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Un decalogo di civiltà: facciamoci i cazzi nostri

Un’illuminazione ci ha raggiunto tra un pensiero superficiale e una illusione sessuale: e se la soluzione fosse farci tutti i cazzi nostri?

Andiamo ad illustrare. Non intendiamo non interagire con le persone, non aiutarle, non dialogare. Quello che intendiamo è: farci i cazzi nostri sul modo di vivere scelto dagli altri. Teniamo buona la regola: purché non faccia male ad altri. Stabilita questa non ci sono più ostacoli: facendoci i cazzi nostri eviteremmo moltissime questioni.

Dovremmo imparare un po’ tutti che l’unico giudizio che dobbiamo esprimere è quello richiesto. Definiamo la seconda regola: si rompe il patto della prima regola quando qualcuno ci interpella chiedendoci un parere. Ma facciamola seguire subito da un’altra: il giudizio deve essere circostanziato all’argomento su cui siamo interpellati e per un tempo limitato dal volere dell’interlocutore. Cioè, se uno ci chiede un giudizio, noi lo diamo e finisce lì, non è che per tutto il giorno lo ripetiamo all’infinito.

A questo punto, poiché non vogliamo certo limitarci lo sfogo dei giudizi, sia mai che poi esplodiamo in gesti violenti, come quarta regola potremmo dire che:  possiamo esprimere giudizi su qualcuno quando questi non è presente. Come quinta regola però dobbiamo subito aggiungere: a meno che l’interlocutore non espliciti la volontà di non ascoltare tali giudizi. Perché va bene sfogarci, ma ricordiamo che rompere i coglioni è sempre male.

A questo punto andiamo ad introdurre un sesto punto un po’ articolato: possiamo dare giudizi su qualcun altro solo se l’altro accetta e può contraccambiare. Due o più persone possono decidere di dirsele in faccia, ma devono essere tutti d’accordo e la cosa è limitata nel tempo (un limite che fa sempre riferimento alla volontà di tutti i partecipanti, cioè quando qualcuno si chiama fuori la deroga finisce). Possiamo anche pensare ad un settimo articolo: fino a revoca esplicita. Ricordiamo che uno si può dichiarare idoneo a ricevere giudizi, quindi chiunque può propinarglieli; ma chi si dichiara idoneo non ha diritto a sua volta ad esprimerli, se non verso altri idonei. Insomma si può cagare il cazzo solo a chi è disposto a farselo cagare.

Come ottavo punto non possiamo che dichiarare senza se e senza ma che: la decisione di sottoporsi a giudizi è possibile solo raggiunta la maggiore età. Insomma, i genitori educhino i figli ma non li giudichino. A questo punto ci vediamo costretti a stilare il nono articolo: se proprio vogliamo mantenere la scuola così com’è (in ogni caso auspicando un cambiamento quanto prima), gli insegnanti hanno diritto di dare giudizi ma solo tecnici, inerenti cioè alle prestazioni scolastiche.

Per non creare una carta costituzionale troppo lunga, anche perché non sappiamo nemmeno come ci siamo arrivati, concludiamo con il decimo e aureo articolo: non possiamo prevedere tutti i casi, ma nel dubbio l’atteggiamento giusto è quello di farci i cazzi nostri.

In breve:

  1. Facciamoci i cazzi nostri, purché non rechi danno ad altri.
  2. L’unico giudizio esprimibile è quello richiesto.
  3. Il giudizio deve essere circostanziato all’argomento su cui siamo interpellati e per un tempo limitato dal volere dell’interlocutore.
  4. Si può esprimere giudizi su qualcuno quando questi non è presente.
  5. Il punto 4 è valido a meno che l’interlocutore non espliciti la volontà di non ascoltare tali giudizi.
  6. Si può dare giudizi su qualcun altro solo in caso di esplicita autorizzazione.
  7. L’autorizzazione può essere revocata in qualsiasi momento.
  8. La decisione di sottoporsi a giudizi è possibile solo raggiunta la maggiore età.
  9. Gli insegnanti hanno diritto di dare solo giudizi tecnici.
  10. Nel dubbio l’atteggiamento corretto è quello di farsi i cazzi propri.

Photo by Aaron Burden on Unsplash

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