Diego. Il numero 10.

Nove ambulanze parcheggiate fuori dalla sua abitazione non sono bastate per rianimarlo, e oltre quel cancello un mondo che perde un mito, un sogno.
Diego Armando Maradona non c’è più, si è spento nella sua casa in Argentina dove stava passando la convalescenza dopo l’intervento chirurgico alla testa di poche settimane fa.
 
Il cuore non ha retto, si è fermato improvvisamente dopo anni di imprese sportive e abusi di vario genere.
Tutti noi abbiamo pensato almeno una volta che stava esagerando, che si stava buttando via, che di vita ne abbiamo una sola e tutte le chiacchiere che si dicono quando si parla di certi argomenti. Ma più di tutto, ognuno di noi lo ha viata fare quello che sapeva fare meglio, rendere magica la palla che aveva tra i piedi.
In Argentina i prossimi tre giorni saranno di lutto, a Napoli forse, fino a che la Terra esisterà.
 
Lo si doveva prendere per quello che era, Diego, nel bene e nel male: quel bambino cresciuto nei sobborghi di Buenos Aires che ha scoperto che con il pallone ci sapeva fare che poteva andare lontano.
Aveva la capacità di fare meraviglie ma è stato grande anche nel travalicare il rettangolo di gioco, diventando una sorta di dio pagano per tutti quelli che di calcio capiscono poco.
Mito come Marilyn o Elvis, immaginato immortale, e forse ora che se ne è andato, immortale lo sarà davvero, osannato a prescindere, raccontato nei film o nei libri che si aggiungeranno a quelli già esistenti.
 
Quel piccolo grande uomo con il numero 10 sulla schiena, due cifre che pesano come un macigno e ne decretano la responsabilità, che ha saputo farsi amare da intere generazioni che magari non lo hanno nemmeno mai visto giocare.
 
E si continuerà a chiedersi se fosse più forte lui oppure Pelè, eterno dualismo transgenerazionale che non avrà mai una risposta obiettiva.
 
È stato un messia che camminava nei vicoli, che amava divertire e divertirsi, che univa le folle come quando venne presentato nel 1984 a Napoli e la gente lasciò il lavoro e corse allo Stadio San Paolo pagando mille lire per poterlo vedere. Fu amore a prima vista.
 
Napoli che la domenica si dimenticava della crisi, della camorra e correva a vedere “el Pibe de Oro”, Napoli che, probabilmente, dedicherà il suo tempio del calcio a questa leggenda e che ha sempre avuto un modo di dire divertente che lo osannava, cioè che “a Napoli tre cose sono importanti, la Madonna, San Gennaro e Maradona”.
 
E allora, non vorrei scomodare altre divinità ma  proprio lui che era soprannominato la “mano di Dio” chissà se sta già isegnando a qualcuno a palleggiare.

Su Clara

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Sono cresciuta a libri,moda e rock'n'roll. Mangio arte fin da piccola e ho sempre saputo che mi sarei occupata dell'immagine in tutto quello che la riguarda. Dopo i canonici anni di Liceo Artistico frequento l'Istituto Marangoni e l'Accademia del Lusso e della Moda a Milano dove spazio tra creazioni, styling e scrittura di settore. Ho una passione per il vintage a cui do una seconda vita, riutilizzando accessori e complementi d'arredo la cui immagine si stravolge e ne esce completamente rinnovata, la linea si chiama Resurrection Design, un nome che è tutto un programma, ma soprattutto una filosofia sulle possibilità. Scrivo, disegno e dispenso consigli su quello che sarà cool, una sorta di guida semiseria di quello che fotografo in giro per la City con l'occhio marcato dall'eyeliner e che racconto come se fosse una storia. Rido tanto, sogno molto e macino chilometri...ma sempre con un certo stile!

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