Manhattan Transfer - John Dos Passos

Manhattan Transfer – John Dos Passos

Se Manhattan Transfer di John Dos Passos è un canto, è dolente. Una sola grande protagonista, la New York di inizio ‘900, riflessa in una miriade di personaggi. Un’ode stonata per una protagonista sporca, pronta a promettere e incapace di mantenere, selezionatrice ambigua in grado frammentare il panorama umano, con la gioia sempre pronta a morire in gola.

Manhattan Transfer di John Dos Passos

Tre gabbiani svolazzano sopra case rotte, bucce d’arancia, torsi di cavolo marciti che galleggiano tra le palizzate scheggiate; onde verdastre schiumano sotto la prua arrotondata dal traghetto che, in balia della marea, rompe l’acqua e la inghiotte, scivola e lento si accosta al molo.


Se si tratta di canto, è dolente. Una sola grande protagonista, la New York di inizio ‘900, riflessa in una miriade di personaggi, con Ellen e Jimmy a fare da collante. Un’ode stonata per una protagonista sporca, pronta a promettere e incapace di mantenere, selezionatrice ambigua in grado frammentare il panorama umano, con la gioia sempre pronta a morire in gola.

Il centro di gravità è la città in cui si affanna un’umanità perennemente in cerca, ma in ogni caso ammaccata, sia i poveri cristi sia gli uomini d’affari. Dos Passos ne segue diversi, senza mai soffermarsi troppo su qualcuno, assecondando il ritmo delle strade, in un circolo che si chiude su se stesso anche quando cerca una via d’uscita.

E così il mostro tentacolare avvinghia i propri cittadini, intrappolandoli in un labirinto da cui solo uno riuscirà a scappare. Si tratta di un romanzo corale, nella misura in cui i coristi cantano un unico pezzo e proprio nella terra delle individualità, l’individuo si ritrova incastrato in un meccanismo diabolico, una cappa schiacciante.

Scrittura cittadina

I treni sono lucciole che al crepuscolo fanno la spola nella tela di ragno dei ponti avvolti nella nebbia, gli ascensori salgono e scendono, le luci del porto ammiccano.
Come la linfa al primo gelo del mattino, uomini e donne sgocciolano già dai grandi caseggiati nel quartiere degli affari, folle grigiastre sommergono la metropolitana e spariscono sottoterra.

La resa sulla pagina è molto interessante. Dos Passos utilizza diverse tecniche di scrittura, riuscendo ad aderire alla città, al suo ritmo frenetico, camminandoci con la penna. Il racconto è scandito da fitti stacchi che ci portano a seguire i molteplici personaggi con un’ansia mai doma. Sono i personaggi a condurci in giro per New York, con un focus mai fermo, in un movimento perpetuo e frenetico.

I capitoli sono introdotti da passaggi che tendono ad un maggiore lirismo. Vengono inseriti stralci di giornale, flussi di pensiero e sogni (quelli del sonno) che si incuneano nelle vicende quotidiane, senza fermare mai veramente lo scorrere del tempo e dello spazio, andando ad incastrarsi maldestramente nella realtà, cercando di ritagliarsi uno spazio per cui non esiste il tempo.

Il tutto rende l’affresco molto incisivo, gli anni che passano sono raccolti in un unico fascio, il lettore si trova catapultato in pieno magma. Eppure gli esseri umani spiccano, i loro desideri, le speranze, i fallimenti, sono ben presenti, seppur trascinati dalla corrente viene loro fornita concretezza, certo per poi sgretolarla, ma sono righe che respirano umanità, pur lasciandola col fiato corto.

Terra delle opportunità

“Eh, abbiamo tutti i nostri guai.”
“Ma c’è chi non finisce mai di averne, signore… Sarei felice se potessi tornare nel mio Paese. Questo non è un Paese per vecchi; è buono per i giovani, per i forti, per la gente in gamba, ecco.”


La critica sociale di Dos Passos è scoperta. La terra delle opportunità si rivela avara, disperdendo le energie in un tessuto sociale sfaldato, liberando il campo per i più voraci appetiti. La fortuna gioca un ruolo fondamentale e alterna gli esiti delle vicende umane senza nessuna traccia di giustizia.

Il sistema capitalistico agguanta i più deboli al collo e li soffoca senza via di scampo. Chi si arrabatta per un tozzo di pane viene abbandonato a se stesso, incapace di inserirsi nella trama si ritrova scarto ai margini del sogno. Chi lavora per la sopravvivenza ha il sogno negli occhi, ma l’incapacità nelle mani, trascinandosi in una quotidianità avara e faticosa.

Ma anche chi possiede il denaro non va da nessuna parte, inaridito da un sogno tanto scintillante quanto vacuo si perde in un turbinio folle e stantio, una giostra che gira sul perno. Perché New York è la sua cappa, la sporcizia lavata da fiumi di alcol, l’infelicità declinata in mille modi, la città dalle mille luci che non illuminano nulla. La terra dove tutto è possibile ma nulla desiderabile.

Tanto diverso da ora?

John Dos Passos – Manhattan TransferBaldini+Castoldi
A cura di: Stefano Travagli

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Aga la maga; racchetta come bacchetta magica a magheggiare armonie irriverenti; manina delicata e nobile; sontuose invenzioni su letto di intelligenza tattica; volée amabilmente retrò; tessitrice ipnotica; smorzate naturali come carezze; sofferenza sui teloni; luogo della mente; ninfa incerottata; fantasia di ricami; lettera scritta a mano; ultima sigaretta della serata.

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