Storia di Beniamino

L’operaio

Beniamino Marcelli, in altri tempi detto Minù, aveva avuto un’adolescenza e una giovinezza turbolente. Era nato al piano rialzato di uno di quei casermoni di periferia, pieni di finestre come occhi viscidi e sempre voraci di notizie. Era il terzo dei cinque figli di papà Giovanni – operaio nella fabbrica di scatolame – e di mamma Bernardina, detta Dina, casalinga che arrangiava un po’ di soldi a volte come sarta a volte come collaboratrice domestica in nero delle signore dei quartieri alti.

Aveva quindici anni Minù, quando successe l’incidente a suo padre. Un moscerino distratto o dispettoso – o mandato direttamente dalla malasorte – si infilò  dapprima in un occhio di Giovanni. Fu un attimo: fece un movimento inconsulto – era stato colto davvero alla sprovvista – e tanto bastò  a fargli tranciare una mano dalla fresa circolare.

Fino all’incidente, tra la paga di Giovanni e quello che arrangiava Dina, non erano benestanti ma poveri con dignità. Dopo l’incidente la situazione si fece più seria: la pensione di invalidità civile che gli avevano assegnato era una vera miseria, come se perdere una mano fosse uguale a fratturarsi una gamba; dalla ditta non riuscirono ad avere niente, perché non si era trattato propriamente di incidente sul lavoro ma solo di una tragicomica fatalità.

La liquidazione di Giovanni  fu portata alla posta e  vincolata  per vent’anni in Buoni del Tesoro. Dina era previdente e spaventata. Mangiare in sette divenne un vero numero da circo. Minù si stufò  presto di quella miseria. Indossare sempre lo stesso jeans passato dal fratello maggiore al secondo e poi a lui. Chissà, magari continuando così poteva arrivare pure all’ultimo, lo scugnizzello che ora aveva solo sette anni. Minù la sera rimaneva chiuso in casa, mentre i suoi amici se ne andavano in pizzeria o al cinema. E anche se una pizza e un cinema – e magari una cuccatella con una ragazza – non fossero proprio il massimo che la vita poteva offrire, per Minù – che non poteva permettersi né gli uni né l’altra – erano tanto. Molto meglio che restare rintanato in casa sua, tre stanze da letto, un soggiorno, cucina abitabile e quell’unico bagno che mandava tutti fuori di testa.

Una mattina aveva fatto sega a scuola: non ascoltava più i consigli di sua madre.

«Piccirì, ascol è mpurtant, t’pigl nu piezz e cart, nun tant guross, e te truov ’na fatica cchiù meglie e chelle e patete! O ssai quant guadagn o ragiuniere?»

«Eh, mammà, dicite bbuono, ma nun tengo a capa p studià. M’aggia rà da fa’.»

Stava gironzolando sfaccendato, con le mani caparbiamente chiuse a pugno nelle tasche del giubbino. Pensava a come e quando sarebbe potuto uscire da quella miseria che non sopportava più.

Era comparso come dal nulla, aveva fermato Beniamino posandogli una mano al centro del petto:

«Uagliò  addò vvai?».

«E tu chi si?»

«Nun ce penzà a chi song io, t’ cunosc, si o figlio e Giuann o monc.»

«E allora?»

E lo disse accompagnando le parole con il classico gesto della mano: «E allora sapimm tutt’e ccos».

«Tutte e ccos, che mi viene a significare?»

«Uagliò  poco spirito. Sapimm e basta. C’è un certo lavoretto da fare. Semplice e pulito, e ce serv nu minorenne. Tu quant’ann tiene? Sirice, o vero?»

«Quinnece.»

«Buono, va bbuono.»

«Va bbuono pecché?»

«Sentimi sano: diman a matina ti fai trovare all’angolo tra via Caracciolo e via Spoleto. O riest’ ce pensamm nuie. Uagliò  ce stann tre milioni pe’ tte: hai capito?»

Come poteva non andare benissimo a Minù? Tre milioni: anche il suono era un’enormità, uno sproposito di soldi mai visti. Si vedeva già interamente rivestito a nuovo: jeans nuovi, le scarpe con la stella – che manco al mercato dell’usato si era potuto comprare perché pure là costavano care. Si immaginava la contentezza della madre quando sarebbe tornato a casa carico all’inverosimile di roba da mangiare.

Aaggia fa schiattà o frigofero e o buffet, pensava.

«Vabbuo’, agg capit. A che ora?»

«Alle otto e mezzo in punto. Puntuale, sinnò  nun ce ne ascimm cchiù.»

In effetti il lavoretto non era granché: si trattava di afferrare al volo un pacchetto, infilarselo nel giubbotto e allontanarsi con calma, perché là nessuno lo conosceva né lo aveva mai visto. Era un pacco piccolo; gliel’avevano lanciato, l’aveva afferrato, infilato nel giubbotto e si era allontanato con calma, come se passeggiasse. Li aveva poi raggiunti e glielo aveva consegnato, in cambio dei tre milioni. Lui ovviamente non lo sapeva, ma in quel pacchetto c’erano diamanti che valevano miliardi. I cinquanta milioni che l’usuraio aveva sganciato per quel lavoretto erano le briciole delle briciole. Ma doveva spostarli e in fretta, perché la madama a strisce gialle gli stava col fiato sul collo e quelli non erano reperti che si poteva fare trovare. Un furto simulato era il massimo che avesse escogitato, ma gli era andata bene. A gente così va sempre bene.

Ora  Beniamino aveva preso gusto a sentirsi sotto le mani – che non teneva più strette a pugno nelle tasche – il fruscio delle banconote. Un anno dopo la banda si era consolidata: quattro ragazzi in tutto, tutti rosicati alle budella dalla fame e dalla miseria. Beniamino – ma loro lo conoscevano come Minù – era il più fortunato, in fin dei conti. Fra piccoli spacci, qualche rapina – «Ma co e pistole no, nun ce veng» ci tenne a specificare – e qualche recupero crediti per conto dello stesso usuraio, i soldi di Beniamino lievitavano, ben nascosti in una busta di plastica attaccata con lo scotch dietro l’armadio. Un altro annetto così e avrebbe potuto portare la famiglia a vivere in una casa più decente, più grande e con almeno due bagni – tre sarebbe stato meglio, fantasticava.

Qualcuno, nei dintorni, diede inizio al gioco delle supposizioni. I casermoni della periferia non sono per definizione santuari della discrezione. Tutti sanno o pensano di sapere tutto di tutti. Un giorno osservavano Dina tornare a casa con le buste della spesa cariche da spezzare le braccia e partiva il toto pettegolezzo.

«Quaccosa è succiess, Niné.»

«Eh, quaccosa quaccosa, so i dinare, Cecchì, so i dinare.»

Un altro giorno guardavano Giovanni uscire a passeggio vestito di tutto punto.

«E quanne mmai! Chill nun asceva cchiù da casa. E mò  pure e vestiti bbuoni.»

Di sera. Arrivarono di sera. Erano in sei e armati come alla guerra. Rivoltarono in casa tutto il rivoltabile, fino a che dietro l’armadio trovarono la busta di plastica di Minù. Ma lui era rimasto sostanzialmente un ragazzo onesto e si addossò  tutta la colpa. Che poi era la verità. Poi era minorenne e questo lo aiutava. Ma i poliziotti volevano i nomi dei maggiorenni, volevano che dicesse di essere stato ingaggiato da Alfonso Chierico, che loro conoscevano. Lo conoscevano eccome, Alfunsino, ma se Minù non parlava non avevano nulla in mano. Gli proposero uno scambio: la sua immunità in cambio dei nomi. Un po’ per paura di possibili rappresaglie contro di lui o la sua famiglia, un po’ perché conosceva giusto Alfunsino e degli altri a malapena la faccia, non poté dire nulla. Due anni di riformatorio, ma si era guadagnato la riconoscenza di Alfunsino e chiunque ci fosse dietro di lui – che quello mica era tanto intelligente – e in quei due anni la sua famiglia non sentì la mancanza dei soldi di Minù. Quando finalmente uscì, appena maggiorenne, il maresciallo che se l’era portato via quella sera lo aveva riempito di raccomandazioni: «Uagliò, ssi giovane, cammina dritto e fai il bravo ragazzo mò , hai capito».

Camminò  dritto. Frequentò  i corsi serali e si guadagnò  una qualifica professionale. A ventidue anni trovò  lavoro.

«Mammà, c’aggia fatta, m’hanno pigliato a faticà.»

«Gesù Minù, addò ?»

«Mammà, alla fabbrica dei fuochi d’artificio.»

«Marò  Minù, ma ch’elle è pericolosa.»

«No, statte tranquilla, agg sturiat buono, me so imparat tutt cos. E ppo’ me rann un milione e otto al mese, mammà, ma o ssai quant so?»

Sei anni. Per sei anni Beniamino – che ora nessuno lo chiamava più Minù – lavorò  sodo. Sempre puntuale, sempre attento. Ogni tanto il maresciallo lo andava a trovare.

«Hai visto, marescià, campo dritto o no?»

Il titolare della fabbrica – quello con la giacca e la cravatta anche quando menavano quaranta gradi all’ombra – lo aveva nominato capo operaio. Certo, Beniamino aveva avuto qualche sospetto che dietro la sua assunzione ci fosse il paterno intervento del maresciallo. Ma non ne ebbe mai la prova. Doveva, nella sua nuova mansione, sorvegliare principalmente sui colleghi, che non si facessero male maneggiando i materiali.

A farsi male, invece, fu lui.

Era luglio, uno di quelli in cui l’aria era ferma peggio di un autobus in un giorno di sciopero. Ed era bollente che quasi non potevi respirare, per non bruciarti la gola. La fabbrica – tre capannoni di lamiera e zinco – era in aperta campagna e non poteva essere diversamente per quel genere di prodotto che sfornava. Ma negli anni una tangenziale – pensata e progettata dal solito genio di turno – era stata realizzata a meno di cinque metri dal confine. Da tempo i proprietari erano stati invitati, esortati, intimati a costruire un muro di cinta lungo quel lato. Ma i proprietari volevano che quel muro lo costruisse la provincia con i suoi soldi e non con i loro, la provincia faceva orecchio da mercante, la causa civile durava da un’eternità. E il muro non fu mai alzato. Date le premesse, prima o poi qualcosa doveva succedere e successe.

Luglio, il caldo, le auto che scorrevano a volte lente sulla tangenziale, i finestrini aperti. Una cicca lanciata in onta al cartello di divieto e di pericolo. L’esplosione fu molto simile a “quell’altra” come si affrettò  a specificare il maresciallo Tuppino, uno che quando il botto l’aveva fatto la mafia a Capaci era solo un appuntato e si era trovato sul posto insieme ai soccorsi. Ma era diversa. Non era tritolo. Ma zolfo, alluminio, magnesio, manganese e titanio sollecitati dal fuoco tutti insieme – be’ era una storia da raccontare. I tetti di zinco volarono campagna campagna, le pareti di lamiera si aprirono come petali di un fiore. Un fiore assassino però. E in quel momento Beniamino stava passando. Si scatenò  l’inferno: sirene e lampeggianti di vigili del fuoco e polizia, ambulanze, carabinieri, il solito circo.

Lui arrivò in ospedale vivo e cosciente. Completamente stordito dall’esplosione – per la verità, più di una – e dal dolore in ogni parte del corpo, non si era reso conto che una delle finestre che gli si era abbattuta addosso gli aveva tranciato un braccio all’altezza del gomito: le gambe invece erano andate a ramengo per una scheggia nella schiena.

Anche a lui, dopo, fu assegnata la pensione di invalidità civile. Ma un avvocato bravo e testardo fece causa alla ditta per via del muro che non avevano alzato, esponendo a un rischio concreto e non solo ipotetico gli operai. E fece causa anche alla provincia che gestiva la tangenziale, per non avere “adottato idonee misure atte a scagionare il pericolo”. Vinse, e Beniamino e la sua famiglia non ebbero più problemi economici.

Non sapendo che altro fare, un giorno annunciò  a sua madre che avrebbe ripreso gli studi: «Mammà ch’aggia fa ngopp a sta sedia a rutelle?».

Riprese gli studi, quelli seri.

«Ma è o vero, Minù?» gli chiese il maresciallo.

«È o ver, marescià» disse lui. La sua invalidità gli dava la precedenza in graduatoria, il resto lo fece lui con la sua preparazione. Era un professore di letteratura, ora.

«Che meraviglia, a mammà» disse commossa Dina il giorno della laurea.

Insegna in un istituto tecnico. Ogni anno, a ogni nuova classe, dice: «Ragazzi, quest’anno inizieremo con un fuori programma. Che ne dite?».

I ragazzi lo guardano, non sanno dove voglia andare a parare, il professore. «Professò , se lo dite voi. E che facciamo? Studiamo le canzoni di De André, come fuori programma?»

«E bravo Raffaele, ci hai quasi azzeccato. Cominceremo con una poesia di Edgar Lee Masters, che a De André piaceva assai. Si intitola Butch Weldy. Cominciamo?»

Su Chiara Francesca Pellicoro De Candia

Nasce a Taranto, ma vive a Gioia del Colle. Sposata, da qui il doppio cognome che le piace proprio, tre figli. Ha sempre sofferto della sindrome del dover essere, che non esiste ma riassume bene la sua personalità e le sue scelte, perché mentre una parte di lei esercitava la professione di avvocato, l’altra parte continuava a scrivere e a sognare di diventare una vera scrittrice. La produzione è sempre stata cospicua ma tenuta al caldo in file e cartelle. Fino a quando una rivolta, ben organizzata dai suoi personaggi, l’ha costretta a uscire allo scoperto. Parecchio narcisa, lo si capisce da questa minibio narrata in terza persona. Se voleste sapere cosa ha scritto, qualche notizia la trovate sui social. Basta digitare il nome completo. Le piace tantissimo discutere, soprattutto su un interrogativo irrisolto: perché il mondo è così affollato di cretini? Non ha mai letto un romanzetto rosa, perché durante l’adolescenza i suoi miti erano l’Oriana e Edgar Allan Poe. ( Personalità contorta? Sono d’accordo). E come si dice qui in Puglia: mè, avast mò.

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