Le mie 5 canzoni di Fabrizio de André

Fabrizio de André è, forse, uno dei cantautori più citati (spesso a sproposito) del panorama musicale italiano. E chi sono io per sottrarmi a ciò? Ecco dunque la mia personalissima top five relativa al cantautore genovese

Tutti sanno chi è Fabrizio De André e tutti, persino a livello personale, ne potrebbero formulare una loro personalissima visione. Del resto, e non certo per colpa sua, dopo la morte è diventato una sorta di simbolo. Dire: “Io ascolto De André” ora più che mai è un gesto connotativo, un po’ come quello che fanno molti ragazzini quando si mettono la maglietta col faccione di Guevara. L’unica differenza è che De André, rispetto all’argentino (ma anche rispetto a cantautori più “schierati, come Guccini), è un simbolo molto più trasversale. Impegnato, senza dubbio, ma anche maledetto, difficile, misterioso. Tutti possiamo trovare in lui (o in quello che crediamo di sapere di lui) qualcosa che rispecchi una parte della nostra personalità (che poi è quello che in genere chiediamo ai nostri “miti”). Se ci si pensa, esiste un De André buono per ogni occasione: c’è l’alcolizzato, l’anarchico, il borghese, il musico, il puttaniere, il santo, il genio, il venditore di fumo, il misantropo, la voce degli ultimi e così via. Scegliere cinque canzoni della vastissima e soprattutto elevatissima produzione musicale di De André è pressoché impossibile senza lasciare fuori altre decine di altrettanto degne papabili. Fortunatamente, il bello della musica e dell’arte tutta è che la si può valutare oggettivamente, ma è solo a livello soggettivo che diventa veramente immortale. Per cui, turatevi il naso ed ecco le mie 5 canzoni di Fabrizio de André con annessa motivazione.

La Domenica Delle Salme – Che cos’è l’italia degli ultimi 30 anni? Questo. Non un’immagine di più, non una di meno.

Dolcenera – Canzone che ammetto, non ho capito fino in fondo. Il significato mi sfugge, ma non è importante perché lì dentro, trova posto il verso più sensuale che io abbia mai ascoltato.

“ma la moglie di Anselmo sta sognando del mare,

quando ingorga gli anfratti si ritira e risale

e il lenzuolo si gonfia sul cavo dell’onda

e la lotta si fa scivolosa e profonda”

Khorakhanè (A forza di essere vento) – Qui c’è un sacco di roba: il concetto di libertà, l’identità personale spogliata dal peso delle cose e ridotta all’essenziale, il viaggio inteso come necessità primaria e, soprattutto, il ritratto di un popolo che, per tradizione, storia e cultura è ben diverso dall’immagine che ne abbiamo noi. Bellissima.

Il Gorilla – Vabbè, qui io rido ogni volta che l’ascolto. Sebbene si tratti della traduzione di una delle prime composizioni di George Brassens, Il Gorilla resta  il racconto geniale di un contrappasso tutto italiano.

Don Raffaè – In questo caso, a dire il vero, De André c’entra poco. È vero che è la prima sua canzone con cui sono entrato in contatto (la scoprii nell’estate del 1991) ma, a parte questo, allora non ne compresi minimamente il significato. Ero troppo piccolo, lo Stato, la mafia, i boss, neanche sapevo di che si parlava. La mia attenzione era tutta su ‘sto Ciccirinella che con quel nome, mi stava tanto simpatico.

Ricordo però che Don Raffaè me la faceva ascoltare sempre mio zio, la metteva su quando mi portava in giro con la sua macchina, una Lancia Prisma grigia. Facemmo tutta l’estate con la musica di Don Raffaè. Poi qualche tempo dopo mio zio morì che neanche aveva 30 anni e quella tarantellina e quelle passeggiate in macchina sono il ricordo più nitido e bello che mi è rimasto di lui.

Su massimo miliani

Ho il CV più schizofrenico di Jack Torrence, per questo motivo enunciare qui la mia bio potrebbe risultare complicato. Semplificando, per lo Stato e per l'Inpgi, attualmente risulto essere giornalista.

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