Sala d’aspetto

“Vuoi un caffè?”
“Sì, grazie”
“Sempre senza zucchero?”
“Sì”. Sorrise.
Giuseppe si alzò e si diresse verso la sgangherata macchinetta del caffè, inforcò gli occhiali e iniziò a scrutare il tastierino elettronico.
“Guarda anche se c’è qualcosa al cioccolato, sento di averne bisogno”
“Ricordo che un tempo andavi matta per la brownie, ma qui mi sa che ci sono solo barrette. Ne dividiamo una?”
“Se è grande sì, se no prendine due”
Giuseppe iniziò a frugare nelle tasche alla ricerca di qualche moneta e mentre contava gli spiccioli un’infermiera si mise in coda dietro di lui.
“A che ora è entrata? Dovete avere pazienza, qui si sa quando si entra ma non si sa mai quando si esce”
Giuseppe bofonchiò qualcosa, poi tornò a perlustrare le sue tasche. C’era qualcosa di perfido nei distributori automatici, non li amava molto, soprattutto se aveva qualcuno in coda ad aspettarlo.
“Prego, passi avanti lei”
L’infermiera infilò la chiavetta in dotazione al personale e ordinò il suo caffè con ben cinque click di zucchero. Poi si sfilò una sigaretta dal taschino del camice, salutò e si diresse verso la porta antipanico che dava sul terrazzino del piano.
“Non ho moneta, come facciamo?”
Marina si mise a ridere.
“Sei lì da un quarto d’ora e te ne accorgi adesso. La presenza di una donna ti scombussola sempre, vedo”
Aprì il portafogli, tirò fuori due euro e glieli porse.
Giuseppe si rimise gli occhiali e iniziò ad armeggiare con la macchinetta. Caffè nero per lei un caffè lungo con due click di zucchero per lui e una barretta di cioccolato fondente.

Si sedette di fianco a Marina e iniziò a soffiare sul suo bicchierino di plastica trasparente.

“Comunque non era il mio tipo”
“Identificare un tuo tipo, in questi anni mi è sempre stato difficile”
Rise. Poi cambiò argomento.
“Comunque anche stare da questa parte non è facile, me ne rendo conto solo adesso”
“Io sono sempre stato da questa parte. Quando è nata Marta, me lo ricordo bene, avrò fumato 200 sigarette in sei ore. Certo, all’epoca fumare era più facile. Ricordo ancora quella sera, stavo giocando a tennis con Giovanni, te lo ricordi? Ora è diventato grasso come un bue. Stavo vincendo, era un po’ che non accadeva, e arrivò la signora del campo da tennis urlando che l’ospedale aveva chiamato. Fu strano, soprattutto per gli infermieri che mi videro arrivare in pantaloncini a dicembre”
Mescolò il caffè e si mise in bocca la paletta di plastica.
“Io ricordo solo un sacco di dolore, e che odiavo tutti”

La porta si aprì e uscì Marco, Giuseppe e Marina si alzarono all’unisono.
“Allora?”
“No, ancora nulla. Ma avevo bisogno di una boccata d’aria”
Marco aveva un camice verde, e l’aria guardinga di chi sta facendo qualcosa di importante senza alcuna cognizione di causa.
Poi vide l’infermiera che fumava sul terrazzino: “Ma se fumassimo una sigaretta?”
“Sai cosa c’è?” Disse Marina “Ti faccio compagnia”
Giuseppe intervenne: “Da quando hai ricominciato a fumare?”
“Non ho ripreso, ma questa mi sembra l’occasione adatta. Tu invece fumi ancora solo d’estate?
“No, è durata poco. Ora fumo tanto, come sempre”
Si diressero sul terrazzino e Marco porse una sigaretta a Marina.
“Se vuoi ho le mie, un tempo ti piacevano”
“No grazie, le tue sono troppo pesanti”

Fumarono in silenzio per qualche minuto, poi Marina ruppe il ghiaccio e chiese a Marco a che punto fossero e, soprattutto, come stava Marta.
Marco rispose a monosillabi, sembrava terrorizzato, un misto tra l’eccitazione del momento e il terrore puro del poi. Non stava ancora realizzando, sapeva che sarebbe diventato padre da lì a poco, ma la sua paura più grande non era quella di prendere in braccio per la prima volta suo figlio, ma quella di non riuscire a far star bene sua moglie lì, in quel momento, sdraiata su un lettino che piangeva e respirava forte.

Un medico uscì e fece un gesto a Marco, tutti e tre spensero la sigaretta e rientrarono nella sala d’aspetto. Marco si catapultò in sala parto, Giuseppe e Marina rimasero in piedi per qualche minuto a fissare l’enorme porta bianca che chiudendosi terminava il suo movimento strusciando il bordo di plastica sul linoleum del pavimento.

Si sedettero uno a fianco all’altra, lui come sempre scomposto e sbuffante, lei silenziosa.
Aprì la borsetta e prese un libro nuovo di pacca, ne lesse la quarta di copertina, poi girò la testa verso il suo ex marito.
“Comunque sono contenta che tu sia qui e, anche Marta. Anzi, lei soprattutto. Ma anche io, non credere. Certo, avrei preferito ti fossi presentato vestito meglio, ma non si può avere tutto. In fondo, credimi, non avrei voluto condividere questo momento con nessun altro”
Lui si guardò i jeans lisi e le scarpe da tennis sformate e sorrise.
“Non sarei mancato per nulla al mondo”
Giuseppe sembrò soppesare le parole appena dette, poi riprese: “Ti ricordi di quell’estate a Maratea? Marta avrà avuto sette anni”
“Sì, mi ricordo, Marta ne aveva dieci, comunque”
“Sì, vero. Ma ricordo che era fissata con l’allenamento e mi costringeva tutte le mattine alle sei ad andare a nuotare con lei almeno mezz’ora. Era un incubo. Poi però ritornavamo al bungalow e ti svegliavamo con le brioche sfornate di fresco.
“Sì, mi ricordo”, rise.
“Ricordo la tua faccia paonazza quando ti sedevi sulla sdraio a prendere fiato. Ogni mattina pensavo potesse essere l’ultima”
Si mise a posto il polsino della camicetta.
“Ricordo anche che tre mesi dopo quell’estate te ne sei andato di casa”
“Già. È passato tanto tempo, quanto? Quindici anni?”
“Venti tra un paio di mesi, Giuseppe”
Tornò il silenzio, Marina riprese a scrutare l’enorme porta bianca in attesa di un qualche movimento, Giuseppe sfilò una Davidoff dal pacchetto, si tirò su i pantaloni troppo larghi e tornò sul terrazzino.
Lei tirò fuori nuovamente il libro, lo appoggiò su una sedia, poi prese il cellulare iniziò a rispondere a tutti i messaggi lasciati in sospeso. Scriveva sempre la stessa cosa e cioè che no, non sapeva ancora nulla ma che era questione di ore.
Cercò Giuseppe con lo sguardo, vide che non rientrava, si alzò e lo seguì sul terrazzino.
“Una tua sigaretta ora mi va.”

Si appoggiò alla ringhiera affianco a lui e guardarono entrambi di sotto. L’ospedale era un enorme parallelepipedo grigio, con le serrande verdi e quel senso di trascuratezza tipico degli edifici di qualche decennio fa. Sotto di loro un’ambulanza faceva manovra mentre due dell’equipaggio in la divisa arancione d’ordinanza chiacchieravano con un telefono in mano. Ridevano sguaiatamente, uno stava facendo vedere all’altro qualcosa, forse un video.
“Marta mi ha detto delle tue disavventure coi cellulari, sei sempre così imbranato?”
“Sempre. Ma non sono imbranato, è solo distrazione. Non riesco ad accettare il fatto che si debba dipendere per forza da un oggetto che funziona a pile. Mi sembra innaturale, e così lo dimentico. L’ultimo pensa che l’ho fatto andare in lavatrice. Incredibilmente funziona ancora, sennò Marta non mi avrebbe mai trovato”

“Sei sempre stato strano, chissà cosa ci ho trovato in te”
” Non ero strano, ero affascinante”
“No, tu eri strano. E sì, eri anche affascinante”
“Eri?”
“Beh, quel nasone che ti ritrovi mi sembra più grosso e rosso di un tempo. Vent’anni fa era simile a quello di Depardieu, ora sembra quello di un clown”
“Neanche tu non eri affatto male e, a differenza mia, devo dire che anche oggi…”
“Me la cavo?”
“Sì, te la cavi”
I due ragazzi vestiti di arancione, finita la pausa, salirono di corsa sull’ambulanza e partirono.


“Quanto tempo era che non parlavamo così? Intendo io e te, senza litigare”
“Dai tempi di Maratea. Marta si è sempre messa d’impegno per evitare che ci ammazzassimo, e forse ha fatto bene. Ti ricordi a Natale, quando tua madre, davanti a tutti i parenti mi rinfacciò di essere scappato?
“Sì”
Sorrise.
“I genitori di Marco erano talmente in imbarazzo che non li vidi per almeno sei mesi. In quel caso è stata stronza lei, lo ammetto”
“Tua madre ce l’ha sempre avuto a morte con me”
“Sì, ma non perché eri tu. Era solo che aveva paura di come ero io quando stavo con te”
“E com’eri?”
“Scema”
Fumarono un’altra sigaretta. Questa volta Marina non la chiese neanche, Giuseppe gliela porse facendola saltare con un colpo di indice alla base del pacchetto, poi gliel’accese coprendo l’accendino con una mano.
“Lo Zippo lo usi ancora tu e forse qualche patito di John Wayne sperduto in qualche fattoria del Texas”
“Lo Zippo è un accendino da uomini”

Rientrarono, lui le aprì la porta e tornarono a sedersi in quella piccola sala d’aspetto. Il tempo sembrava allo stesso tempo infinito e contratto, l’odore del carrello del pranzo si mischiò a quello, persistente, di disinfettante. Le infermiere iniziarono a girare per il reparto servendo le degenti. Purè e prosciutto cotto.
“Povere puerpere”
“A me il purè piace. Ricordo che dopo aver partorito Marta ne mangiavo a chili”
“Lo senti ancora Mario?”
“No, ogni tanto lo incontro al supermercato ma non andiamo al di là dei convenevoli”
“Vi siete lasciati così male?”
“Ma no, solo che a una certa età non si ha più tempo per rimuginare sui rapporti, se finiscono generalmente c’è un motivo, ed è giusto che sia così. E tu? Come si chiamava l’ultima? Carla?”
“Non ci credo che Marta non ti abbia già raccontato tutto per filo e per segno. In ogni caso no, Carla non la sento e non la vedo più. Ma non era importante. Tu avevi un motivo per finire con Mario, mi sa che nel caso di Carla non c’era nemmeno il motivo per iniziare”
“Beh, quella per cui te ne sei andato di casa l’hai lasciata dopo neanche un mese. Mi sembra che di motivi per mandare tutto a puttane, tu, ne abbia sempre avuti a sufficienza”
“Anche in quel caso non era cosa”
“E che cos’era, scusa?”

Marco uscì di nuovo, e di nuovo i due futuri nonni saltarono sull’attenti.
Si passò una manica del camice verde sulla fronte ed esclamò enfatizzando la fatica:
“Niente, ancora niente. Le contrazioni però si stanno facendo più vicine, la dottoressa ha detto che potrebbe essere tra poco, come tra un paio d’ore”
“Vuoi fumare?” Chiese Marina.
“No, per carità. Prima quando sono rientrato, per via dell’odore mi ha insultato in tutte le lingue del mondo. Dice che ha la nausea”
“Ha fatto bene”
Giuseppe assunse un’aria da padre premuroso, Marina gli tirò un calcetto leggero sugli stinchi. poi si avvicinò al genero, gli fece una carezza sulla spalla: “Rientra va’, che lì dentro c’è bisogno di te”
“Come se lui debba fare qualcosa. Fa tutto Marta!” Precisò Giuseppe.
“È un modo di dire, anche tu non hai fatto nulla, ma quando è nata nostra figlia giravi urlando per l’ospedale l’ho fatta io, è mia!”
“Io qualcosa ho fatto, mi pare. Marco ti piace? A me sembra sciapo”
” Non è sciapo. È solo un funzionario di banca, un po’ di grigio. Per lui è deformazione professionale. E poi, se va bene a Marta, non sono problemi nostri”
” Ho sempre pensato che mia figlia sarebbe finita con uomo diverso. Uno più…”
“Come te? Per carità!” Scoppiò a ridere appoggiandogli una mano sul ginocchio.
Giuseppe finse di offendersi, e poi si lasciò andare in una sonora risata.
“Fumi?”
“Se lo sapesse mia madre ti odierebbe ancora di più”
“Più di così è impossibile. Dai, se ti senti in colpa puoi sempre dire che non reggi le attese. Almeno vieni fuori con me”
Uscirono e Marina accettò l’ennesima sigaretta.


“Non cambiare discorso. Sono passati vent’anni ma non ne abbiamo mai parlato. Se ‘non era cosa’, cos’era?”
” Non lo so, Marina.”
Si girò la sigaretta tra le dita, era bravissimo a farlo.
“Era tutto, era paura, era insoddisfazione. Non nei vostri riguardi, ma nei miei. Mi sembrava che non funzionasse nulla. Al tempo, trovare un diversivo fuori da casa sembrava l’unica cosa da fare, ora francamente, non lo so più. Non so spiegartelo, davvero”
Si girò con la schiena contro il parapetto.
“Tua madre, in ogni caso, non aveva tutti i torti”

Si sbottonò il primo bottone della camicia, poi mise le mani in tasca e trovò la barretta di cioccolato.
“Questa ce la siamo dimenticata, ne vuoi un pezzo?”
“Ma sì, almeno la smetto di chiederti sigarette”
Mangiarono in silenzio, Marina sembrava persa tra mille ricordi, lui, invece, guardava fisso il pavimento. Poi si girò di scatto verso di lei:

“Dimmi la verità, mi avresti ripreso se fossi tornato?”
“Non lo so. Forse”
Giunse le mani e se le portò alla bocca, poi riprese:
“Avevamo comunque costruito qualcosa, non può essere sempre tutto bianco o tutto nero. Per me è stato difficile abituarmi all’idea che mi avessi lasciato sola con una figlia e tutto il resto. Ti ho odiato tanto, sai?”
Addentò l’ultimo pezzo di barretta.
“Però sì, ti avrei ripreso. Te l’avrei fatta pagare, ma ti avrei ripreso”
“E adesso mi odi ancora?”
“A giorni alterni. Oggi in quest’ospedale un po’ meno, anche se sei vestito da schifo e usi accendini da vecchio cowboy”
Sul terrazzino li raggiunse un vecchio in sedia a rotelle, un respiratore attaccato allo schienale, la mascherina sul mento e una sigaretta in bocca.
“Finirai così, lo sai?”
“Disse quella che se n’è fumate tre in un’ora”
“Scemo”
“Sai qual è l’unica cosa di cui mi pento?”
“Di non essere tornato?” Lo incalzò.
“No, non avrei mai potuto farlo, mi conosci. Mi pento di non averti mai parlato prima di oggi”
“Non te l’ho mai permesso, non è solo colpa tua. Queste cose si imparano con l’età, ci si riesce solo quando si diventa vecchi”
“Dei vecchi nonni”
“Appunto”
Lui le porse un fazzoletto: “Asciugati la faccia, che se arriva tua mamma dà subito la colpa a me”
Rientrarono, Giuseppe le cinse le spalle con una mano e, come gli piaceva fare quando erano due semplici ragazzi alle prime uscite, le accomodò la sedia: “Mi permetta, signorina”.



Su massimo miliani

Avatar
Ho il CV più schizofrenico di Jack Torrence, per questo motivo enunciare qui la mia bio potrebbe risultare complicato. Semplificando, per lo Stato e per l'Inpgi, attualmente risulto essere giornalista.

Può interessarti

Prendi una donna - Racconto

Prendi una donna

Gemma era una donna sulla quarantina, i cui fianchi tondi e seni altrettanto generosi potevano …

La ragazza dell'aereo - Racconto

La ragazza dell’aereo

Il suo viso era di una bellezza orientale, aveva forse poco più di 20 anni …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.