Lingua nativa di Suzette Haden Elgin è una distopia che racconta quanto è già avvenuto, quanto fosse inevitabile che avvenisse. Un racconto di fantascienza che si basa sull’elemento più significativo che abbiamo: la comunicazione, la lingua che utilizziamo per attuarla e le sue implicazioni.
Lingua nativa di Suzette Haden Elgin
Doóledosh: dolore o perdita che giunge come un sollievo, perché mette fine all’attesa del suo arrivo.
Una distopia che racconta quanto è già avvenuto, quanto fosse inevitabile che avvenisse. Un racconto di fantascienza che si basa sull’elemento più significativo che abbiamo: la comunicazione, la lingua che utilizziamo per attuarla e le sue implicazioni. Il potere detenuto da chi impugna lo scettro comunicativo, le gabbie che imprigionano i canali espressivi e il mondo che attorno ad esse si costruisce, le possibilità di abitarlo e le impossibilità di eluderlo.
Nel futuro immaginato nel 1984 dall’autrice, le donne hanno perso i diritti civili e sono proprietà degli uomini che le considerano irrimediabilmente inferiori. Una casta di linguisti detiene potere e ricchezza per la propria capacità di apprendere le lingue aliene utili per i commerci interplanetari. Si tratta di una casta odiata dal resto della popolazione e dai governi che cercano soluzioni alternative per non dipendere dai linguisti nelle trattative. In tutto ciò, le donne dei linguisti, per quanto considerate inferiori, partecipano all’apprendimento delle lingue, acquisendo quindi le competenze necessarie, al fine di utilizzare anche loro nelle trattative. E le donne linguiste si organizzano inventando una lingua tutta loro.
La prosa di Haden Elgin non è prorompente, non ha guizzi particolari e non raggiunge picchi in grado di incidere nell’immaginario. Però la costruzione del mondo e i fatti narrati colpiscono nel segno e sanno depositarsi nei pensieri del lettore, andandolo ad interrogare in continuazione e stimolandolo passo dopo passo. I personaggi sono disegnati in modo vivace grazie a sfumature e contraddizioni che permettono di assorbirli all’interno di un tessuto narrativo ricco di tensione e mobile nonostante le riflessioni che sollecita. Si tratta del primo volume di una trilogia, per ora l’unico tradotto in Italia, per quel che abbiamo in mano vale la pena attendere il resto.
Il potere della parola
I racconti erano narrati di continuo e ricamati con affettuosi dettagli; e tra questi ornamenti spiccavano i gioielli delle Codifiche. Una parola per una percezione che non aveva mai avuto prima una parola tutta sua.
Le donne linguiste, pur considerate inferiori come tutte le donne, sono istruite nelle lingue aliene e impegnate nel lavoro di traduzione tanto quanto gli uomini, con la differenza però di non avere neanche lontanamente gli stessi diritti, sono anzi proprietà degli uomini delle casate a cui appartengono. Le donne sono buone solo per governare alcuni aspetti pratici della casa, tradurre, sfornare figli appena possibile e fino a quando è possibile. Quelle che non sono in grado di figliare possono risiedere nella Casa Sterile, un luogo abitato dalle sole donne. La stella polare di chi detiene il potere è il soldo, quindi le donne sono utili nella misura in cui permettono di ottenere guadagni.
Il potere è detenuto da chi riesce a comunicare con gli alieni in modo da poter portare a termine accordi commerciali, quindi sono i linguisti, uomini, a condurre il gioco e a tenere in scacco i governi. I linguisti uomini detengono però anche il dominio sulle loro donne, non solo sul piano legale, soprattutto sul piano espressivo. Il mondo delle donne è ingabbiato dalla lingua maschile, incapace di creare il proprio spazio, di trovare la propria dimensione. E se non esiste un modo di esprimere sé stessi, i propri pensieri e sentimenti, il mondo che si abita non ci appartiene, l’essere nel mondo è una trappola da cui divincolarsi diviene impossibile, perché traguardo irraggiungibile anche solo nelle possibilità.
Le donne della Casa Sterile lavorano allora ad una lingua segreta per le donne, hanno le competenze per elaborare un nuovo linguaggio che sia alternativo, vitale per le loro esigenze. L’invenzione linguistica si tramuta in invenzione di intenzioni, perché saper esprimere il proprio essere, sentirsi coinvolti nel mondo abitato apre nuovi orizzonti, permette di costruirsi un proprio futuro. La nuova lingua ha bisogno di essere divulgata e crescere con le parlanti, il timore di diffonderla è esso stesso una forma di controllo che ne impedisce la crescita, la formazione vivace di una nuova espressività. Poter dire ciò che si prova fa emergere in pieno i sentimenti e i pensieri, consente di darne forma e affermarsi, e il mondo non rimane più un ostile steccato ma un campo di gioco in cui militare per la propria squadra, in cui accompagnarsi a chi sa vederlo con gli stessi occhi.
Vivere il mondo è un punto di vista, potersi costruire il proprio cambia del tutto la prospettiva.
Suzette Haden Elgin- Lingua nativa – Del Vecchio Editore
Traduzione: Valentina Dragoni, Costanza Fusini