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La solitudine di Matteo – Giovanni Robertini

La solitudine di Matteo di Giovanni Robertini apre spazi di immaginazione e riflessione oltre la quotidianità, lanciando alcuni interrogativi. Il grande pregio del libro è quello di porre la domanda sulle nostre identità senza ricorrere ai cliché che troppo spesso affaticano i romanzi che affrontano questioni di prosaica quotidianità.

La solitudine di Matteo di Giovanni Robertini

Alla battuta gaberiana, “io non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me”, sono state offerte troppe variabili e alla fine si è disperso il senso filosofico che il grande maestro del teatro canzone aveva attribuito a quell’indicazione. Frase profonda ed ambigua può essere accondiscendente o euristica in base a chi la pronunci.

La solitudine di Matteo, nuovo romanzo di Giovanni Robertini, giornalista, autore di libri, articoli, programmi televisivi, documentari, sembrerebbe ispirarsi a questa massima, se non fosse che ad una lettura più approfondita si scopre che il tendere dell’intero romanzo sia assolutamente altrove. Forse più che cercare l’altro in me, nel libro troviamo la ricerca dell’origine delle identità, dell’altro e di noi stessi

Leggendo la quarta di copertina o fantasticando sul titolo, Matteo è un nome che in questo periodo si presta a molti rimandi, si potrebbe pensare in qualche modo ad un libro in cui la figura del politico del livore sia centrale, ma non è così. Almeno, non è del tutto così.

Il romanzo si apre con lo spaccato quotidiano di un quarantenne milanese che ha appena chiuso una relazione dopo moltissimi anni, sicuramente la relazione più importante della sue vita. Le parole non sono amare nel descrivere la chiusura della relazione, non c’è neanche pentimento. C’è rassegnazione, paura di scomparire, la scoperta del tempo che passa, l’irreversibilità dell’età anagrafica. Da questa solitudine emerge una figura a metà tra vita pubblica e privata del protagonista.

Quello che sembra un simulacro alla televisione si chiama Matteo esattamente come la voce narrante, ed è il politico con maggiore esposizione mediatica durante il periodo del racconto. Il successo del politico Matteo sta nella capacità di dare voce a tutte quelle persone che si sono sentite escluse dal favoloso mondo contemporaneo, così ipocritamente politically correct.

Ed è esattamente a questo punto che Matteo il politico incontra il Matteo narratore della vicenda, grazie ad un ricordo. I due Matteo hanno frequentato lo stesso liceo milanese, le stesse aule e, ovvio, le stesse ragazze e compagni di classe. Questo punto di incontro tra le due biografie scatena nel narratore una riflessione su quali siano le cause del livore, della solitudine, delle  scelte politiche che compiamo o abbiamo compiuto.

La solitudine di Matteo

Spazi d’immaginazione oltre il quotidiano

L’operazione che Giovannini compie è così sottile e ricca di sfumature che si può decidere di cogliere o meno come spunto di riflessione. La vicinanza anagrafica, biografica e spesso geografica delle tre figure centrali del romanzo, ovvero Matteo il politico, Tilla la ex del narratore e naturalmente il narratore stesso, funge da geografia del desiderio e dell’appagamento, una sorta di cosmogonia che finisce col dettare caratteri e decisioni in ogni ambito della vita pubblica o privata.

La capacità di leggere i contesti e le cause produce una spiegazione degli elementi e del loro confrontarsi fra essi. Come in una astrologia sociologica, ovviamente detto con grande ironia, Robertini ci porta a scoprire lati comuni di una generazione ben precisa che ha un suo tratto comune nel confronto con l’altro, ma nella forma nell’odio, della paura, della diffidenza.

É interessante quando il narratore ricorda un’intervista ad un partigiano effettuata, durante una trasmissione televisiva, in cui il vecchio combattente poneva l’accento su come una delle molle scatenanti della lotta al Fascismo fosse il bullismo dei suoi rappresentati, quella espressione che inevitabilmente fa pensare ai tempi della scuola e alla nostra età di formazione.

La solitudine di Matteo ha il grande merito di non cadere eccessivamente nel racconto ricurvo su sé stesso, aprendo anzi spazi di immaginazione e riflessione oltre la quotidianità e lanciando alcuni interrogativi. Il grande pregio del libro è sicuramente quello di porre la domanda sulle nostre identità senza ricorrere a cliché né positivi, né negativi, che troppo spesso affaticano i romanzi che affrontano questioni di prosaica quotidianità.

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Su Andrea Labanca

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Andrea Labanca cantautore, laureato in filosofia e performer, ha scritto tre album impregnati di letteratura. "I Pesci ci osservano" disco della settimana di Fahrenheit Rai RadioTre e "Carrozzeria Lacan" ospitato a Sanremo dal Premio Tenco. Ha collaborato con diversi scrittori (tra cui Aldo Nove e Livia Grossi) e ha lavorato come attore per Tino Seghal. Quest’anno è uscito il suo terzo album, “Per non tornare”, racconto noir-poetico in chiave elettro-vintage.

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