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La professione del padre, ovvero l’anno della Trap.

La professione del padre, ovvero l’anno della trap

In un film del 2003 per la regia Andrej Zvjagincev, Il Ritorno, si vedeva un padre piombare in mezzo alla vita di due adolescenti che non avevano mai conosciuto questa figura, ne tanto meno il signore che si dichiarava tale. Senza tante parole, senza gesti particolarmente gentili, in una Russia desolata e fredda virata al viola, l’uomo conduceva i due perplessi ragazzi in un week-end di pesca decisamente imprevisto. Il ritorno vinse il Leone D’Oro a Venezia e in molti videro nel film la metafora di una terra senza padri, orfana dell’ideologia e di una direzione.
Il tema apriva in anticipo sui tempi italiani una questione che da lì a pochi anni sarebbe diventato centrale nella discussione culturale del nostro paese. L’assenza di padri, l’inadeguatezza di molti di loro, la fragilità del rapporto figlio-padre spinsero il sempre puntuale Massimo Recalcati a scrivere uno dei suoi libri più belli, Cosa resta del Padre. Nel libro il pensatore lacaniano descriveva in senso freudiano la figura del Padre, intesa quindi come limite, confine, linea di demarcazione fra ciò che è la legge morale e il mondo della pulsioni. Un padre Super-Io che attraverso il limite costruisce la via al confronto e quindi alla costruzione della propria trasgressione esistenziale.
Le parole di Recalcati condite da ottimi esempi letterari e cinematografici, da Cormac McCarthy a Clint Eastwood, raccontavano la perdita, l’assenza di ruolo.

Ma che fare se il ruolo è interpretato in maniera sbagliata dall’attore principale?
Alla domanda ha cercato di rispondere, senza rispondere davvero, il libro che più ho amato quest’anno La professione del Padre di Sorj Chalandon, giornalista francese che si è occupato soprattutto di guerra nella sua carriera. Uscito nel 2015 ma edito da noi solo quest’anno grazie all’attenta casa editrice Keller, Profession du père nel titolo originale è una storia che inquieta sin dalle prime pagine. Un bambino innamorato del padre, viene introdotto in un mondo completamente inventato, fatto di guerre e cospirazioni a cui solo il Genitore e suo figlio hanno accesso. Un mondo fatto di bugie e conflitti internazionali che casualmente toccano sempre il Padre, come se quest’ultimo avesse il boccino del mondo in mano. Un figlio che cresce in ombra, schernito e ferito dalla follia di un padre che non mette il naso fuori dal suo cervello.
Un libro duro, durissimo, che non consiglierei neanche al mio peggior nemico, per le lacrime che è in grado di farmi rimanere dentro, eppure semplicemente eccezionale.
Il tema mi ha evidentemente colpito molto, perché qui la figura del padre è spostata spazialmente e temporalmente. È un padre ricordato quello di Chalandon, un padre malato (forse) che comunque forgia un figlio, un padre da superare ma anche da capire per potersi salvare la vita.
Se mi chiedessero se questo libro è scritto bene faticherei a dire soltanto sì o no. Le parole di Chalandon arrivano come piccole didascalie scolpite nel piedistallo di statue ancestrali e archetipe che prescindono e precedono il concetto di bellezza formale.

Il libro di Chalandon mi piace ricordarlo come il miglior libro letto quest’anno anche perché mi permette di ricordare un altro libro che tangenzialmente tocca il tema del padre e che ho amato molto: L’età della tigre.
Ivan Carozzi ha collezionato una lunga serie di riflessioni sul mondo della Trap. Come si potrebbe immaginare sbagliando, il libro è scevro da ogni confronto o giudizio. L’età della tigre fa scorrere riflessioni e momenti strappati dalla cronaca nel lungo fiume della scoperta di un epoca misteriosa e fastosa come quella che stiamo vivendo. Ma Carozzi si occupa proprio di cosa c’è dietro il fasto, dietro il Bosco Verticale, dietro la passione per gli orologi d’oro, dietro tutto quel lusso buttato in faccia di cui fanno ostentazione i nuovi eroi della Trap.
Mi ha colpito molto un passaggio abbastanza lungo del libro in cui Ivan Carozzi si chiede dove sono finiti i padre della Trap. Già, perché se le madri vengono costantemente citate, i padri sono assenti e quando compaiono lo fanno per essere derisi.
Un assenza pesante quella del Padre, un rapporto in cui non compare neanche il conflitto, quindi tanto meno la sacrosanta uccisione della figura per distaccarsene. Questa mancanza si sente perché la Trap non è più trasgressione. È ostentazione, sfoggio, senso della rivalsa, ma non più trasgressione. I limiti sono caduti e con essi anche la possibilità di trasgredirli, con buona pace di chi ancora si ancorava ad essi per tracciare una mappa del mondo dai confini precisi e definitivi. Il teorema di Recalcati è compiuto, anche se in direzione opposta.

L’anno appena passato mi viene da dedicarlo proprio alla figura del Padre. Sperando che sia di buon auspicio per tutti coloro che stanno facendo i conti con la paternità o l’essere figlio.

Buon 2020.

In questo pezzo abbiamo parlato de Il Ritorno di Andrej Zvjagincev, di Cosa resta del padre di Massimo Recalcati e d La professione del Padre di Sorj Chalandon. Li trovate tutti a questi link.

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La professione del padre, ovvero l’anno della trap ultima modifica: 2019-12-30T17:11:09+01:00 da Andrea Labanca

Su Andrea Labanca

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Andrea Labanca cantautore, laureato in filosofia e performer, ha scritto tre album impregnati di letteratura. "I Pesci ci osservano" disco della settimana di Fahrenheit Rai RadioTre e "Carrozzeria Lacan" ospitato a Sanremo dal Premio Tenco. Ha collaborato con diversi scrittori (tra cui Aldo Nove e Livia Grossi) e ha lavorato come attore per Tino Seghal. Quest’anno è uscito il suo terzo album, “Per non tornare”, racconto noir-poetico in chiave elettro-vintage.

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