GREGORIO

Gregorio, detto kafka dagli amici, oltre ad avere il nome del protagonista della “Metamorfosi”, aveva la chioma così nera, lucida e compatta, che se ne avessi visto la testa solo da dietro, avresti immediatamente pensato ad uno scarafaggio. E poi aveva anche una sfrenata passione per le automobili, che con la metafora della “Metamorfosi” ci calzava a pennello.

Ma la passione era una cosa, la realtà tutt’altra.

La passione la sfogava per lo più accumulando pile di riviste del settore, perché lui, un’auto, non ce l’aveva.

Gregorio non aveva un lavoro. Fino a qualche anno prima, e per circa dieci anni, era stato operaio a tempo indeterminato, il che era una certezza per la vita, in una ditta di brunitura del metallo. Era una piccola azienda a conduzione familiare, dove il capo si occupava prevalentemente degli affari finanziari e amministrativi; suo figlio Felice invece era poco produttivo per via dei soldi di papà e della sfrenata passione per un rocker americano. E lui, Gregorio, operaio poco specializzato ma lavoratore indefesso, anche ben pagato a dirla tutta.

Non avendo famiglia da mantenere, dei soldi ne faceva quel che voleva, il che significava acquistare auto usate, a volte malmesse, rimetterle in sesto spendendo una discreta quantità di denaro per poi rivenderle perdendoci sempre qualcosa. Ma non riusciva a resistere alla tentazione dell’occasione. Certo non aveva ancora abbandonato il sogno di comprarsi un’ auto nuova fiammante appena prodotta. Ma non riusciva mai a decidersi e soprattutto non riusciva a fare a meno di innamorarsi repentinamente di quella che, ammiccante come non mai, lo irretiva dal parcheggio di una delle tante concessionarie.

Il dieci maggio di due anni prima, entrato in tabaccheria per far la scorta di sigarette e chewing gum, il tabaccaio, non avendo moneta sufficiente a dargli il resto, gli aveva offerto a prezzo scontato il biglietto di una lotteria. Quel biglietto non riusciva a venderlo per nessun motivo, nessuno lo voleva per via del numero che portava stampato in un angolo: il diciassette. Erano tutti convinti che sarebbero stati soldi buttati al vento, perché con quel numero di certo non avrebbero vinto.

Gregorio non si accorse nemmeno del numero nefasto del biglietto, lo prese, ringraziò e tornò al lavoro.

La sera, uscito dall’azienda, dopo una rapida e non molto accurata doccia, per via della psoriasi infestante che l’uso degli acidi gli aveva procurato, se ne andava alla sua trattoria preferita, due isolati più avanti.

Quella sera il menù del giorno prevedeva risotto ai funghi, salsiccia in salsa aigrette e frutta di stagione. Era solo una trattoria, e anche a buon mercato, e lui non si era mai lamentato. Qualche volta aveva pure rimorchiato, ma niente di che; niente che lo inducesse a rivederle o farci un pensierino più serio. Aveva infilato la mano nella tasca del giaccone, per prendere le sigarette e insieme al pacchetto era venuto fuori il biglietto. Lo guardò sconcertato, e stava per riporlo dove lo aveva preso, con l’intenzione di guardarci dentro al caldo della sua casa. Ma cambiò idea: tanto che cambia? Qui o a casa, è un pezzo di carta destinato al cestino.

Lo grattò con l’unghia del mignolo, che si teneva lunga come fosse un cacciavite di emergenza: prima i suoi numeri, poi, quasi tutti insieme, i numeri vincenti.

Quattro su quattro: totale della vincita duecentocinquantamila euro. Una cifra spropositata, una cifra che manco in un sogno. Non si scompose più di tanto, il cuore ce l’aveva forte, non rischiava nulla. Si rimise in tasca il biglietto, pagò con la solita carta di credito, e se ne andò a casa. Doveva riflettere. Innanzi tutto doveva capire come incassare la somma dallo stato, cosa che ignorava del tutto. A chi chiedere con sicurezza? Al direttore della banca? A un avvocato? A un notaio?

Era confuso.

Il giorno dopo chiamò in azienda, e chiese una settimana di ferie. La segretaria si meravigliò, ma non ebbe nulla da dire. Era un diritto che esercitava poco, il Gregorio.

Prima ancora di decidere chi consultare, non poté fare a meno di farsi un giro davanti alle migliori concessionarie dei dintorni: il desiderio dell’auto nuova ora poteva prendere forma, quindi perché non iniziare a farsi un’idea?

La vide subito: una Maserati azzurra, quattrocento cavalli quattrocento, motore V8. Bellissima e potente, ma, saggiamente, la scartò. Costava la metà della vincita e mantenerla gli sarebbe costato troppo.

Scartate Maserati e Lamborghini, (la Ferrari non era di suo gusto ) si diresse al concessionario delle tedesche. Più abbordabili nel prezzo e nel mantenimento.

Dopo aver deciso che quello sarebbe stato il primo e forse unico acquisto, che di altro non aveva bisogno, si decise a dirigersi finalmente allo studio legale che aveva scelto a caso, sull’elenco telefonico.

Lo studio legale Nocella Abbadessa e affini, nonostante il nome altisonante, non era che un umido e quasi buio locale in zona molto periferica. Il che avrebbe dovuto già suggerire il livello della professionalità dei ridetti titolari. Che poi il titolare era uno solo, certo Gaspare Nocella che accolse il nostro fortunato vincitore come e meglio di come avrebbe accolto il papa, se solo il papa avesse mai avuto una simile intenzione. 

Gregorio, appena accomodatosi, estrasse il biglietto dal portafogli.

«Vengo subito al dunque: come le ho accennato al telefono, ho un biglietto vincente della lotteria, e ho bisogno di sapere come fare per incassare la somma vinta. Tutto qui».

L’avvocato Gaspare Nocella, che mai aveva trattato affari di quel genere, ma che mai avrebbe rinunciato alla parcella che già vedeva rischiarare il tunnel nero e profondo del suo conto corrente, si esibì in una specie di triplo salto mortale doppiamente carpiato che la sua  – scarsa – capacità dialettica gli consentiva, assicurando al suo miglior cliente che lui si sarebbe occupato di tutto.

«Bene» – fu il commento di Gregorio- «credo che debba fare  una fotocopia del biglietto, per avere  i riferimenti, giusto?» 

L’avvocato non avrebbe saputo dire se fosse giusto o no, ma sapeva esattamente cosa fare in quel momento.

«Si, mi dia il biglietto che faccio la copia».

C’era una porticina, nell’angusto locale, e dietro quella l’avvocato Nocella scomparve con il biglietto in mano. Gregorio ebbe un attimo di paura: e se quello scappa con il biglietto? Ma poi si rese conto che l’unica uscita dal locale era garantita dalla porta finestra dalla quale era entrato. Rassicurato sul fatto che il biglietto non sarebbe uscito da lì senza di lui, si guardò un attimo l’unghia cacciavite, e decise che quando avesse avuto i soldi della vincita si sarebbe regalato un giro dalla migliore estetista della città.

Nel frattempo l’avvocato Nocella era tornato e gli porgeva il biglietto: Gregorio non riuscì a trattenere un sospiro di sollievo, che non passò inosservato all’allampanato avvocato.

Ma tanto per dare di sé un’immagine professionale, il che equivaleva a mostrarsi preparato, lo guardò e disse: «sa che ora che ci penso, se proprio vogliamo essere sicuri penserei a una consegna del biglietto al Ministero delle Finanze. a Roma, per essere assolutamente certi della sua consegna all’ufficio competente». Gregorio ci  pensò un attimo. Ma se era così semplice, perché avvalersi di un legale? Ci andava lui, a Roma. Quando lo disse all’avvocato, senza omettere di chiedergli a quanto ammontava il fastidio per quelle due chiacchiere, quello gli regalò un sorriso da un dente del giudizio all’altro e gli disse: «ma no, si figuri, per così poco!»

Gregorio, che non aveva mai avuto a che fare con avvocati e simili, e non conosceva nemmeno le barzellette che sugli stessi circolavano dai tempi di Cicerone tipo quella “perché i serpenti non mordono gli avvocati? Cortesia professionale”, non sospettò nulla.

Oggi per Gregorio è una giornata particolare. Deve testimoniare nella causa contro il sedicente avvocato Gaspare Nocella, che come nel gioco delle tre carte, quel famoso pomeriggio nel suo pseudo studio legale aveva consegnato a Gregorio la fotocopia a colori – davvero fatta bene, gli avevano detto al Ministero quando era andato per riscuotere la vincita – e si era scialato la vita per due anni, con i duecentocinquantamila euro. Ci era voluto non poco, al (vero) avvocato che Gregorio aveva officiato per rintracciarlo. E per fortuna che tutto sommato il signor Gaspare Nocella, di anni 39, oltre a non essere un vero avvocato non aveva, diciamo così, il dono della suprema intelligenza. Ubriacato dalla montagna di soldi che non aveva mai visto in vita sua né avrebbe rivisto mai, aveva lasciato tracce dei suoi movimenti che nemmeno Pollicino.

L’avvocato si è tanto raccomandato che si tagliasse quella orrenda unghia del mignolo, che poi dall’estetista non ci era più andato. Non avendo altri occhi che per le auto usate, Gregorio non si è mai accorto nemmeno di avere nell’armadio null’altro che vecchie tute. Per l’occasione ha dovuto acquistare un abito, una camicia bianca e una cravatta. E anche un dozzinale profumo.

Così, appena entrato nell’ascensore del tribunale, gli altri cinque occupanti, che avrebbero volentieri fatto a meno di quella ingombrante e maleodorante presenza, si sono schiacciati contro le pareti del mezzo locomotivo. Ma Gregorio detto kafka ha altro per la testa.   




Su Chiara Francesca Pellicoro De Candia

Chiara Francesca Pellicoro De Candia
Nasce a Taranto, ma vive a Gioia del Colle. Sposata, da qui il doppio cognome che le piace proprio, tre figli. Ha sempre sofferto della sindrome del dover essere, che non esiste ma riassume bene la sua personalità e le sue scelte, perché mentre una parte di lei esercitava la professione di avvocato, l’altra parte continuava a scrivere e a sognare di diventare una vera scrittrice. La produzione è sempre stata cospicua ma tenuta al caldo in file e cartelle. Fino a quando una rivolta, ben organizzata dai suoi personaggi, l’ha costretta a uscire allo scoperto. Parecchio narcisa, lo si capisce da questa minibio narrata in terza persona. Se voleste sapere cosa ha scritto, qualche notizia la trovate sui social. Basta digitare il nome completo. Le piace tantissimo discutere, soprattutto su un interrogativo irrisolto: perché il mondo è così affollato di cretini? Non ha mai letto un romanzetto rosa, perché durante l’adolescenza i suoi miti erano l’Oriana e Edgar Allan Poe. ( Personalità contorta? Sono d’accordo). E come si dice qui in Puglia: mè, avast mò.

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