi versi The War on Drugs anche per l’ascolto di chitarra, bestia rara che non si vedeva da anni in un disco italiano. 

Su Piggy the pig

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Nasce negli anni 80 con ancora l'eco delle chiamate londinesi. Quando ci arriva a Londra è scoppiato il Brit-pop, intanto le urla del grunge scendono sotto pelle. Ama il vino rosse e le birre rosse, ascolta musica per non piangere ma a volte gli fa l'effetto contrario.

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