David Foster Wallace, La Scopa del Sistema

Un personaggio femminile bellissimo, una storia che non è una storia e, su tutto, la meravigliosa capacità di Wallace di saper ricavare l’essenza più pura da ciò che apparentemente è marginale. Un libro che forse non piacerà al tipico lettore da “ombrellone” ma, se provate a farlo vostro, saprà aprirvi mondi infiniti

Su David Foster Wallace ho già fatto outing tempo fa. Non me ne vogliano gli appassionati, ma davvero, fino a un anno fa neanche lo conoscevo. Cioè, sapevo chi era, ovvio, sapevo che era morto presto e sapevo pure che piace tanto ai giovani hipster nostrani. Quest’ultima cosa la so perché –e dopo questa mandatemi pure affanculo– il suo nome è citato in una canzone de I Cani (Hipsteria, per l’appunto). Poi, per caso (il mio “per caso” di solito è uno sconto in libreria), sono capitato su “Una cosa divertente che non farò mai più” ed è stato come un lampo nel buio. Prima ho iniziato ad innamorarmi del Wallace saggista (dopo il primo ho divorato “Il rap spiegato ai bianchi” e la raccolta “Considera l’aragosta“), scoprendo nel suo stile quella rara -oltre che irresistibile- commistione tra ironia e acume in grado di incollarti alle pagine e senza alcuna possibilità di smettere. E poi sono passato ad altro…

Cosa vi piace di un libro

La scopa del sistema, dunque, è il primo romanzo “vero” che ho affrontato dell’autore statunitense. Da vero ignorante confesso di aver scelto questo titolo rispetto al più celebrato Infinite Jest, semplicemente perché uno, non c’è nulla di più erotico di una donna che mangia a letto (foto di copertina azzeccatissima), e due, perché la foliazione de La Scopa del Sistema è esattamente la metà di Infinite Jest e la vita mi ha insegnato che prima di impegnarsi seriamente, è il caso di fare le cose per gradi. 

Ma ora, veniamo al libro:

Bruttissimo.

Anzi no, bellissimo.

Dipende infatti da quello che volete da una storia. Fate parte di quella tipologia di lettore che si sente rassicurato solo dalla presenza di uno svolgimento ben definito e che, da una risma di pagine, ha bisogno necessariamente di un rimando immediato? Allora La Scopa del sistema non vi piacerà. Anzi, vi farà incazzare di brutto per la mancanza pressoché totale di trama, per l’assenza quasi snervante di una qualsivoglia svolta narrativa, per il soffermarsi certosino su dettagli che lì per lì sembrano avere il peso specifico del nulla cosmico.

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Se invece, al cospetto di un’opera, siete disposti a impegnarvi a tal punto da accoglierne tutto, anche quello che c’è di più nascosto, allora La Scopa del Sistema vi farà battere il cuore di stupore tanto quanto il perdersi, per poi ritrovarsi, nelle strade di una grande città. 

 La Scopa del Sistema non è un libro che si risolve con una letta e via. Va affrontato e va rimuginato, poi va lasciato sul comodino per un po’ e poi, con calma, va ripreso. 

Partiamo dalla trama: il motore di tutto è la scomparsa della bisnonna di Lenore, la protagonista, e con lei lo studio di un farmaco miracoloso in grado di accelerare lo sviluppo del linguaggio nei neonati. Ma questi accadimenti si scoprirà ben presto non essere altro che una semplice cornice che fa da collante a qualcosa di molto più complesso. La storia non si trova certo lì, quella, per restare in tema, è solo la prima sorsata. Il vero fulcro di tutto sono i personaggi disegnati da Wallace: dei folli miscugli di manie, paure e insicurezze, tutti ossessivamente bisognosi di un contatto umano e tutti così tremendamente incapaci di ottenerlo. In questo colorito carrozzone c’è Lenore (meravigliosa), con i suo vestiti bianchi, le sue Converse nere e le sue fobie igieniste, ci sono i traumi infantili e i deliri di “impotenza” di Mr Vigourus, c’è la protesi ingorda e fattona dell’Anticristo, ci sono le assurde seggiole a rotaia del dottor Jay, c’è la voracia di Mr Bombardini, c’è la bisnonna di Lenore che può vivere solo in ambienti a temperatura costante di 36,5°, c’è la religiosità chimica del pennuto Vlad l’Impalatore. Tutti terribilmente diversi, tutti terribilmente incongruenti, folli protagonisti di un delirante ingorgo di immagini che paiono sfuggire alla narrazione. E poi c’è Cleveland, o meglio, c’è DIO, il Deserto Incommensurabile dell’Ohio, un luogo-non luogo (del tutto artificiale) presenza opprimente dove tutto inizia e tutto finisce. C’è un centralino andato in crash, c’è il tunnel surriscaldato, c’è un operaio cialtrone e ci sono le giornate passate a parlare con le persone sbagliate, c’è l’odore di breccia, c’è Wittgenstein, c’è l’importanza della parola come unico marker dell’esistenza (esiste solo ciò di cui si può parlare). 

Messa così, La Scopa del Sistema, può tranquillamente essere considerato come un magma indefinito da cui è impossibile cavare un senso.

E invece, lo posso assicurare, andando avanti con le pagine il sapore inizialmente ostico  del libro inizia a far intravedere una struttura ben definita e quelle figure, apparentemente sconnesse, trovano coerenza e convergono in un’immagine coesa e chiara. 

Esiste solo ciò che può essere raccontato, predicano Wittgenstein e la nonna di Lenore. Wallace prende questo concetto e ce lo tritura utilizzando come arma proprio le parole, portandole all’eccesso, dipingendoci personaggi estremi e spiegandoci che l’esistenza umana, come prima di lui hanno raccontato i vari Beckett, Tardieu e Ionesco, si costruisce esclusivamente sul tragico, sull’incomunicabilità di fondo, sull’impossibilità, in definitiva, di dare un senso univoco e assoluto alle parole. 

L’importanza dello stile

Dal punto di vista dello stile, Wallace ci trascina in questo viaggio stordendoci di flussi di coscienza narrativi tanto infiniti quanto meravigliosi. Gioca con noi, fermando la nostra attenzione su dettagli periferici, esterni, lasciando la nostra sensibilità sola a riunire quei coriandoli di significato. Per fare ciò DFW ha architettato una “struttura-non-struttura” devastante per le sinapsi (almeno per le mie, messe a dura prova anche dalla lista della spesa), fatta di dialoghi serrati intervallati da silenzi, dialoghi senza indicazione di chi “dialoga”, monologhi interiori, sedute psichiatriche e verbali di sedute psichiatriche, prime persone e terze persone, racconti e spezzoni di racconti raccontati. Insomma, 550 pagine geniali in cui i frammenti di senso (e che senso) sono immersi in un mare di apparente superfluo e dove ogni tassello è legato all’altro con una consequenzialità che si potrebbe definire labirintica.

In definitiva (e se siete arrivati alla fine di questa rece sconclusionata lo avrete capito già da soli), La scopa del sistema non è un libro facile. Ma è un libro bellissimo. Provatelo.

Felicità 75%

Tristezza 40%

Appagamento 90%

Profondità 95%

Indice metatemporale 90%

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Voto finale - 95%

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Su massimo miliani

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Ho il CV più schizofrenico di Jack Torrence, per questo motivo enunciare qui la mia bio potrebbe risultare complicato. Semplificando, per lo Stato e per l'Inpgi, attualmente risulto essere giornalista.

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