Bitches Brew. Il capolavoro di Miles Davis che ha rivoluzionato il jazz - George Jr. Grella

Bitches Brew. Il capolavoro di Miles Davis che ha rivoluzionato il jazz – George Jr. Grella

Bitches brew. Il capolavoro di Miles Davis che ha rivoluzionato il jazz di George Jr. Grella racconta cosa è successo di straordinario durante quelle session che ha reso così maestoso Bitches Brew, una gigantesca perla.

Bitches brew. Il capolavoro di Miles Davis che ha rivoluzionato il jazz di George Jr. Grella

Ci sono dischi che segnano epoche, per ragioni diverse e con contenuti differenti. Non solo il contenuto del disco può essere rivoluzionario, ma anche la modalità con cui un grande lavoro discografico viene realizzato.

Oggi il disco, con questa accezione si vuole comprendere una vasta categoria di prodotti che vanno dal vinile al cd, è percepito come un oggetto commerciale in forte crisi, forse addirittura antiquato per certi versi, superato dalla fruizione digitale della musica, ma non dimentichiamo che l’entrata nella storia del supporto vinilico cambiò totalmente l’approccio di operatori e musicisti non più di cinquant’anni fa.

Tutte questa tematiche compaiono in maniera approfondita e minuziosa nell’opera che George Jr. Grella ha deciso di dedicare al grande capolavoro (qui le parole contano) del genio del jazz Miles Davis.

Grella non sprofonda nell’elogio incondizionato ad un’artista che potrebbe anche meritare l’encomio anzi, puntualizzato cosa sia stato per la musica contemporanea Miles Davis, il musicologo americano ci fa entrare dentro l’epoca in cui Bitches Brew è stato concepito, suonato e finalizzato. Tre processi per niente scontati almeno nella realizzazione di questo album.

Bitches Brew e il jazz

Dal mio punto di vista, con grande intelligenza, Grella pone da subito nelle prime pagine un inquadramento su cosa sia stato il jazz in America e cosa sia stata la musica di Miles Davis. Due strade gemelle fuor di dubbio.

Un distinguo importante che Grella fa saltare all’occhio immediatamente è la funzione culturale che il jazz ha avuto in America, troppo spesso considerato frettolosamente dai cultori europei la musica classica d’oltre oceano. Definizione anche lusinghiera ma che non coglie una specificità importante, soprattuto nella carriera di un’artista come Miles Davis: il jazz è improvvisazione, ricerca ma anche voglia di far muovere i culi di un popolo che ha bisogno del beat per sentirsi a proprio agio.

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Stabilito a grandi linee come vada recepito un disco jazz, bisogna chiedersi se  Bitches Brew sia un disco jazz. Qui la risposta di Grella è giustamente complessa e articolata, tendente però a vedere nel capolavoro di Davis un profilo più complesso e moderno che sconfina in molti altri generi e con altre aperture.

Bitches Brew ha un impianto rock, addirittura Grella ricorda che  fu accolto come un strappo commerciale nella carriera di Davis (del resto è ancora ad oggi il disco più venduto di “jazz”), nonostante l’approccio al disco e tutta la sua lavorazione abbiano avuto un atteggiamento quanto meno distante da quello di chi cerca produrre musica “vendibile”.

Bitches Brew, la gigantesca perla

E allora che cosa è successo di straordinario durante quelle session che ha reso così maestoso Bitches Brew?
Di cose ne sono successe molte e le scoprirete con grande agio leggendo le pagine ben scritte di Grella, ma qualcosa va sottolineato anche in questa sede.

È successo che Davis da grande artista tradì il jazz, devoto alla registrazione live di musica che si poteva riprodurre in una sala da ballo, aprendo alla sperimentazione in studio come tecnica creativa. Tradotto, Davis e Toni Macero, produttore del disco, iniziarono a lavorare sulla possibilità di gestire delle registrazioni live come colori in una tavolozza, combinandoli e spostandoli in una seconda fase di lavoro, inventando un mixaggio che non era semplice equilibrio delle tracce, bensì costruzione di un suono.

Anche solo questa caratteristica basta a spiegare perché Bitches Brew sia il disco citato come modello da artisti iper-contemporanei come Thom Yorke (ascoltate il suo ultimo Anima per esempio), David Byrne o Sonic Youth. Davis inventò con Bitches Brew una musica astratta fatta per essere consumata, immaginata come un’opera a sé che nulla aveva a che fare con la performance. 

Il libro che Grella ci accompagna nella complessità di un’operazione come quella di Bitches Brew in cui ebbe certo un’importanza notevole il collage creativo fatto al tavolo del mixer da Davis e Macero, ma senza dimenticare che le session di improvvisazione, da cui il materiale grezzo venne elaborato, era suonato da quello che sarebbe stato il gotha del jazz internazionale tra cui John McLaughlin, Joe Zawinul, Herbie Hancock, Jack DeJonette, Chic Corea.

Musica concreta, astratta, influenzata più da Stravinsky e Reich che da i jazzisti dell’epoca, Bitches Brew rimane una gigantesca perla nella storia della musica del novecento come ben descrive Grella: 

Immaginiamo un’ostrica con tante conchiglie una dentro l’altra, come una matrioska, e una perla luccicante al centro. In venticinque anni di musica, Miles era riuscito a schiudere quelle conchiglie, una dopo l’altra. E la perla che lo aspettava era Bitches Brew.

George Jr. Grella – Bitches brew. Il capolavoro di Miles Davis che ha rivoluzionato il jazzMinimum Fax
Traduzione: Michele Piumini

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Su Andrea Labanca

Andrea Labanca cantautore, laureato in filosofia e performer, ha scritto tre album impregnati di letteratura. "I Pesci ci osservano" disco della settimana di Fahrenheit Rai RadioTre e "Carrozzeria Lacan" ospitato a Sanremo dal Premio Tenco. Ha collaborato con diversi scrittori (tra cui Aldo Nove e Livia Grossi) e ha lavorato come attore per Tino Seghal. Quest’anno è uscito il suo terzo album, “Per non tornare”, racconto noir-poetico in chiave elettro-vintage.

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