Quello che avvince del romanzo gotico è la dimensione dell’umano di fronte all’ignoto, all’imprevedibile. Avere paura, tremare, non poter fermare le proprie pulsioni sono un riportare l’uomo al suo stato primordiale: quello di un essere terrorizzato da chi gli sta intorno. Un uomo alla ricerca della fede, della fiducia nella concretezza, di una sorta di realtà stabile.
Il grande romanzo gotico
Per gli amanti del gotico c’è sempre una sfida multipla da vincere nel dichiararsi amanti del genere. La prima è contro chi pensa che il genere gotico in letteratura sia sinonimo di emozioni banali e di un carico troppo forte di tinte scure che arrivano a toccare il patetico. Genere, quello del patetico, che attiene sia al romanzo gotico che a quello rosa, avendo come punto comune quello del non essere non sono credibile, ma troppo denso, al punto di risultare stucchevole.
La seconda è che effettivamente il genere gotico (rimaniamo per ora molto superficiali) sforna ogni anno centinaia di esemplari davvero riprovevoli che allontano il lettore dalla voglia di provare nuovamente la sensazione di aver buttato via tempo. Esulano da questa triste regola non scritta casi eccellenti come per esempio, negli ultimi anni, Loro di Roberto Cotroneo (leggi la recensione) o Le sette morti di Evelyn Hardcastle di Stuart Turton (leggi la recensione).
Gotico che come quantità di pubblicazioni compete col giallo in qualche modo, ma che riesce comunque a perdere la sfida di qualità per ragioni intrinseche ed estrinseche.
Una delle ragioni intrinseche è che il genere giallo, nota bene si dice giallo solo in Italia a causa della famosa collana Mondadori, ha regole più chiare, ferree, meccanismi che vanno rispettati e fatti scattare con puntualità ma che, tutto sommato, possono essere facilmente riconosciuti e riprodotti. Attenzione, nessuno dica che stiamo semplificando troppo la faccenda, stiamo solo cercando di scandagliare acque profonde con grande superficialità.
Ad una “semplicità” del giallo non corrisponde certo una semplicità del gotico che, invece, si ostina ad essere un genere misterioso per il lettore quanto per lo scrittore. Sicuramente riempire di particolari di genere come demoni, angeli, brandelli di carne e fantasie cimiteriali non riesce a ricreare un successo, ma spesso invece riesce ad uccidere il ritmo, la scorrevolezza di un racconto. Due processi che insieme si autoalimentano e che danno come risultato un libro sempre più lento e sempre più truculento, fino ad arrivare al non rendere più intelligibile il racconto.
Che cosa faccia scattare il grande romanzo gotico rimane in dubbio, un quesito che non si riesce ad esplicare con semplicità. Che cosa dia ad un romanzo gotico la sua forza è cosa difficile da spiegare, ma proprio su questo punto si incide una delle caratteristiche fondamentali che denotano la qualità del genere: un grande romanzo gotico non può esistere senza un grande scrittore che lo concepisce.
Non è un caso infatti che il romanzo gotico, vedremo più avanti a quando far risalire le sue origini, sia nato quasi contemporaneamente con il romanzo stesso. Come dire che la nascita del romanzo gotico è imprescindibilmente legata al romanzo stesso, o ancora che il romanzo stesso ha in sé una traccia di gotico imprescindibile.
Il castello di Otranto all’origine
Il romanzo che dà origine al genere indicato alla quasi unanimità è Il castello di Otranto, piccolo gioiello dell’inglese Horace Walpole datato 1764, che risulta vicino, vicinissimo ai romanzi contemporanei che, in quegli anni, andavano dimostrando l’indipendenza e la genialità della borghesia rispetto al declino delle storiche aristocrazie. Romanzi che contenevano critica sociale, sogno utopico, epica ed etica, amore e sentimenti di giustizia. Pensiamo solo a Don Chisciotte della Mancia e Robinson Crusoe, o ancora I viaggi di Gulliver e Tom Jones: tutti libri accumunati da sentimenti nobili e da grandi visioni sociali e politiche.
Proprio ne Il castello di Otranto troviamo alcuni elementi che rimarranno fondamentali per lo sviluppo del genere e che si andranno ad infilare con grande facilità anche oltre i confini del romanzo gotico.
La scelta del luogo e la posizione geografica denotano già una precisa indicazione che si ripeterà nel tempo e nei libri a venire. Il castello di Otranto è infatti un turpe storia di morte e amore, consumata tra le cripte e i passaggi segreti dell’omonimo castello pugliese. L’intento dello scrittore inglese era di celebrare il mondo di complotti e sotterfugi con cui veniva associato, non senza qualche ragione, il mondo latino dagli anglosassoni.
Apparentemente un po’ fuori da ogni schema, il primo romanzo gotico viene stilato sulle rive del Mar Mediterraneo. Mare che lambisce l’altro grande romanzo gotico di trent’anni più vecchio, Il monaco, narrazione trasgressiva e demonica delle opere malefiche compiute da un monaco all’apice del successo come esempio di castità e severità in una Madrid pullulante di trame e tresche silenziose.
Anche per Il monaco quindi, Matthew Gregory Lewis sceglie come ambientazione un paese latino e cattolico, come ad indicare nella scelta religiosa e culturale una prima caratteristica del genere degli eccessi per eccellenza. Fatto curioso, ma del tutto immaginabile, Matthew Gregory Lewis fu accusato di essere una persona corruttibile e profondamente devota al peccato, vista anche la sua posizione di consigliere alla camera dei Lords.
Tornando alle caratteristiche del romanzo gotico, le imponenti costruzioni religiose e di potere del mondo latino sembrano aver colpito la fantasia e la voglia di metafora dei primi illustri scrittori di romanzi gotici. Del resto quali luoghi migliori per raccontare la cupezza, la spietatezza dell’animo umano se non i mastodontici gioielli dell’architettura medioevale? Epoca, quella medioevale, che prevale nelle ambientazioni dei primi romanzi gotici, vedi anche I misteri di Udolpho di Ann Radcliffe, pubblicato nel 1794 e ambientato nel 1584 sugli Appennini nel cupo castello di Udolpho appunto.
Il male dentro di noi
Nel romanzo gotico non c’è solo una esternalizzazione dei sentimenti, anzi la cosa più complessa da cogliere e la più affascinante è spesso la dimensione intima dei personaggi narrati, avviluppati e divorati dalle proprie angosce o visioni, caratteri che vivono dominati da istinti bassi e da immagini di grandezza.
Caratteristica che non ha lasciato indifferente neanche il nostro più grande romanziere italiano. Alessandro Manzoni infatti ne I promessi sposi non rinuncerà al personaggio della monaca di Monza, tratteggiata come combattuta tra peccato e redenzione proprio come i protagonisti dei grandi drammi gotici.
Si apre però a questo punto una biforcazione interessante che in qualche modo solca il percorso del romanzo gotico in due filoni che possiamo con una certa meticolosità discernere.
Inaugurato nel 1824 dalle Confessioni di un impeccabile peccatore di John Hogg (qui vale la pena di citare il titolo originale The private memoirs and confessions of a Justified Sinner), fa la sua comparsa nella letteratura mondiale la figura del doppio maligno, del gemello cattivo. Quella figura che, se volessimo usare un linguaggio moderno e sconosciuto all’epoca, si chiamerebbe in termini psicoanalitici lo schizoide.
Annoverato raramente tra i romanzi capostipiti del genere gotico, Confessioni di un impeccabile peccatore narra di uno sventurato che avrebbe sposato un diavolo capace di rovinargli la vita producendo, tra gli altri, l’effetto disorientante dello sdoppiamento della persona. Il libro di Hogg non abbisogna di castelli latini o di chiese medioevali: il male questa volta è dentro la testa del narratore che, guarda caso, è un suicida ascoltato attraverso le memorie trovate nella sua tomba. Un libro geniale quello di Hoggs che, dietro alla semplicità della storia, nasconde molti livelli di lettura e di fascinazione.
Lo sdoppiamento di Confessioni di un peccatore impeccabile servirà a Stevenson (per sua stessa ammissione) a dare vita all’inquietante personaggio de Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, romanzo gotico per eccellenza che sdoganerà il genere come non più legato a luoghi e tempi, ma come genere “mostruoso” che si occuperà delle amenità umane nascoste dentro i paltò.
Il romanzo gotico diventa psicologia, anticipa la psicologia, ma al contrario di essa il romanzo non giudica, non divide in buoni e cattivi, anzi inquieta perché ci mostra che il male è dentro di noi.
Sarà per questa via, questa chiave psicologica, che il romanzo gotico riuscirà a liberarsi verso altre vite, altri generi, altri ambienti.
Shirley Jackson
Citeremo per brevità solo Shirley Jackson (leggi la recensione di Abbiamo sempre vissuto nel castello)che è a tutti gli effetti l’inventrice del genere horror in letteratura e progenitrice (ahimè) di una pessima genia di serie tivù. I libri di Shirley Jackson, con i loro ambienti vecchi e tetri, con i suoi luoghi maledetti, ma soprattutto con i suoi personaggi che sentono e vedono voci e corpi da mondi paralleli, sono sicuramente il prosieguo di una scuola di romanzi che hanno narrato la sofferenza e il male della solitudine nell’animo umano.
Spostando in avanti la linea del genere gotico, fino a metà del ‘900 con Shirley Jackson, possiamo apprezzare maggiormente i romanzi che hanno fondato questo genere e trovare la chiave per distinguere un buon romanzo di genere da uno pessimo.
La profondità psicologica, la metafora, la visione come parte della vita quotidiana sono un elemento imprescindibile della presa che questi romanzi hanno sui lettori. Gli ambienti cimiteriali, le ombre delle segrete, passano in secondo piano, appaiono orpelli che pure sono amatissimi da chi apprezza il genere. Quello che avvince del romanzo gotico è la dimensione dell’umano di fronte all’ignoto, all’imprevedibile. Avere paura, tremare, non poter fermare le proprie pulsioni sono un riportare l’uomo al suo stato primordiale: quello di un essere terrorizzato da chi gli sta intorno. Un uomo alla ricerca della fede, della fiducia nella concretezza, di una sorta di realtà stabile.
Non è un caso che molti di noi hanno letto Il monaco di Lewis dopo aver letto le parole di Antonin Artaud che ricollocavano il genere gotico in una dimensione surreale, evocativa, metaforica. Riletto alla luce delle riflessioni di Artaud, il genere gotico diventa una grande metafora dell’umano alle prese con sé stesso, attanagliato da sé stesso. Infatti Artaud concludeva l’introduzione a Il monaco con queste potenti parole “(Questo libro) Mi dai il senso della vita profonda molto più di tutte le indagini psicologiche, filosofiche (o psicoanalitiche) dell’inconscio messe insieme.”