Gianni Celati – Comiche

Comiche di Gianni Celati è un carosello di personaggi e situazioni dall’andatura meravigliosamente sbilenca. Il diario di un maestro perseguitato in un luogo imprecisato e da persone strambe, azioni che finiscono in bagarre raccontate in una lingua singhiozzante e ricca come solo la lateralità sa esserlo. Credetemi quando vi dico che di questo testo sentite la mancanza pur senza saperlo.

Nunzia Palmieri, nella ben fatta e utile postfazione, ci racconta da quali interessi dell’autore nasce il libro: gli slapstick movies americani (i film come quelli di Stan Laurel & Oliver Hardy, di Buster Keaton e dei fratelli Marx), la letteratura inglese e James Joyce in particolare, le scritture manicomiali passate da un amico. Le parole di Nunzia Palmieri chiariscono ed esplorano e danno un aiuto tra l’interessante e il fondamentale. Eppure questo libro è un’esperienza che va al di là di ogni razionalizzazione, anche se naturalmente per arrivare ad un caos del genere ci vuole molto criterio organizzativo, è necessario avere le idee più chiare di quelle che arriva ad avere il lettore.

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Il filo conduttore del libro? Non ce l’ha. Non è vero. Forse ce l’ha. Personalmente l’ho intravvisto nella liquidità, la stessa che permea poi la vita anche se spesso mal digerita, difficile inoltre da riportare su pagina le poche volte che a qualcuno salta fuori l’intenzione. Comiche si presenta come il diario scritto dal protagonista, in realtà scritto e cancellato e strappato e scritto; un diario che il maestro sente l’esigenza di scrivere, in cui gli altri personaggi vogliono entrare ma rimproverano al maestro di scriverlo, tutti vogliono leggerlo e molti correggerlo, tanti cercano di disturbare mentre viene scritto e alcuni entrano nella stanza per seguirne l’andamento; e dopo tanta importanza e tutto il centro dell’attenzione catalizzato finisce come finisce nell’ultima parola del libro.
Dove si svolge la vicenda? Nell’albergo vicino al mare Bellavista, o in un ospedale psichiatrico, o in una prigione, o a tratti in tutti questi luoghi o in nessuno di questi. Forse non importa poi molto perché quel che conta è come i luoghi vengono vissuti ed è possibile vivere uno stesso luogo in diversi modi in diversi momenti
Chi sono i protagonisti della vicenda? Il maestro che scrive di sicuro, ma chi è? La sua identità viene minata da ogni direzione, lo chiamano con un nome che non si riconosce e non è certo in quale nome si riconoscerebbe. Perseguitato dagli altri avventori  e da un fantasma e da altri sconosciuti, o almeno così si sente, perseguitato ovunque: nella stanza, in spiaggia, nel giardino. Che poi altri tre maestri in realtà desiderano fargli sposare la direttrice Lavinia Ricci ai fini di installare una dittatura di maestri e quindi rientra nei loro piani; anche il fantasma di Fantini lo disturba eppure in qualche modo sembra averlo eletto, lo ha scelto come portavoce anche se lo vorrebbe spingere in direzioni non ortodosse. Gli altri gli mandano pure sogni nella notte, nemmeno la dimensione onirica è al sicuro dalle intenzioni degli altri. E poi lo stesso maestro perseguiterebbe forse a sua volta se non fosse così impegnato a sentirsi perseguitato.
Tutto intorno personaggi contrassegnati da manie e ambiguità, anch’essi con identità non sempre stabili. Un vorticoso carosello di uomini e donne, fantasmi e presenze indecifrate che alloggiano nella casa di cartone e hanno a che fare con il diario. Le situazioni che si vengono a creare finiscono poi sempre in bagarre, in situazioni assurde e grottesche proprio come impongono le comiche. Più che di dialoghi ai limiti del senso è questione di corpi, di azioni, di botte senza troppe conseguenze, di gesti insensati, di inseguimenti.

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E come rendere sulla pagina tutto ciò? Magari esistono modalità più ortodosse, ma Celati ci regala una scrittura dalla struttura pericolante, singhiozzi di frase, invenzioni lessicali. Si tratta di un procedere sbilenco e fantasioso che restituisce pensieri insicuri, intenzioni abbozzate, visioni buffe, inciampi delle azioni, insicurezze strutturali. Qui sotto l’incipit, tanto pescherei ovunque bene:

C’era un ignoto nella notte dal giardino il quale senza tregua mi rivolgeva verbigerazione molesta e irritante dice: – schioppate il professore. E: – schioppatelo Otero Otero Aloysio Aloysio. Come a colpire con voce da spavento e pretese strane mettermi in grave stato d’agitazione non si capisce il motivo. Intende si vede prima di svegliare di soprassalto aggiungendo ansia alla sorpresa per il fracasso di certi bidoni da lui rovesciati nell’oscurità. E tornata la quiete mandava dopo a me un sogno pessimo dove apparentemente scendevo da una finestra come ladro.

Si tratta di un libro che straconsiglio, di cui non sapevo di sentire la mancanza finché non l’ho letto, anzi no, da qualche parte dentro di me ne sentivo la mancanza anche se non sapevo dare forma al vuoto, per fortuna ci ha pensato Gianni Celati.

L’edizione Quodlibet fa seguire al romanzo alcune pagine che lo stesso Celati ha riscritto, vien da dire che sia naturale non sentire mai a posto un testo del genere. In questa riscrittura ci sono riferimenti sessuali più decisi, una scrittura leggermente riavvicinata all’ortodossia pur senza perdere il carattere, alcune aggiunte alle vicende e alle ragioni dell’agire. Personalmente preferisco la versione che ho letto, anche se naturalmente, della riscrittura, avrei tenuto riferimenti sessuali più espliciti, d’altronde sono un italiano medio.

Gianni Celati, Comiche, Quodlibet Compagnia Extra

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Su Giuseppe Ponissa

Aga la maga; racchetta come bacchetta magica a magheggiare armonie irriverenti; manina delicata e nobile; sontuose invenzioni su letto di intelligenza tattica; volée amabilmente retrò; tessitrice ipnotica; smorzate naturali come carezze; sofferenza sui teloni; luogo della mente; ninfa incerottata; fantasia di ricami; lettera scritta a mano; ultima sigaretta della serata.

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