Furore Steinbeck, il racconto di un popolo in fuga

Furore – John Steinbeck

Furore di John Steinbeck racconta della drammatica desertificazione delle campagne del Mid West Americano negli anni 30 e del viaggio di intere popolazioni alla ricerca della salvezza in California. Ma soprattutto descrive in maniera spietata (e così tanto attuale) alcune delle più profonde peculiarità dell’animo umano

Che cos’è Furore

Si sono spesi fiumi di parole su Furore (The Grapes of Wrath, in lingua originale) di John Steinbeck. Considerato unanimemente un Great American Novel, vale a dire un romanzo in grado di raccontare lo spirito degli Stati Uniti in un determinato contesto storico, si può accostare per importanza a pochissimi titoli: tra questi il contemporaneo Il Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald e il ben più recente Pastorale Americana di Philip Roth.

Una pietra miliare insomma, che in Italia arrivò nel 1940 tradotto da Bompiani (ma tagliuzzato dalla censura fascista) e solo nel 2013 la traduzione di Sergio Perroni ce lo ha consegnato nella sua integrale bellezza. 

Il libro, scritto in soli cinque mesi e pubblicato nel 1939 è tratto da The Harvey Gypsies (tradotto a il Saggiatore come I nomadi, 2015) – una serie di sette articoli di denuncia dei problemi dei migranti in California firmata da Steinbeck con foto di Dorothea Lange per il “San Francisco News” nel 1936 (la foto in alto è la celebre Migrant Mother, una delle foto più famose degli ultimi 80 anni) e racconta il viaggio drammatico dei Joad, una delle tante famiglie del Mid West che, costrette dalla penuria dei raccolti (flagellati dalle dust bowls, tempeste di sabbia) e dai risultati a lungo termine della crisi del 29, si riversarono in massa sulla celebre (oggi, per altri motoristici motivi) Route 66 per raggiungere la California. Un esodo che li condusse in una condizione ancora peggiore, sfruttati dai grandi proprietari terrieri dell’ovest, emarginati e praticamente privati di qualsiasi diritto. Quella degli Okies, termine dispregiativo con cui venivano bollati i migranti, è una delle pagine più drammatiche dei primi anni del secolo americano, conseguenza diretta di una crisi che il New Deal di Rossevelt fece non poca fatica ad arginare. 

Che cosa ci lascia il romanzo di Steinbeck

Definire però Furore semplicemente un romanzo di denuncia è un errore enorme, perché Steinbeck non solo descrive un contesto storico ben preciso, ma riesce a trascinare il lettore nel dolore di questa gente in fuga sulla Route66, frastornata dal rumore dei trattori, impregnata della polvere alzata dal vento di questa grande arteria americana, e lo fa con una sapienza tale che è impossibile non rimanerne colpiti. Ma che dico colpiti, letteralmente scioccati. E non mi riferisco solo alle celebri, minuziose descrizioni dei paesaggi con cui Steimbeck sembra animare le pagine che teniamo tra le dita profumandole di terra, sudore e cherosene, ma parlo di qualcosa di ancora più viscerale, umano. 

Qualche anno fa Alessandro Baricco portò in Rai una lettura del libro definendone la sua fruizione oggi una sorta di rito collettivo in cui tutti noi potremmo e dovremmo riconoscerci. Ed aveva perfettamente ragione. 

Perché Steinbeck con Furore non ha denunciato solo un fatto, non solo ha reso giustizia a un popolo che fu mutilato dei suoi diritti più elementari, ma è sceso in profondità portando alla luce le più ancestrali caratteristiche dell’animo umano. Del resto, la grande letteratura per definirsi tale non può prescindere da elementi metastorici, vale a dire situazioni che restano immutate o, più facilmente, si ripetono identiche al passare delle epoche. Ecco, l’Eterno Ritorno di Furore è dedicato esclusivamente alla natura umana, alla sua capacità naturale di vomitare ferocia contro chi è più debole. 

E in questo c’è tutta l’attualità di questo libro, che avrebbe benissimo potuto raccontare alcune delle situazioni politiche e sociali che stanno deflagrando (o sono già deflagrate) nel nostro recente contesto storico. Ma se Steinbeck è stato preciso come un bisturi nel raccontare il peggio dell’animo umano, descrivendo con precisione la crudeltà naturale “del più forte”, ha d’altro canto saputo calarsi anche in chi questo peggio lo ha subito, i “deboli”, quelli che generalmente per noi occidentali sono sempre gli altri. Il suo vero capolavoro, infatti, è stato quello di riuscire a raccontarci il cambiamento radicale che il dramma della Grande Depressione innesca nei protagonisti, i quali, chilometro dopo chilometro, sopruso dopo sopruso, abbandonano progressivamente “l’io” per fondersi in un “noi” solidale, qualcosa di altrettanto ancestrale alla crudeltà, eppure così profondamente umano e che poco ha a che vedere con la legge scritta sui libri. 

Come avrete notato, non ho voluto addentrarmi in analisi di trame e personaggi. Non perché non ne sia all’altezza (beh, anche per questo, in effetti) ma perché in fondo non è così fondamentale farlo. Se lo avete già letto lo saprete già, ma se mai vi avrò convinto a farlo vi renderete conto che le storie di Tom, Casy, Ma Joad e tutti gli altri diventeranno per voi qualcosa di troppo personale, di troppo vostro, perché un estraneo possa suggerirvi una qualsivoglia chiave di lettura.

Non aggiungo altro se non una delle frasi più famose e ferocemente belle del libro, la pronuncia Tom, il protagonista, alla madre: “… io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. […] Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì. Se Casy aveva ragione, be’, allora sarò negli urli di quelli che si ribellano… e sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta. E quando la nostra gente mangerà le cose che ha coltivato e vivrà nelle case che ha costruito… be’, io sarò lì.”

John Steinbeck – FuroreBompiani

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Ho il CV più schizofrenico di Jack Torrence, per questo motivo enunciare qui la mia bio potrebbe risultare complicato. Semplificando, per lo Stato e per l'Inpgi, attualmente risulto essere giornalista.

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