In periodo natalizio verrebbe facile immaginare il disco di cui andremo parlare come di una perfetta strenna dicembrina. In realtà però parlando del Greatest Hits dei mai sopiti The White Stripes a ben venticinque anni di distanza dai loro primi passi nel mondo discografico, bisogna parlare di ben altro e le argomentazioni non mancano.
The White Stripes sono stati la band più iconica di inizio anni zero, per stile, per musica e per assenza. Gli anni zero non sono certo stati anni brillanti per il rock, messo in ombra da generi nascenti escluso qualche nome gigante (vedi REM e Pearl Jam) non è che abbia brillato per innovazione e fascino sui grandi numeri.
In mezzo al deserto (un po’ si esagera ovvio) arrivò ad un certo punto Elephant disco di svolta del duo di Nashville. Un album accolto di certo con grande entusiasmo, ma di cui pochi avrebbero giurato fortuna nel 2003. Piaceva molto agli amatori underground ma nessuno ci avrebbe scommesso più di due euro.
L’album ebbe una buona ricezione complice ovviamente Seven Nation Army e il suo video, ma le cose si fermarono più o meno lì. A trascinarlo verso le 6 milioni di copie fu la volontà popolare, il passaparola, che da appassionato ad appassionato arrivo fino agli stadi, trasformando un giro di chitarra accordato a basso in un inno per i tifosi di calcio. Nota è la vicenda dell’utilizzo da parte dei tifosi italiani durante il mondiale del 2006, ma come inno di supporto circolava già da almeno due anni negli stadi.
Una cultura rock fatta di Black Sabbath, The Cramps, Led Zeppelin, veniva rimescolata e rinfrescata da Jack White e Meg White, pronta ad essere consumata da pubblici ampissimi.
La fortuna di Elephant e di Seven Nation Army catapultò Jack White nell’Olimpo dei musicisti rock, arrivando a duettare con i Rolling Stones e facendosi immortale in It Might Get Loud al fianco di The Edge e Jimmy Page.
Bicromia perfetta non solo estetica, tutto era bianco o rosso, The White Stripes in pochi anni diventarono le ultime vere rockstar ad aver avuto successo negli anni zero.
Non pago Jack White si dedicò anche ad altri progetti, tutti meravigliosamente riusciti come The Raconteurs e Dead Wheter, oltre che ad una carriera solista.
Per questa ragione l’annuncio della pubblicazione di un greatest Hits dei White Stripes è una notizia straordinaria, perché parliamo di un cimelio della storia contemporanea della musica pop. In America l’album è uscito il 4 Dicembre mentre in Europa bisognerà aspettare il 12 Febbraio, ma ovviamente saprete già come aggirare questi piccoli particolari di confine e potervi accaparrare uno splendido regalo di Natale.
L’uscita di Greatest Hits è stata accompagnata da un brano inedito e da un video squisito che, se possibile, amplifica e completa l’estetica del duo. Apple Blossom accompagna con una bella graphic story cromata in bianco e rosso, una canzone sinistra che sa di ninna nanna del diavolo.
Pezzo e video più azzeccati era difficile immaginarli. The White Stripes hanno fatto ancora centro, facendo la cosa più semplice del mondo: rimanere sé stessi.
Nella tracklist troviamo piccole chicche e pezzi memorabili, che riascoltati a dieci-quindici anni di distanza rimangono intatte nella loro potenza. Let’s Shake Hands, The Hardest Button To Button, Icky Thump, Dead Letter, sono brani seducenti e senza epoca.
E forse sta qui proprio la grande forza dei White Stripes, aver sempre seguito il gusto (va beh diciamolo, di Jack White) senza troppo interessarsi di cosa in quel momento funzionasse, trovando in questa formula la chiave per l’empireo del rock.
La Tracklist:
Let’s Shake Hands
The Big Three Killed My Baby
Fell In Love With A Girl
Hello Operator
I’m Slowly Turning Into You
The Hardest Button To Button
The Nurse
Screwdriver
Dead Leaves And The Dirty Ground
Death Letter
We’re Going To Be Friends
The Denial Twist
I Just Don’t Know What To Do With Myself
Astro
Conquest
Jolene
Hotel Yorba
Apple Blossom
Blue Orchid
Ball And Biscuit
I Fought Piranhas
I Think I Smell A Rat
Icky Thump
My Doorbell
You’re Pretty Good Looking (For A Girl)
Seven Nation Army