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Il cane di Giacometti – Stefano Raimondi

Il cane di Giacometti di Stefano Raimondi è un libro che tocca corde profonde e lascia una bella sensazione di fragilità ed insieme di orgoglio per chi ha sempre cercato la bellezza prima dell’ordine.

Artigiano della parola

“Aiutateci a stare in pace”.
Lo dicevano le cose fuori posto.

Incontro Stefano Raimondi alla presentazione del suo ultimo libro, Il Cane di Giacometti, opera seconda della trilogia dell’abbandono dopo Per restare fedeli edito nel 2013 da Transeuropa. La libreria di Lecco, Libri Volanti, ospita il poeta milanese e una piccola comunità di giovani lettori, oltre a curiosi fra i quali mi annovero io.
La prima impressione è quella di piacevole scoperta vista la giovane età dei ragazzi e la profondità delle domande, la seconda è una conferma di come Stefano Raimondi interpreti il lavoro del poeta come quello di un artigianato della parola, dove si cesella, si raffina e soprattutto si racconta un percorso poetico, senza false modestie e con grande pragmatismo.

“Ci siamo lasciati qui
da questa parte.
Ci siamo dimenticati qui
come per salvarci.”

Raimondi racconta di aver fatto teatro, spiega come sia importante leggere le poesie in un certo modo quando lo si fa ad alta voce. Ad un certo punto chiede ad una ragazza che vuole fargli un domanda su una poesia di rileggere la poesia, ma le dice di farlo piano, di rispettare il tempo della scrittura e lei stessa, oltre a tutti gli astanti, rimane colpita di come la poesia prenda un’altra forma liberata nell’aria con le dovute modalità.

Il cane di Giacometti di Stefano Raimondi

In questa ricerca dello spazio, a mio avviso, si comprende la profondità della poesia di Stefano Raimondi, un lavoro di riordino del quotidiano. Non è un caso che Il cane di Giacometti dia una sensazione fortissima di poesia-spaziale, legata al luogo in cui è scritta, in cui ogni oggetto è un rimando ad una precisa ricerca poetica.

Spiegando la sua poesia, Raimondi racconta della polvere che si annida sempre in punto particolare della casa, un punto noto solo a chi abita la casa. Ecco quel punto è l’intimità del poeta con lo spazio e la sua bidimensionalità, uomo fra uomini visionario nel quotidiano.

E la porta tiene tutto dentro
come fosse una frase rimestata
e si ritorna fuori per svegliarsi,
come fossimo noi persiane
appena aperte, sole appena entrato
di mattina per dire: “Non è vero,
non è successo mai”.

E di questo trovare lo spazio adatto, l’ordine di un mondo disordinato, è intrisa la prima parte, ma non solo, de Il cane di Giacometti, intitolata Non è vero non è successo mai. La sensazione di questo primo capitolo è quella della ricerca di un perdono, forse non per qualche colpa da espiare ma dalla condizione stessa dell’esistenza.
Compaiono in questa prima parte la paura del buio e dell’abbandono, ma sono presenti come parti di un percorso naturale di vita, che carica di dolore ma anche di pragmaticità il poeta.

Stefano Raimondi

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Il tombino

Li ho visti raccontare
storie ai tombini
favole agli incroci
Incubi alle grondaie

Nella seconda parte del libro, Il fiato tondo dei tombini, compare invece questa figura simbolica del tombino che, oltre ad entusiasmare, apre sull’abbandono come scelta, come fuga. Spiega il poeta durante l’incontro che il tombino è una figura forte in quanto presente nel quotidiano ma che apre alla fuga, anche per definizione del resto. Il tombino presente sulla strada che facciamo per andare a casa è, per evidenza concreta, la possibilità di scappare e di immaginare un viaggio verso altri luoghi esotici, una sorta di exit strategy dal quotidiano che pure è inserita nella nostra esperienza di tutti i giorni.

Qui compaiono riflessioni importanti sulla propria posizione nella città. Il bisogno di Stefano Raimondi appare quello di trovare una connessione fra la vita coordinata della città e un pezzetto che forse vuole solo essere dimenticato o essere lasciato al suo posto. Qui l’abbandono diventa a mio avviso, ricercato, voluto, addirittura invocato.

Si guardano fino a bastarsi

Sognatori in città

Il Pianista zoppo e la gobba claudicante, terzo episodio del libro, è invece l’incarnazione della poesia di Raimondi attraverso queste due figure che chiedono di essere abbandonate, o forse lo sono state troppo presto,  che in una singolare unione trovano il loro posto nella città, un posto caldo attraverso cui osservare mentre “fuori ci si spartisce il secolo”.

Si sentono racconti
che non sono ancora storie
ma il femore li tiene dritti.

Chiude il libro il capitolo intitolato Cuore-Atlante, una sorta di apertura in extremis dopo un viaggio interiore. Qui la poesia si fa creazione di un gruppo originale, chiamata alla partecipazione per una sorta di Armata Brancaleone che si era persa o mortificata nella città. “Non si finiscono mai i sogni/ Non si finiscono mai le fiabe” questo è il succo centrale dell’ultima parte del libro in cui una speranza si alza proprio dagli ultimi pezzi che non avevano trovato posto nell’ingranaggio. Forse saranno proprio i sognatori a trovare altri spazi o ad abitare meglio ciò che già che conosciamo.

Un libro che tocca corde profonde quello di Stefano Raimondi e che lascia una bella sensazione di fragilità ed insieme di orgoglio per chi ha sempre cercato la bellezza prima dell’ordine.
Impossibile non riconoscere nella poesia di Stefano Raimondi un valore anche politico, ma politico interno, viscerale, sottolineato del resto anche dalla citazione iniziale di Giancarlo Majorino, amico e confidente del poeta milanese.

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Il cane di Giacometti – Stefano Raimondi ultima modifica: 2018-11-09T08:43:13+00:00 da Andrea Labanca

Su Andrea Labanca

Andrea Labanca cantautore, laureato in Filosofia e performer, ha scritto due album impregnati di letteratura. "I Pesci ci osservano" è stato disco della settimana dì Fahrenheit Rai RadioTre e "Carrozzeria Lacan" è stato ospitato a Sanremo dal Premio Tenco. Ha collaborato con diversi scrittori (tra cui Aldo Nove e Livia Grossi) e ha lavorato come attore per Tino Seghal. Ora è in uscita il suo terzo album.

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