LUC

Luc, il cui nome per intero era Lucino, nome impresentabile, ne converrete, la notte sognava.

Certo non è un evento imprevedibile. Tutti sogniamo, ma non a tutti capita di sognare, più o meno con cadenza settimanale, di essere contemporaneamente il figlio e il padre di suo padre.

Nel ruolo di figlio doveva sempre correre a nascondersi, inseguito dal padre, che con la cinghia in mano lo rincorreva furioso, senza che lui sapesse cosa avesse fatto di male o comunque di sbagliato, per dover essere punito a tutti i costi.

Nel ruolo di padre – ma perché non si poteva prendere una rivincita nemmeno nei sogni? – era vedovo, ma non era arrabbiato per questo, anzi. Era amorevole, lo accompagnava a scuola, gli comprava bei giochi, lo aiutava nei compiti.

A volte il sogno si ingarbugliava, e mentre il padre violento alzava la cinghia per colpirlo, l’altro padre, cioè lui, bussava alla porta per chiedere in prestito un po’ di sale.

Poi si svegliava, e guardandosi intorno si tranquillizzava, per modo di dire, nel constatare che viveva da solo, che suo padre buonanima non lo aveva mai picchiato, ma nemmeno gli aveva comprato giochi o lo aveva aiutato a fare i compiti.

La sua era la tipica casa da sfigato.

Perché Luc era il prototipo, l’archetipo, lo stereotipo dello sfigato.

In amore, era sfigato.

 Le ragazze non è che non ne conoscesse o non ne frequentasse, ma era talmente timido e impacciato, che quelle appena se ne rendevano conto scappavano a gambe levate, non prima di averlo umiliato e ferito, tipo raccontargli la bufala che  “stasera e domani devo fare da baby sitter a mio nipote, e non posso uscire, ti chiamo lunedì”. Ma il lunedì se le  ritrovava postate e taggate su facebook abbracciate al ganzo di turno.

Nel lavoro, era sfigato.

Anche se il padre non l’aveva mai aiutato a fare i compiti, né poteva farlo la madre, che aveva l’intelligenza di una tartaruga e diceva sempre si, lui si era impegnato e il diploma all’alberghiero se l’era conquistato.

Era uno chef, a tutti gli effetti di legge, per cui quando aveva inviato i primi curricula, i ristoranti della zona l’avevano subito chiamato al colloquio. Lo chiamavano in ordine cronologico, nell’ordine di data in cui il curriculum era arrivato. E nello stesso ordine, dopo una decina di domande andate a vuoto, perché a lui veniva una specie di blocco dello scrittore, che dopo aver detto buongiorno o buonasera, dalla bocca non gli usciva altro, lo congedavano con la solita frase fatta: le faremo sapere. Però, pensava, che cazzo, il cuoco deve stare in cucina dietro i fornelli, mica condurre un talk show!

 Non capiva, non gli entrava in testa di vivere nell’era della comunicazione, l’era in cui tutti devono dare la loro opinione, a volte anche sotto mentite spoglie, che si tratti di essere pro o contro gli immigrati – e cazzo però quelli stanno messi proprio male, peggio di me – o di dare il proprio parere su un argomento scottante come le pareti di un igloo, del tipo ma la donna matura, diciamo intorno ai trentacinque, la può mettere o no la minigonna?

Eppure con i social network se la cavava benino: certo ogni tanto qualche scivolone di grammatica ci stava. Che sempre l’alberghiero aveva fatto.

E poi era sfigato e basta.

Mai una volta che fosse riuscito a beccare il grattaevinci giusto. Ma lui che ne sapeva che c’era una probabilità su sei milioni e rotti di trovarsi tra le mani proprio quello giusto. Mai una volta che gli fosse capitato di trovare per terra o nell’autobus una banconota sostanziosa. Per dire, se avesse trovato 50 euro, avrebbe segnato la data sul suo calendario con un tag preciso: NON SONO UNO SFIGATO oppure LA SFIGA NON ESISTE, OGGI HO TROVATO 50 euro.

Lui non lo sa, ma sfigato com’è, capace pure che i 50 euro potevano essere falsi e che al momento di spenderli si sarebbe trovato in un bel guaio.

Così, non avendo più esperienza di un canguro che si perde a Nuova Dheli, di quella raccomandata di un avvocato che lo citava in giudizio come testimone, non ci aveva capito granché – che poi, meglio dirlo, quelle citazioni mica tutti le capiscono.

Giusto quel tanto che bastava, quella mattina, a farlo arrivare in Tribunale giusto in tempo per infilarsi nell’ascensore senza nemmeno sapere a quale piano salire.

Su Chiara Francesca Pellicoro De Candia

Chiara Francesca Pellicoro De Candia
Nasce a Taranto, ma vive a Gioia del Colle. Sposata, da qui il doppio cognome che le piace proprio, tre figli. Ha sempre sofferto della sindrome del dover essere, che non esiste ma riassume bene la sua personalità e le sue scelte, perché mentre una parte di lei esercitava la professione di avvocato, l’altra parte continuava a scrivere e a sognare di diventare una vera scrittrice. La produzione è sempre stata cospicua ma tenuta al caldo in file e cartelle. Fino a quando una rivolta, ben organizzata dai suoi personaggi, l’ha costretta a uscire allo scoperto. Parecchio narcisa, lo si capisce da questa minibio narrata in terza persona. Se voleste sapere cosa ha scritto, qualche notizia la trovate sui social. Basta digitare il nome completo. Le piace tantissimo discutere, soprattutto su un interrogativo irrisolto: perché il mondo è così affollato di cretini? Non ha mai letto un romanzetto rosa, perché durante l’adolescenza i suoi miti erano l’Oriana e Edgar Allan Poe. ( Personalità contorta? Sono d’accordo). E come si dice qui in Puglia: mè, avast mò.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.