La (in)dicibilità del male. Charlotte Delbo e l'esperienza concentrazionaria - Isabella Mattazzi

La (in)dicibilità del male. Charlotte Delbo e l’esperienza concentrazionaria – Isabella Mattazzi

La (in)dicibilità del male. Charlotte Delbo e l’esperienza concentrazionaria di Isabella Mattazzi è un saggio critico che, grazie alla lettura della poesia e della prosa di Charlotte Delbo, apre ad una riflessione importante su tutta la letteratura concetrazionaria.

La (in)dicibilità del male. Charlotte Delbo e l’esperienza concentrazionaria di Isabella Mattazzi

Finita la Seconda guerra mondiale l’atteggiamento della maggior parte della popolazione europea fu quello di cercare di dimenticare in fretta le cose tremende accadute, in particolare l’immagine dei campi di concentramento. Atteggiamento comprensibile, visto che la vita doveva andare avanti e c’era un continente da ricostruire.

In quel momento di rimozione, come la chiameremmo oggi, iniziarono però ad affiorare gli scritti di molti testimoni oculari delle deportazioni naziste. Opere che all’epoca furono purtroppo archiviate come pagine di lagnanze da dimenticare in fretta, opere il cui profondo valore storico, di memoria e testimonianza non più negabile si colse solo nel tempo.

Oggi, ripensando al valore inestimabile delle pagine scritte dopo l’esperienza del campo di concentramento, possiamo però fare alcune riflessioni su questi scritti, cogliendone ancora di più la profondità grazie al confronto tra punti di vista e scoprendone il valore linguistico di testimonianza.

Il libro scritto da Isabella Mattazzi, va proprio in questa direzione, pur partendo con un intento più dettagliato, ovvero quello di raccontare l’opera poetica di Charlotte Delbo, poetessa, critica, ma soprattutto sopravvissuta al campo dì concentramento. L’autrice francese, poco tradotta in italiano e poco conosciuta nel nostro paese, offre ad Isabella Mattazzi la possibilità di ragionare intorno a punti chiave della letteratura concetrazionaria.

Alcuni nuclei sviscerati nel libro sono il rapporto della verità con la parola scritta, il rapporto della memoria con l’osservazione, il corpo come fonte di memoria primaria e primordiale. Per questo il titolo del libro usa una locuzione volutamente contraddittoria se prestata alla ricostruzione di una esperienza di scrittura: l’indicibile nella possibilità imprescindibile di raccontare.

La (in)dicibilità del male

L’expression de l’inexprimable

Il lavoro di Mattazzi si articola sia per via biografica che di senso, approfondendo poi alcune categorie che potremmo definire ontologiche.

Partire dal racconto biografico ha un preciso impegno nella struttura di questo libro, mostrare come vi sia un prima e un dopo rispetto all’esperienza concetrazionaria, ma anche come il prima influisca sul dopo e viceversa.

Nel raccontare la biografia di Charlotte Delbo è centrale l’esperienza del teatro, sede per antonomasia dell’incontro del corpo con la parola. Un momento di artificio che però pone il problema, per dirla con Strehler, del corpo della parola e del suo spazio.

Raggiungiamo l’esperienza del campo di concentramento grazie alle opere di Delbo che, attraverso diversi espedienti, ci raccontano il mondo del lager in modo diverso da quello di molti altri autori. Quello che interessa Delbo non è la verità, convinta che non si possa raggiungere o che comunque non sia interessante da auspicare in letteratura. La poetessa francese cerca di raccontare la sua esperienza attraverso la veridicità. Il racconto poetico non è interessato a costruire un bollettino fedele del lager, ma cerca di cogliere lo spirito di ciò è accaduto attraverso l’esperienza di un io strappato al mondo e messo nella situazione di limbo fra vita e morte.

Isabella Mattazzi suggerisce come la scelta stilistica dell’estraniamento non sia solo una volontà stilistica, ma racconti fedelmente la sensazione di coloro che, deportarti in un altro mondo, raccontano luoghi e oggetti comuni cogliendone la terribile eccezionalità, il ribaltamento del senso. Esempio preciso di questa scelta di Charlotte Delbo è quello di aprire il suo racconto di Auschwitz descrivendone la stazione che “non è davvero una stazione” perché “se arrivare qui non significa arrivare e partire non implica un successivo tornare, i viaggiatori non possono che essere vittime”.

La (in)dicibilità del male è un saggio critico che, grazie alla lettura della poesia e della prosa di Charlotte Delbo, apre ad una riflessione importante su tutta la letteratura concetrazionaria, offrendo al lettore spunti di meditazione per rileggere alcune delle pagine più importanti scritte da chi l’esperienza del lager l’ha vissuta e ha cercato di trasferirla a futura memoria.

L’expression de l’inexprimable”, espressione di Perec che Mattazzi raccoglie nel suo saggio, diventa un problema ancora più grande col passare degli anni e con il perdersi dei testimoni oculari. Per questo la poetica di Charlotte Delbo oggi più che mai va ritrovata, riletta e comunicata come l’esperienza di una donna tornata dal mondo dei morti.

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Su Andrea Labanca

Andrea Labanca cantautore, laureato in filosofia e performer, ha scritto tre album impregnati di letteratura. "I Pesci ci osservano" disco della settimana di Fahrenheit Rai RadioTre e "Carrozzeria Lacan" ospitato a Sanremo dal Premio Tenco. Ha collaborato con diversi scrittori (tra cui Aldo Nove e Livia Grossi) e ha lavorato come attore per Tino Seghal. Quest’anno è uscito il suo terzo album, “Per non tornare”, racconto noir-poetico in chiave elettro-vintage.

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