La città dell’orca di Sam J. Miller è una distopia fantascientifica accattivante capace di creare un mondo concreto per il lettore e proporre personaggi incisivi. Un libro che preconizza l’incedere della catastrofe ecologica fino al punto in cui gli uomini saranno costretti a ritagliarsi gli spazi vitali tra le acque, vivendo in una tecnologia avanzata che regge un sistema precario.
La città dell’orca di Sam J. Miller
Se conosci qualcuno, se conosci qualcuno nel profondo, significa automaticamente che lo ami?
Una distopia fantascientifica accattivante (non sono esperto di generi, magari sta cosa nemmeno esiste), capace di creare un mondo concreto per il lettore e proporre personaggi incisivi. Un libro che preconizza l’incedere della catastrofe ecologica fino al punto in cui gli uomini saranno costretti a ritagliarsi gli spazi vitali tra le acque, vivendo in una tecnologia avanzata che regge un sistema precario.
Si tratta di un romanzo corale in terza persona, con quattro personaggi a cui è delegata la prospettiva: Fill, Ankit, Soq e Kaev. In questo modo, nella prima parte, Miller riesce a costruire agli occhi del lettore il mondo immaginato, sfruttando i movimenti dei quattro; nella seconda parte, quando gli eventi precipitano e il ritmo accelera, il cambio di prospettiva contribuisce a creare un movimento virtuoso, dando ritmo e possibilità di cogliere l’insieme, ma donando anche punti di vista non omologati.
Qaanaaq è una città costruita in mezzo all’oceano atlantico e meta per i rifugiati dalle guerre climatiche che continuano a devastare il mondo. Nella quotidianità costituita di squilibri economici, un giorno giunge una donna a cavallo di un’orca e con un orso portato al guinzaglio. Lo svelamento del mistero di questa nuova presenza porterà ad una resa dei conti che forse cambierà il destino della città galleggiante.
Qaanaaq
– C’è una linea sottile tra un buon affare e un cazzo di crimine di guerra, – disse lui.
– Mi sembra l’epitaffio perfetto per il capitalismo.
Sono diverse le tematiche toccate dal libro. Oltre alla palese sensibilizzazione verso le problematiche ambientali, dato che narra di un mondo devastato dall’uomo, è preponderante il ruolo della tecnologia. La città è sostanzialmente governata dai software che prendono tutte le decisioni e gestiscono qualsiasi aspetto. Le decisioni umane sono ridotte all’osso e per lo più di facciata, tutto viene regolato sulla base dei calcoli tra vantaggi e svantaggi effettuati dalle macchine.
Miller però non punta solo a demonizzare la degenerazione di una disumanizzazione tanto spinta, perché i software sono stati creati dalle esigenze di alcuni esseri umani: i finanziatori. Si tratta del gruppo di potere che ha fondato la città e detiene una ricchezza sconsiderata, soprattutto pensando allo stato di povertà in cui versa numerosa parte della popolazione. Qaanaaq ha un governo umano in ultima istanza, ma occulto, che controlla la situazione attraverso la tecnologia ma che permette di fare affari in modo umanissimo.
Seguendo i personaggi l’autore riesce a disegnare in modo vivace Qaanaaq nella mente del lettore, rendendo la costruzione del mondo accattivante e immersiva. Per dare una base di conoscenze al lettore sfrutta gli intermezzi di “Città senza una mappa”, un programma che parla ai cittadini ma che risulta utile fonte di informazioni per noi senza scadere nello spiegone. Anche perché queste trasmissioni si rivelano infine importanti per la storia, risultando quasi un ulteriore personaggio.
Gli uomini
Perché il suo dolore è il mio, comprese quando l’odore del cardamomo del doodh pati la raggiunse una volta arrivata al piano terra, perché lo struggimento per ciò che ha perso è lo stesso struggimento per ciò che non ho mai avuto, e che ho passato tutta la vita a desiderare. Mia madre è la sua città.
Altro grande tema del racconto sono le disparità economiche e sociali createsi in città, con parte della popolazione costretta a sopravvivere di stenti. Tanto più che Qaanaaq risulta meta importante di migrazioni per popolazioni in fuga da guerre e catastrofi. La tecnologia, e le menti che ne sono alla base, non è in grado di proporre una distribuzione equilibrata delle risorse, alimentando così rivalità e pregiudizi che si annidano nella disperazione, nel desiderio di rivalsa e scalata sociale. La situazione precaria, sia negli altri territori sia in città, porta a galla le paure sotto forma di persecuzioni e pregiudizi da una parte, individualismo e isolamento dall’altra.
I personaggi si muovono in questo contesto e compiono un percorso importante che li unisce, non smarrendo certo le sofferenze per strada, scoprendo un lato dell’umanità che non avevano mai sperimentato, quella che, pur non promettendo la scomparsa dei problemi, permette però la speranza nel futuro, il calore di una solidarietà empatica. Perché alla fine, questo è un libro di speranza, di invito ad una comunità consapevole e solidale che si prende cura anche dell’ambiente, in grado di andare oltre alle previsioni tecnologiche e agli egoismi distruttivi.
Tanto è vero che il frantumo, la malattia a contagio sessuale che si sta diffondendo in città, è un richiamo all’incapacità di condivisione, di sentire insieme. Quel che la malattia ha di distruttivo è un’opportunità mancata, le persone si frantumano per l’incapacità di reggere i legami. Il contagio letale che si diffonde ha una potenzialità positiva inespressa che racconta del disfacimento della comunità umana, dello smarrimento reciproco.
Un ultimo accenno al ricorrente richiamo all’importanza delle storie. Il testo ne è costellato, le storie sono il fulcro di “Città senza una mappa”, sono il cuore di una ricostruzione più umana della cittadinanza, sono ciò che manca ai cittadini guidati da una tecnologia asettica, la via di un ascolto reciproco, il cuore di una memoria condivisa. Non si sa a chi veramente siano rivolte le trasmissioni del programma, ma forse parlano a tutti perché sono alimentate dalle storie di tutti.
Sam J. Miller – La città dell’orca – Zona 42
Traduzione: Chiara Reali