Joker, la danza sulle scale

Io, tu noi. E Joker

Finalmente mi sono dedicata alla visione del film che – anche per lui finalmente – ha portato Joacquin all’Oscar.

Per quanto Joker sia il noto personaggio nato con i fumetti della DC Comics, l’oscar l’avrei dato anche agli sceneggiatori che hanno saputo, con grande maestria, prelevare il personaggio, sfrondarlo degli elementi fumettistici e dargli una nuova e reale connotazione. Una persona sofferta, dalla vita sbagliata e non per sua colpa; una sofferenza psichica che lo induce a immaginare la riscossa – sia pure al negativo – attraverso gli omicidi. 

Aborriamo la violenza per principio, ma chi ha protetto Arthur/Joker dalla violenza gratuita e feroce altrui? La madre, il comico famoso che si prende gioco di lui e lo sbeffeggia, il presunto amico che lo incastra regalandogli una pistola e l’illusione dell’amicizia e della invincibilità. Il sistema che taglia i fondi al welfare, lasciandolo senza medicine. Sono loro gli attori protagonisti della vita di Joker.

La violenza originaria, che lo ha poi fatto confinare in un ospedale psichiatrico e a cui non ha potuto sottrarsi.

Il film è  un affresco dei più grossi difetti della società odierna, pervasa da un pensiero e da una filosofia che non possiamo far finta di non vedere. Quel pensiero e quella filosofia per cui i più deboli sono destinati all’oblio, vittime innocenti dell’indifferenza e del fastidio che certe minoranze, certe elìte provano ed esibiscono. In questo senso tutti possiamo trovarci nelle condizioni di Joker.  Ci vuole molto poco. 

I governanti planetari che ragionano sulle macroaeree, sui grandi numeri e che puntualmente confinano, nella discarica del dimenticatoio, chi più avrebbe bisogno di essere supportato. Di essere visto. Grande fu Saramago quando descrisse l’umanità cieca. 

Il lavoratore che perde il lavoro e finisce sotto i portici della stazione.

La madre profuga che vede morire il figlioletto nelle stesse acque che rappresentavano la salvezza sperata, la difesa da altre e potenti cecità.

Le migliaia di anziani lasciati morire di Covid perché l’algoritmo del profitto ha deciso così. 

Le donne vittime di violenza fino alla perdita della vita per mano del compagno, perché le sue denunce sono rimaste inevase, inascoltate nel labirinto della burocrazia giurisdizionale, o che la forza di denunciare non l’hanno avuta in virtù di quell’altro algoritmo diabolico che è “cosa penseranno di me”, ma anche per la paura di un futuro incerto e oscuro, a cui le nostre istituzioni ancora non sono in grado di approntare un rimedio, una soluzione valida per tutte. 

E poi le piccole ingiustizie quotidiane, che incidono come l’acqua sulla roccia negli animi e nelle coscienze di chi, come Joker, un giorno prende un’arma e uccide. 

La mente umana è potente e ingarbugliata, ma anche tanto fragile. I circuiti possono saltare e il black-out è dietro l’angolo.

Certo non possiamo aspirare al Paradiso Terrestre, ma a una vita dignitosa e meritoria, si.

Esattamente quella che a Joker è stata negata.

 

 

Su Chiara Francesca Pellicoro De Candia

Chiara Francesca Pellicoro De Candia
Nasce a Taranto, ma vive a Gioia del Colle. Sposata, da qui il doppio cognome che le piace proprio, tre figli. Ha sempre sofferto della sindrome del dover essere, che non esiste ma riassume bene la sua personalità e le sue scelte, perché mentre una parte di lei esercitava la professione di avvocato, l’altra parte continuava a scrivere e a sognare di diventare una vera scrittrice. La produzione è sempre stata cospicua ma tenuta al caldo in file e cartelle. Fino a quando una rivolta, ben organizzata dai suoi personaggi, l’ha costretta a uscire allo scoperto. Parecchio narcisa, lo si capisce da questa minibio narrata in terza persona. Se voleste sapere cosa ha scritto, qualche notizia la trovate sui social. Basta digitare il nome completo. Le piace tantissimo discutere, soprattutto su un interrogativo irrisolto: perché il mondo è così affollato di cretini? Non ha mai letto un romanzetto rosa, perché durante l’adolescenza i suoi miti erano l’Oriana e Edgar Allan Poe. ( Personalità contorta? Sono d’accordo). E come si dice qui in Puglia: mè, avast mò.

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