Milano City Marathon 2021 #13.2 – La cattiveria dell’agonista

Agafan ha (sportivamente) fatto fuori il suo avversario nonché cognato. E lo ha fatto nella maniera più bella che un coach poteva desiderare, con crudeltà e pura sete di sangue

Dato che a causa dell’ultimo lungo di 24 km non ho più una singola fibra del corpo funzionante e, soprattutto, sono crollate tutte le mie vibrazioni positive relative alla corsa, oggi, per la puntata del Diario di una Maratona, vorrei focalizzarmi su Agafan e sul suo rapporto col cognato che correrà la maratona assieme a lui.

Ne parlo io perché da quel calabrese di un Agafan non potremo mai aspettarci nessun tipo di racconto in merito, omertoso com’è sui suoi fatti di famiglia. In più, la mia narrazione potrebbe regalare a tutto l’episodio il colore tipico dell’esagerazione che nasconde dietro una sacra verità.

Se ci avete scoperto solo ora, dovete sapere che Agafan, oltre a voler sfidare i 42 km della Milano City Marathon si è ritrovato in una tenzone, ben più feroce, nata dentro le mura di casa. Suo cognato, cioè la persona che ogni notte giace con la sorella del mio protetto, ha deciso infatti di partecipare alla stessa gara e, pur essendo un runner parecchio più evoluto di condividerne gli allenamenti. 

Per quel che mi riguarda, all’inizio, considerai la cosa come positiva, uno stimolo in più per il mio atleta, poi, però, col passare delle settimane mi sono reso conto che l’atteggiamento del cognato più che di mutuo supporto era rivolto solo a minare le sicurezze del piccolo Agafan. Lui, infatti, pur essendo più vecchio di Aga è molto più allenato perciò durante le sessioni di allenamento si divertiva a sbattere in faccia al mio atleta la sua superiore condizione fisica, parlandogli durante la corsa, correndogli un passo avanti solo per stabilire una gerarchia, insomma, umiliandolo dove fa più male.

Umiliazioni che si sono riflesse anche sulla tabella di allenamento dato che pur di provare a non farsi superare dal suo compare di allenamento mi ha forzato ad aumentare i ritmi, obbligandomi a prendere dei rischi oggettivamente poco sensati. 

Ma non bastava, ogni fine sessione lui mi chiamava e mi diceva pressapoco così: “Sì, sono migliorato, ma mio cognato va più forte. Non ce n’è, non ce la farò mai. Sono un fallito, non finirò la maratona, addio sogni di gloria” A nulla servivano le mie analisi che mostravano senza ombra di dubbio come il suo corpo fosse creato esclusivamente per una cosa: correre. 

Insomma, sembravamo indirizzati verso un annichilimento completo dell’autostima quando, il mio atleta -e non sono mai stato cosi fiero di usare quest’epiteto- è riuscito a prevalere sul suo rivale. 

È successo pochi giorni fa: durante un lungo, le gambe del cognato hanno ceduto, forse un dolore al ginocchio, tanto da dover interrompere l’allenamento. Chiunque si sarebbe fermato e avrebbe provato a soccorrere l’amico in difficoltà, ma non Agafan che, interiorizzati i sani principi del Kobra Kai, ha deciso non solo di completare l’allenamento, ma anche di piazzarci dentro degli allunghi non richiesti, scatti stracolmi di vigore fisico, il tutto davanti agli occhi del compare d’allenamento, sdraiato su una panchina in preda ai dolori. Si tratta solo di una battaglia, lo so, il cognato tornerà probabilmente più forte di prima. Ma questa piccola vittoria è comunque fondamentale, perché rappresenta lo spartiacque psicologico di questa preparazione. 

Non dimenticherò mai quando a fine allenamento, eccitato come un furetto durante la stagione degli amori, mi ha chiamato per raccontarmi l’episodio. Nel sentire la sua voce quasi strozzata dall’emozione per essere riuscito finalmente ad uccidere la preda, ho sentito il cuore scaldarsi. Lui, giovane cucciolo di leone che poco a poco si accorge di essere non solo un felino pelosetto, ma anche una macchina per uccidere. Nell’immaginarlo così, pieno di voglia di vincere e con la brama per il sangue, ho finalmente realizzato: se mai dovessi avere un figlio, vorrei che fosse esattamente come Agafan.

Meno coglione, forse.

Meno pedante, sicuramente.

Ma di certo così feroce. 

Photo by Valentin Salja on Unsplash

 

Su massimo miliani

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Ho il CV più schizofrenico di Jack Torrence, per questo motivo enunciare qui la mia bio potrebbe risultare complicato. Semplificando, per lo Stato e per l'Inpgi, attualmente risulto essere giornalista.

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