Missitalia – Claudia Durastanti

Missitalia di Claudia Durastanti romanzo complesso e ambizioso, suggestivo nel suo alto tasso di inafferrabilità, ma allo stesso tempo impregnato di una concretezza terrosa: la sua riuscita è rappresentata dall’impronta che riesce a lasciare più che dall’eventuale perfezione del meccanismo. Un libro che valeva il rischio di scriverlo, per com’è scritto.

Missitalia di Claudia Durastanti

Quando le veniva da piangere, Amanda diceva “I miss America”, e poi spiegava che “miss” significava signorina, una che non si era ancora sposata, ma voleva dire anche mancanza. Nella sua lingua madre la nostalgia si ingarbugliava con la giovinezza, quando una persona non sapeva ancora cosa voleva essere nel futuro e poteva diventare tutto.

Il precedente La straniera non mi aveva convinto del tutto, per quel che vale naturalmente, ma era facilmente rintracciabile la qualità di scrittura dell’autrice; quindi ho voluto riprovare con questo romanzo e ho fatto bene, perché Durastanti firma un libro molto particolare e incisivo. Si tratta di un romanzo complesso e ambizioso, suggestivo nel suo alto tasso di inafferrabilità, ma allo stesso tempo impregnato di una concretezza terrosa: la sua riuscita è rappresentata dall’impronta che riesce a lasciare più che dall’eventuale perfezione del meccanismo. Un libro che valeva il rischio di scriverlo, per com’è scritto.

Il libro è diviso in tre parti che hanno un fulcro comune: la Val d’Agri in Basilicata. Nella prima parte siamo nel periodo in cui si sta facendo l’Italia e Amalia Spada ospita sotto il suo tetto bambine abbandonate dalle famiglie, fuggiaschi e avventurieri. Nella seconda parte, appena conclusa la Seconda Guerra Mondiale, Ada conduce studi antropologici sulle vecchie consuetudini in una terra agognata dalle aziende petrolifere. La terza parte è ambientata in un futuro prossimo in cui al territorio viene assegnata una base di partenza per i viaggi, ormai normalizzati, verso la Luna dove A si stabilisce per inventariare oggetti in disuso.

Le tre storie sono articolate e, pur evidentemente collegate tra loro, riescono ad assumere un valore intrinseco. Si tratta di un romanzo di eventi, accadono molte cose, e questo permette di rivelare un lato accattivante. Alle vicende però vengono legate riflessioni profonde, sia all’interno di ognuna delle parti sia ad uno sguardo più largo che tutte le comprenda. Forse l’ultima parte non ha la stessa forza delle due precedenti, ma rientra a pieno titolo nella composizione, il suo senso non viene smarrito.

Claudia Durastanti propone una lingua ricca e stratificata che muta nell’incedere della scrittura. Assistiamo ad un progressivo concretizzarsi della prosa: nella prima parte è sognante pur ancorandosi alla durezza del mondo narrato, siamo catapultati in una dimensione quasi favolistica, seppur di una favola dura; nella seconda parte, in cui Ada racconta in prima persona, siamo trascinati nel vortice degli eventi di quegli anni incalzanti e il susseguirsi degli eventi si fa meno sognante e più razionale; infine, nella terza parte, leggiamo quasi una fredda cronaca, un resoconto molto più asettico e tecnico. Vediamo la realtà mangiarsi il nucleo magico e sputarlo dopo averlo masticato per guardarlo con incredula nostalgia, mentre la Luna non è più un oggetto misterioso nel cielo ma una prospettiva sulla Terra.

E poi ci sono quei lampi che costellano tutto il percorso, stralci di grande ispirazione che ti lasciano incantato e rivelano un’incisività non comune; perché non sono solo frutto di una scrittura capace di impennate importanti, ma sono anche passaggi fondamentali nel racconto, ritagli espressivi che acquistano valore nel contesto preciso.

Missitalia

A cavallo di tempo e spazio

Gli spunti del libro sono molteplici e spesso nemmeno colti in pieno dalla mia incapacità; eppure è proprio questa suggestione che interroga il lettore a imprimerlo nella mente. Qualcuna delle suggestioni però voglio provare maldestramente a sviscerarla.

Per Amalia Spada c’era qualcosa di romantico nel preferire lo spazio al tempo: i suoi clandestini mettevano la geografia davanti alla storia, perché la geografia era piena di buche in cui si potevano nascondere per accumulare combustibile e prendere la decisone di far saltare tutto in aria, un giorno.

Mentre percorrevamo le strade dissestate, io invece pensavo al fatto che se vuoi rendere vera una bomba, devi cronometrarla. Se vuoi far credere che sta per esplodere, devi metterci sopra i minuti, appiccicarle un po’ di tempo, come se fosse un adesivo con la scritta di un bambino nei giochi di sopravvivenza che a volte si fanno.

C’è un incastro continuo tra spazio e tempo che ripiega verso lo spazio in modo paradossale, dato che la terra di riferimento è una mentre il tempo coperto è ampio. Il tempo non si sviluppa solo tra le diverse parti del libro, ma anche all’interno di ognuna esiste una parabola che trascina le vite verso derive esistenziali. Il tempo cadenza anche tutta la serie di inizi e fini che innervano le vite dei personaggi, un costante stato di ripartenza che offre una dinamica conflittuale senza risoluzione. Mentre al centro rimane la Val d’Agri, presa d’assalto dalle diverse convenienze economiche e politiche, essa permane nel suo nucleo misterioso, un richiamo irraggiungibile che non si addomestica.

L’epicentro geografico attira attenzione anche da molto lontano, da Roma fino alla Luna. Il folklore si presta a narrazioni differentemente accomodate: la scienza tenta di incatenarlo a spiegazioni univoche, l’arte ne vuole cogliere sfumature ancestrali, l’economia lo vuole superare come una resistenza al progresso o recuperare come relitto da museo. Ma il territorio è intessuto delle storie umane che lo percorrono, pulsa del cuore di chi lo abita, ricco di contraddizioni e di passaggi epocali che non possono avere risoluzione ma accompagnamento, soffrendo una perdita d’identità che non viene risanata ma ricerca un adattamento asincrono. La Val d’Acri si fa specchio di chi la guarda, restituendo un riflesso da interpretare.

Esistono poi le storie delle tre donne protagoniste, tre lotte in cerca di un’identità che allontana senza sosta i confini. Amalia che alleva le ragazze nella libertà, cercando di non stringere i legami fino alla dipendenza e lottando contro un progresso sospetto che sa di sfruttamento; saranno le ragazze a detonare le idee originarie di un’Amalia che è andata perdendo le proprie convinzioni nel momento in cui ha visto disfarsi la sua costruzione ontologicamente precaria. Ada che si trova rinchiusa in rapporti che l’hanno formata ma che non permangono, tra amori mai decollati e amicizie di confine; lei che, quando cerca di liberarsi del proprio gioco dandolo in pasto al mondo esterno, si ritrova a non essere riconosciuta, ma che ha percorso intensamente anche ciò che non ha trattenuto. A che cerca una fine in un mondo dove non può esserci e la trova nel modo meno sperato e accompagnata dalla persona più e meno prevedibile allo stesso tempo.

Claudia Durastanti – MissitaliaLa nave di Teseo

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Su Giuseppe Ponissa

Aga la maga; racchetta come bacchetta magica a magheggiare armonie irriverenti; manina delicata e nobile; sontuose invenzioni su letto di intelligenza tattica; volée amabilmente retrò; tessitrice ipnotica; smorzate naturali come carezze; sofferenza sui teloni; luogo della mente; ninfa incerottata; fantasia di ricami; lettera scritta a mano; ultima sigaretta della serata.

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