Tra via Gramsci e via Emilia

Mia madre ha 86 anni e lo sguardo da bambina.  L’ha sempre avuto. 
La gatta Stellina mi soffia e vuole graffiarmi perché mi odia.
La porta. Le scale le scale le scale le scale. Quattro piani.
Nessuno, nemmeno un’anima che esista e dica buongiorno. Gente strana. 
Il portone che si apre e si chiude: è pesante e devo reggerlo. 
I miei passi spediti, coordinati, convinti dall’asfalto sbiadito che concorrono a sbiadire.

Ancora, ancora e ancora.
Giro a destra o a sinistra? Metto due passi verso destra, ma poi per quello che devo fare, no, devo andare a sinistra. 
I miei passi spediti coordinati convinti dall’asfalto e da qualche mattone rossiccio. 
Un po’ di allegria.
Foglie rosse d’autunno appena iniziato. 

I bordi dei marciapiedi ne sono pieni. 

Non tolgono decoro. Aggiungono bellezza. Grazia d’autunno. 
Donne africane, donne sud-americane, un uomo con un sigaro cubano. Si vede che lo ostenta soddisfatto. 
L’autobus è giallo, bianco e blu. Alla guida una donna. Le donne che guidano autobus sono sempre robuste. Sarà un caso? 
Gli spiccioli nella macchinetta erogatrice di biglietto. Un euro e cinquanta per un’ora e un quarto. Quante persone salgono su una corsa? 
Cerco di arrivare al sedile prima di cadere, l’autobus si piega nelle curve prese a velocità troppo alta. Non sono caduta, ma scivolata di lato si. Un’altra occasione di vedere il mondo in un’altra prospettiva. Obliqua. Ma siamo tutti obliqui. 
Le fermate sono rapide. Un anziano ha fretta di salire ma si regge sul bastone che lo impaccia. Sono lontana non posso aiutarlo. Non in tempo, almeno. Ragazzi vicini lo guardano. L’uomo non è un videogioco. Non li interessa. Non muovono un muscolo. L’uomo anziano rinuncia e non sale. Un passeggero in meno. Un gesto buono in meno. Una cattiveria in più che differenza vuoi che faccia? 
Come tutti i sognatori sono vicina al finestrino. Il libro che sto leggendo aperto e appoggiato sulle gambe. Poi un odore, forte, di cipolla fritta. Accanto a me un uomo. Altissimo, watusso. 
Di quanto tempo devo tornare indietro per essere nel tempo in cui gli uomini neri altissimi e watussi li potevo vedere solo in tv? 
Un ragazzo in bicicletta per poco non si infila sotto l’autobus. Ah, che pelle d’oca. Il ragazzo alza il dito medio. L’autista scenderebbe a picchiarlo. L’ha pensato, l’ha immaginato. Lo so. 
Al centro scendo alla fermata davanti al negozio di roba griffata, e vedo una gonna che costa tre stipendi medi. Avrò mai di nuovo tre stipendi medi da spendere per una gonna? 
Arrivo all’ufficio postale. Prelevo qualche soldo e poi entro. Il mio numero di fila dice che davanti a me ce ne sono altri nove. La musica nelle cuffie mi fa compagnia. 
Dopo mezz’ora esco. Ho fatto. Il mio sogno ha preso le ali. Speriamo che nessun cacciatore lo intercetti e lo abbatta.
Per festeggiare mi infilo in libreria. Niente di meglio del vecchio porco Charles e della divina Gertrude. 
Ma perché non sono nata parola? Sarei stata dappertutto. 
Avrei vagato da un continente all’altro. 
Sarei stata nella testa di tutti. 
Potere assoluto. Rifugio perfetto. 

Rinuncio all’autobus e mi avvio a piedi verso il corso.

La varia umanità mi intriga. Non mi stanco mai di osservare.

Potrebbe capitarmi di interferire in qualche modo, in qualche vicenda, ma già non riesco bene con le mie, di vicende, figurarsi con quelle degli altri.

Davanti a me una donna cammina senza curarsi di nulla. Il vento le alza la gonna leggera e voluminosa ed è subito spettacolo per gli occhi dei curiosi. Cosce tornite e abbronzate, e poi il tanga che non le copre nemmeno pochi millimetri di culo. Continua a parlare nelle cuffie il cui filo bianco – ormai un target sicuro – ondeggia al vento e sembra che da un momento all’altro le strapperà via le orecchie.

Sono così vicina che potrei toccarle la spalla, farle cenno di ricomporsi, magari se entrasse nello store qui davanti potrebbe darsi una sistemata. È ovvio che non faccio nulla. Continuo a osservare.

Vedo due tizi dall’aria non propriamente benevola che le camminano di fronte e la stanno puntando con uno sguardo da cacciatore che non promette bene.

Si avvicinano sempre di più. Trattengo il fiato perché immagino cosa potrebbe accadere. Mi interrogo: e se fosse ciò che penso, che farei? Mi butterei nella mischia cercando di salvare la donna? Potrei chiamare il 112 ma quello non funziona come il 911 americano. E se invece…

Sorpasso la donna, che non ha modificato di un niente la sua situazione. La gonna continua a svolazzare scoprendole lo scopribile, il filo bianco delle cuffie a ondeggiare e lei che parla parla parla.

Con fare finto distratto vado dritta in mezzo ai due tipacci, simulo un inciampo, “e che diamine stia attento”, sibilo a uno dei due, quello più brutto. Sono così stupiti della situazione, che non badano più alla donna. Sono pronti ad avventarsi su di me, suppongo. Ma quando mi vedono brandire il cellulare fanno retro front e si dileguano senza dire una sola parola.

Questa buona azione non so quale valore numerico possa avere nel conto fra dare e avere, se può servire a far calare il saldo negativo delle mie cattive azioni.

Sul piazzale ciottolato della chiesa madre un gruppo di ragazzi di colore suona. Mi fermo un attimo. La custodia della chitarra aperta in attesa delle offerte dei passanti contiene non più di qualche moneta. Dei soldi prelevati mi rimane una banconota da cinque e una da dieci. D’istinto estraggo quella da cinque e la poso nella custodia. Il ragazzo più basso, mingherlino e con una faccia strana, ha seguito le mie mosse e mi lancia un tankyou stupito. Un signore molto anziano mi guarda con disprezzo. Poi lancia un anatema contro gli stranieri che stanno rubando i soldi degli italiani. Aggiunge una parolaccia in dialetto che non capisco. Gli sputerei in un occhio, ma mi limito a sorridergli beffarda. E sottovoce gli mando un vaffanculo.

Mi infilo sotto i portici e vengo subito abbordata da due ragazzi che esibiscono magliette con il logo di una associazione no profit. Mi chiedono di partecipare con un minimo contributo mensile alla loro ultima campagna contro il progetto delle piattaforme petrolifere a ridosso di tratti di costa da cartolina. Lo farei anche, ma mi sottopongono un foglio da riempire con i miei dati anagrafici e bancari. E questo non mi va. Una volta, qualche anno fa, non lo avrei fatto per timore di subire attacchi al mio conto corrente, che era bello pieno e florido. Ora non lo posso fare perché non mi va di esibire un conto a saldo zero.

Ho perso il lavoro. Non mi hanno licenziata, non ho dato le dimissioni.

Mi sono ammalata e non era un’influenza. Le cure mi hanno portato lontano da casa, hanno svuotato il mio conto e mandato in malora la mia attività di libero professionista.  Come se non bastasse la rabbia di dover ammettere di essere mortale come tutti, mi ha spinto a litigare con il mondo intero. Come se volessi approfittare della situazione, o come se fossi convinta di essere alla fine e di potermi permettere qualunque gesto malvagio, visto che la punizione l’avevo avuta in anticipo. Ho dato del pazzo a un giudice durante un’udienza penale. Ho lanciato un portacenere per giunta pieno di cicche al proprietario dell’appartamento del piano di sopra. Aveva avuto l’ardire di bussare alla mia porta e molto gentilmente di chiedermi se, vista la natura della mia malattia (su come l’avesse saputo un dubbio ce l’ho) avevo intenzione di vendere lo studio che lui era intenzionato a comprare. Poteva anche essere una buona soluzione. Se quell’appartamento fosse stato mio. La domanda del condomino aveva acceso la miccia e tutto mi era passato davanti agli occhi: la fine di un processo che mi aveva fruttato una parcella milionaria; le manovre per nasconderne una parte al fisco; l’idea di intestare l’appartamento al mio compagno. Il mio compagno – ma dove l’avevo scovato? – che se l’era giocato a carte e se non fosse stato per la malattia mi sarei comunque ritrovata a dover risolvere il problema di dove trasferirmi. Il precetto di pagamento era già arrivato. Fine dei giochi. E insomma il poveretto ne fece le spese. Si sorbì l’urlo e il posacenere che volava e la cenere e le cicche che gli cadevano in faccia, sui capelli, sui vestiti. Con qualcuno dovevo pur prendermela no?

Ho restituito il foglio ai ragazzi, no grazie come fanno quelli che ho sempre criticato e tacciato di qualunquismo becero, di menefreghismo sociale.

L’aria di questo inizio di autunno è tiepida. Ogni tanto una folata di vento quasi estivo mi scompiglia i capelli. Ci tengo molto ai miei capelli.

Ho bisogno di calorie. Il ricordo ha consumato la colazione. Mi infilo in un locale dove sono già stata qualche anno fa. Mi piace la sua aria tra il bohemienne e l’art deco, con i tavoli e le sedie da bistrot francese, le lampade Tiffany e le tovaglie che riproducono quadri di Van Gogh. È una specie di self service: sul bancone che taglia in due l’intero locale ci sono grandi vassoi colmi di ogni specie di cibaria. Basta prendere il piatto e riempirlo con ciò che ti piace. Ho preso un paio di cucchiaiate di paella, una tartare di salmone e una pera. Per il buffet si paga cifra fissa.

Mi accomodo al tavolino che ha la tovaglia con la riproduzione del cielo stellato. È in fondo all’angolo fra le pareti. Mi da un senso di protezione.

Fra un boccone e l’altro, che mastico molto lentamente, i miei pranzi durano parecchio, a un certo punto alzo gli occhi e vedo entrare un tizio e mi dico cazzo questo lo conosco, dove l’ho visto?

Lo seguo mentre ridacchia e fa lo scemo con la bella ragazza alla cassa. È altissimo, in tv sembrava più grasso, invece è un grissino segaligno e con la faccia lunga da cavallo. E che ci fa una star come lui qui dentro? Sono fortemente tentata di avvicinarmi e cantargliene quattro, del tipo pezzo di stronzo com’è che recensisci solo quelli che hanno i libri nella parte alta della classifica e ignori tanti altri che meriterebbero un chicco di visibilità per essere accolti a pieno titolo nel mondo delle lettere? Glielo direi a muso duro. Forse urlerei pure. Tanto per dire, appartengo alla categoria degli ignorati. Finisco il mio pranzo solitario. Per uscire gli passo accanto. Si è accomodato al centro del locale, in bella vista. Posa da star, indubbiamente. È solo e sta parlando al cellulare. Gli sento fare un nome, e poi un apprezzamento volgare. Insomma, il re è nudo, io me la rido, gli offro gratis una smorfia di disgusto e me ne vado.

Poi ci ripenso, torno indietro e scatto una foto. Un twitter con l’hastag #ilrenudoalleluja. Nella foto ha la bocca piena e un rivolo di sugo gli sta colando lungo il mento. Non c’è più la nobiltà di una volta, avrebbe sentenziato la contessa Violet di Grantham. Un paio di isolati più in là, incuneata in una stradina lastricata di pietra squadrata e ciottoli, c’è la grande libreria a tre piani. Entro e percorro i corridoi alla ricerca dei libri con la quarta di copertina firmata dal re nudo. Apro il primo che mi capita davanti. Estraggo veloce la penna e sotto l’esergo traccio un disegno osceno. Lo ripongo velocemente e mi sposto. Ripeto l’operazione su più libri, nessuno bada a me. Poi con calma scelgo un libro, vado alla cassa, porgo la carta fedeltà e il bancomat, la commessa mi chiede se voglio usufruire dei punti sconto, ci penso un attimo e dico no, grazie li tengo per il prossimo acquisto.

Il cellulare squilla. Ho dimenticato di avvisare mia madre che pranzavo a zonzo. Una volta mi avrebbe redarguito a muso duro. Non ora, che il mio tempo è contato. Mi dice se c’è qualcosa di speciale che voglio per cena. Ma sono ancora le tre del pomeriggio, che ne posso sapere di cosa mi piacerà stasera? Ma non posso darle questo dispiacere. A lei piace tanto cucinare per noi figli. Opto per le patate con il rosmarino, poi le dico che arriverò in tempo per darle una mano. Ti avevo preparato il caffè. A che ora arrivi?

Il tempo di prendere l’autobus, le rispondo. Siamo quasi agli sgoccioli. Alle sette e mezza gli autobus interrompono le corse normali, e iniziano a passare una volta ogni ora. Quindi o prendo il prossimo o sarò costretta a chiamare mio fratello che venga a raccogliermi con l’auto. L’opzione farsela a piedi oggi non è contemplata.

Domani mi aspettano un paio di visite di controllo, e non vorrei arrivare con la lingua blu di stanchezza.

L’autobus è quasi vuoto. Convalido il biglietto multicorsa che ho comprato in tabaccheria, e mi siedo in un posto singolo. Niente odore di cipolla fritta e ragazzi indifferenti. Solo belle ragazze di colore con passeggini affollati di figli e una donna anziana che legge il settimanale di Repubblica.

Il sole è ancora a metà strada tra lo zenith e il tramonto. Scendo e scatto: i colori della natura su un tappeto di comignoli e antenne paraboliche. Hastag #facciamofintache.

La foto del re nudo sta facendo il giro dei social, con tanti di quei like che mi viene da ridere. Che razza di mondo stiamo partorendo?

Su Chiara Francesca Pellicoro De Candia

Chiara Francesca Pellicoro De Candia
Nasce a Taranto, ma vive a Gioia del Colle. Sposata, da qui il doppio cognome che le piace proprio, tre figli. Ha sempre sofferto della sindrome del dover essere, che non esiste ma riassume bene la sua personalità e le sue scelte, perché mentre una parte di lei esercitava la professione di avvocato, l’altra parte continuava a scrivere e a sognare di diventare una vera scrittrice. La produzione è sempre stata cospicua ma tenuta al caldo in file e cartelle. Fino a quando una rivolta, ben organizzata dai suoi personaggi, l’ha costretta a uscire allo scoperto. Parecchio narcisa, lo si capisce da questa minibio narrata in terza persona. Se voleste sapere cosa ha scritto, qualche notizia la trovate sui social. Basta digitare il nome completo. Le piace tantissimo discutere, soprattutto su un interrogativo irrisolto: perché il mondo è così affollato di cretini? Non ha mai letto un romanzetto rosa, perché durante l’adolescenza i suoi miti erano l’Oriana e Edgar Allan Poe. ( Personalità contorta? Sono d’accordo). E come si dice qui in Puglia: mè, avast mò.

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