Città sommersa - Marta Barone

Città sommersa – Marta Barone

In Città sommersa Marta Barone ha una buona penna, sa incidere attraverso passaggi davvero suggestivi, ma sa anche condurre il gioco con chiarezza e coerenza. Le pagine si muovono tra il vissuto della protagonista, i documenti d’archivio e le testimonianze dei testimoni dando vita ad un romanzo solido.

Città sommersa di Marta Barone

Marta Barone perde il padre e, disseppellendo per caso un documento, scopre di non averlo mai veramente conosciuto. Così comincia la ricerca del ragazzo che è stato suo padre, della Torino degli anni di piombo e, infine, di sé stessa.

Marta Barone ha una buona penna, sa incidere attraverso passaggi davvero suggestivi, ma sa anche condurre il gioco con chiarezza e coerenza. Le pagine si muovono tra il vissuto della protagonista, i documenti d’archivio e i racconti dei testimoni, coloro che al padre hanno voluto bene, dando vita ad un romanzo solido.

Non tutto funziona nello stesso modo. Forse ogni tanto l’autrice perde la bussola del meccanismo di canti e controcanti che lei stessa ha creato, l’incisività è intermittente, la fotografia in controluce di quegli anni non pienamente riuscita. Alla fine però la prova della Barone sa ritagliarsi il proprio spazio nel panorama letterario.

L.B.

I nostri rapporti erano di una cauta semplicità, ma andava bene così. Non è soprattutto di parole superflue e silenzi che è fatta la vita con chi abbiamo amato, quando cerchiamo di ricordarla?

La spinta alla ricerca deriva dal forte desiderio della protagonista di conoscere un uomo, suo padre, che scopre non avere idea di chi fosse. Il padre sbadato, confusionario, lontano (quando aveva quattro anni i genitori si separano) e sostanzialmente banale che Marta ha impresso nella testa si scopre essere stato tutt’altro. Una gioventù vissuta al centro dei movimenti comunisti, battaglie combattute sul campo e un’ammirazione estesa tra i compagni. Non solo, tutta la vitalità, le speranze, i sogni e le disillusioni vissute da quel ragazzo sembrano irraggiungibili per la figlia.

Tanto è vero che Leonardo Barone, in questa ricerca spasmodica, ad un certo punto sulla carta diventa L.B., proprio in virtù della distanza venutasi a dilatare. E Marta tenta con tutte le forze di colmare la distanza, di afferrare almeno una parte di quella personalità complessa e illeggibile, trovandosi a ricostruirla attraverso i pochi documenti disponibili e le testimonianze che annaspano tra ricordi lontani e quindi non sempre affidabili.

La riaffermazione di Leonardo Barone rispetto ad L.B. passa dalla consapevolezza di Marta che il padre che ha vissuto non era un’entità staccata da quella giovinezza, bensì la coerente crescita.

Torino e gli anni di piombo

Il gioco dell’autrice non è mai mascherato, la città sommersa è suo padre, ma anche la Torino in cui ha vissuto fino a pochi anni prima. Una città che porta addosso i segni di lotte intense, infine violente. Segni però che bisogna saper leggere, che Marta non ha mai ravvisato pur passando tutti i giorni per i luoghi incriminati.

Il quadro delle lotte giovanili e comuniste è molto più complesso della caricatura che possiamo farne oggi: dentro quell’ideologia si sono riversati sogni ed energie di una fetta di giovani magari ingenui ma per nulla stupidi. Le testimonianze degli amici del padre si incastrano con la situazione generale che è andata degenerando, fornendo pezzi di un puzzle che non si lascia comporre con facilità, in fondo nemmeno per intero.

Ecco la chimera che scorge chi sa indagare tra le ombre:

[…] E forse avrebbe potuto intravedere sotto un lampione il muso della bestia, i piccoli buchi delle orecchie e gli occhi cisposi e appannati, che si guardavano in giro come ciechi mentre fiutava l’aria per avanzare, e il suo corpo formato da un bizzarro assemblaggio di pezzi di creature diverse incollate insieme, su cui vagavano, come arrivati da un proiettore, brandelli di comunicati in una lingua incomprensibile. Odorava di metallo, sangue e benzina, di adolescenza e putrefazione, e di acre adrenalina guerresca. Scuoteva la testa, la chimera, e gli occhi le si riempivano continuamente di lacrime: era commossa da sé stessa, inebriata dal suo odore.

Marta Barone

Una ricerca come quella portata avanti da Marta non può che essere anche di sé stessa. Ma anche una ricerca che si scontra con la generazione della protagonista, quella che guarda a quegli anni con la distanza di sicurezza apparecchiata proprio dai protagonisti di quel passato prossimo.

La solitudine era una dimensione nuova; come una cattedrale completamente vuota in cui ogni passo aveva un’eco sproporzionata. Bisognava muoversi con cautela, e non prestare troppa attenzione a tutti quegli echi, all’amplificazione di ogni sussurro sotterraneo.

E così ad essere sommersa era anche una parte della personalità di Marta che, a furia di scavare, scoperchia molto più di ciò che pensava, trova qualcosa che le appartiene molto più di quanto pensasse, arriva a specchiarsi su una superficie persino più frastagliata ma più completa.

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Su Agafan

Agafan
Aga la maga; racchetta come bacchetta magica a magheggiare armonie irriverenti; manina delicata e nobile; sontuose invenzioni su letto di intelligenza tattica; volée amabilmente retrò; tessitrice ipnotica; smorzate naturali come carezze; sofferenza sui teloni; luogo della mente; ninfa incerottata; fantasia di ricami; lettera scritta a mano; ultima sigaretta della serata.

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