Mattia non era nato per starci dentro, a questo mondo.
Tutto lo spaventava, tutto lo lasciava sgomento e in preda ad angosce che non sapeva definire.
Forse la colpa era della casa troppo piccola, due stanze cucina e un bagno, per una famiglia di nove persone. Ma era già meglio della topaia di cui ricordava poco, e quel poco era la puzza di ortaggi marci che arrivava dal cortile, davanti alla loro porta.
Forse quel padre troppo ingombrante, con la sua filosofia del cazzo. Secondo lui uno che aveva il suo cognome non poteva, no, non poteva proprio, accettare di andare a lavorare come uomo di fatica, nella impresa che ripuliva il mercato, quando le bancarelle venivano smontate, e per terra rimanevano residui di pomodori schiacciati, di angurie sfondate, di pesche abbacchiate. Meglio l’onorata povertà in cui vivevano, tutti quanti appesi al buon cuore della nonna Felicetta e dello zio Augusto.
E quella madre, che adorava sopra ogni cosa, che avrebbe portato via lontano da tutto, ma che era così debole, così remissiva. E a onta di tutto così innamorata di suo padre.
La prima volta, doveva avere dieci o undici anni, al matrimonio di un cugino, un parente seduto accanto a lui lo guardò e gli disse: «Mattia assaggia, sei un ometto ormai, che vuoi che ti faccia questo bel bicchiere di amaro!». Mattia assaggiò, gli piacque. Gli piacque non solo il sapore, leggermente amaro e con quel fondo fruttato, che gli ricordava quelle belle pesche che vedeva al mercato e che in casa sua non potevano permettersi. Ma di più gli piacque quel leggero stordimento che gli faceva vedere il mondo diverso da come lo conosceva.
Crebbe, Mattia.
La realtà che non cambiava, lui ormai sapeva dove e come vederla diversa, trasformata dai colori accesi della fantasia, che una buona bottiglia di amaro del contadino, comprata di nascosto con i soldi che andava a mendicare dal fratello imprenditore e menefreghista, gli regalava.
Dopo averne apprezzato il sapore e l’odore, poteva vedere suo padre vestito con la divisa da generale, che tornava a casa con le braccia cariche di giocattoli per lui e per i suoi fratelli, e poco importava che ora non avesse più l’età per giocare.
Poteva vedere sua madre, che in una casa grande, ariosa e arredata con sfarzo, si aggirava per le stanze cantando.
Negli anni qualcosa era cambiato. Suo padre aveva finalmente un lavoro fisso. Le sue sorelle si erano sposate; due fratelli erano andati a vivere lontano, in un paese straniero che lui non avrebbe mai visto. Il fratello imprenditore era diventato ricco e lo aveva preso a lavorare nella sua azienda. Niente di che, a Mattia non potevi affidare lavori impegnativi e di responsabilità; occorreva fare i conti con i suoi momenti di assenza, quando riusciva a trovare sempre un nascondiglio, dove sedersi per terra e abbracciare, come la più amata delle donne, la bottiglia di turno.
L’amaro era rimasto nella sua memoria come un fratello, come un cavaliere senza macchia e senza paura che lo aveva liberato, per sempre, dalle sue angosce, lo aveva affrancato dal peso di quella vita, dove aveva vissuto più miseria che amore.
Nessuno volle vedere il pozzo nero in cui Mattia stava sprofondando.
Nessuno gli tese una mano per aiutarlo, mentre scivolava. A fondo, sempre più a fondo.
È morto sorridendo, Mattia, con la sua bottiglia stretta in una mano, mentre sua madre cantava la canzone d’amore che tanto piaceva a suo padre. Mentre il mondo, fuori dalla sua stanza, continuava a girare, ignorando a una a una tutte le sue colpe.