Diario di una maratona #17 - La caduta degli stronzi

Diario di una maratona #17 – La caduta degli stronzi

Alla fine è successo, sono capitombolato a terra come uno stronzo. Il misfatto è accaduto al diciannovesimo chilometro su ventuno corsi ad un ritmo sostenuto. Proprio sulla via di casa, a circa duecento metri dal mio portone, sono caduto a terra in un amen e in molti cristoni. Vi tranquillizzo subito: non mi sono fatto pressoché nulla. Ah, speravate di sì? Allora: non mi sono fatto nulla uccelli del malaugurio dal volo radente perché i cieli vi schifano. Quello che vorrei proporre sono alcune considerazioni sparse sull’accaduto.

Innanzitutto faccio presente che, nonostante la stanchezza, ho miracolosamente mantenuto i riflessi che mi hanno permesso di portare le mani avanti e non schiantarmi di muso. Non solo, con un’agilità che credevo persa nel lontano ’96 e che rivendico con ferocia nelle peggiori sbronze ho turnicato su me stesso e mi sono rimesso in piedi in una mossa. Dunque questi allenamenti a qualcosa hanno portato: un refuso di agilità giovanile, una memoria fisica di ciò che è stato, un motivo di prolungamento della malinconia che ormai aveva lasciato il posto all’astio senile, il canto di un cigno immaginato che era davvero anatroccolo ma l’hanno ingannato con il buonismo riservato ai deboli.

L’atteggiamento che ho adottato subito è stato subito quello di guardare sull’asfalto cosa potesse avermi fatto ruzzolare. Non ero affatto sicuro di non essere inciampato da solo, ma la dignità che ho sempre cercato di mantenere in pubblico da sobrio mi ha imposto un atteggiamento di certezza del dolo. Questo mi ha confermato quanto i paradigmi di società ed educazione democristiana mi siano entrati nelle vene, spingendomi a simulare una dignità che mi pregio di perdere, per altro senza freni, solo quando mi sbronzo, mascherando dietro l’alcol un disagio dello stare al mondo grande quanto la mia ipocrisia.

Due ciclisti dall’altra parte della strada si sono fermati e mi hanno chiesto se andasse tutto bene. Di sicuro il mio orgoglio non mi avrebbe permesso di rispondere nient’altro che sì, anche nel caso mi fossi rotto qualcosa. E questo la dice lunga sul terreno da cui sono sbocciato, temo non solo io, talmente pieno di letame, anzi di diamanti, che la caduta è vista come un abominio da allontanare. Già cadere è disdicevole, ma se ti capita di cadere devi almeno essere in grado di risollevarti al più presto, perché la retorica vuole che si possa anche cadere, fermo restando che i veri vincenti non lo fanno, ma quel che conta è rialzarsi. Cadere e rimanere per terra è da perdenti ed essere perdenti è un problema, come se non fossero necessari i perdenti per avere i vincenti: altrimenti contro chi vincono? Non sia mai rimanere spauriti a terra e piangere di frustrazione ed, eventualmente, dolore, ammettere di voler rimanere giù perché su non ci si riesce a stare e, magari, non si vuole.

Infine quali segni possiamo leggere nell’accaduto? Forse il fatto di essere caduto a poco dalla meta significa che crollerò a un mese dalla gara. Essermi schiantato a due passi da casa mi ha indicato come la via vecchia, quella del divano, non doveva essere lasciata per una novità dura e ostile. Non aver compreso la dinamica della caduta mi dice di quanto non ci abbia capito un cazzo a mettermi in gioco in questa cosa e come stia capendo ancor meno andando avanti. Gli dei della corsa mi hanno dato un saggio di quel che mi combineranno in gara, un avvertimento giocoso ma chiaro. O, più semplicemente, un Pesci non può affrontare la durezza dell’asfalto, è fatto per scivolare senza attriti.

O forse semplicemente devo stare più attento, echecazzo.

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Su Agafan

Agafan
Aga la maga; racchetta come bacchetta magica a magheggiare armonie irriverenti; manina delicata e nobile; sontuose invenzioni su letto di intelligenza tattica; volée amabilmente retrò; tessitrice ipnotica; smorzate naturali come carezze; sofferenza sui teloni; luogo della mente; ninfa incerottata; fantasia di ricami; lettera scritta a mano; ultima sigaretta della serata.

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