Basterebbe guardare la copertina del nuovo album per capire cosa vuole raccontare la musica di José Gonzàles. Anzi basterebbe pensare che José González ogni volta che viene presentato come artista svedese la gente strabuzza gli occhi o pensa che ci sia stato un errore.
Invece proprio quella diversità per tratti somatici e cognome sono la vera freschezza e originalità di un artista capace negli ultimi venti anni di regalare grandi emozioni con la sua chitarra e la sua voce fine e calda.
Sin dai primi dischi José González è stato capace di riportare un modo di esprimersi con chitarra e voce che andava ad innovare tutto quello che di acustico girava negli anni duemila. Complici un paio di scelte azzeccate e piene di cuore oltre che di mestiere, l’artista svedese ha subito colpito i cuori di migliaia di fans in tutto il mondo. La scelta di una cover acustica come Teardrops, canzone che portava in classifica il trip-hop dei Massive Attack a fine annoi novanta, ma anche la fortuna di scrivere la colonna sonora di un film bello come The secret life of Walter Mitty, lo hanno spinto verso una riconoscibilità assoluta nel mondo del cantautorato internazionale, facendone spiccare le sfaccettature sia musicali sia di vissuto.
Di tutte queste sfumature José González ne è, però, diventato consapevole col tempo, come sempre capita coi grandi talenti legati anche alla propria esperienza personale. Il Sud America delle origini, l’ambiente freddo e internazionale della Svezia, tutto queste sfumature esistenziali si sono piano nel tempo cristalizzate nel talento e nella scrittura perfetta di questo artista.
Così arriviamo dopo sei anni da Vestige e Claws a Local Valley, un album che trasuda pezzi di mondo provenienti da ogni latitudine. Se infatti si sente il mondo sudamericano, anche per alcune liriche cantare in spagnolo, ad affiorare con un certa consistenza sono anche l’Africa coi ritmi ossessivi pur morbidi e l’Europa con alcuni arrangiamenti elettro house davvero preziosi.
Nella composizione si sente però una maturità e un divertimento che in altri dischi non avevamo trovato con la stessa freschezza o capacità.
Quindi é facile immergersi tra le onde di Local Valley, l’importante sarà staccare per un attimo dalla quotidianità e affacciarsi in un ricordo di qualche vecchio viaggio passato su pullman e treni notturni. L’emozione è quasi sempre quella di un bel viaggio, intercontinentale se possibile.
El invento è un’apertura che non passa inosservata, con la voce di José González che coccola una nenia dolce, che chiede “Dime por qué será. Dime por dónde vas. Dime”, insomma un invito al viaggio che sta per cominciare. E infatti il viaggio parte con Vision e The Void, come ad un certo punto si fosse deciso di andare a piedi.
Horizon è la voce del vento tra le orecchio con un trillo che ricorda a volte Nick Drake, anche se l’emozione in questo caso é serena.
Ma è Valle Local ad aprire il disco e spaccare tutto in due storie diverse. La chitarra rimbalzata in pieno stile africano, quello che ricorda il grande blues made in Sahara, si apre un brano travolgente per musicalità e visione. Pezzo incredibile, poco altro da dire.
Trovandoci a metà disco non si può non rimanere incanti tra gli altri sette pezzi da Lila G e Lasso in, come da Tjomme e Line fire.
Verso la fine del disco colpisce invece l’emozione raffinata di En stud pa jorden, canzone suggestiva e commovente che gioca con una doppia voce come si giocherebbe con un ombra.
Local Valley è un album da godersi lontano da ogni distrazione, magari in un giorno in cui il mondo non è stato gentile con noi. Immaginando che tutto ci venga ricordato con la voce ovattata di José Gonzàles.