Alan Bennett – Una vita come le altre

Alan Bennett racconta parte della sua vita, o meglio parte della vita della propria famiglia che è una vita come le altre. Naturalmente raccontare dei propri familiari è raccontare se stessi e Bennett non si tira indietro. Mantenendo un tono ironico e disincantato, ma non per questo poco sentito, riesce a non ammorbare il lettore e a non vendere buoni sentimenti a poco prezzo.

Alan Bennett racconta di sé, o meglio della sua famiglia e di riflesso di sé, perché siamo il riflesso delle nostre famiglie molto più di quanto ci piaccia credere. Ed io mi sono trovato ad affrontare questo viaggio all’interno della sua vita senza aver mai letto un’opera di questo autore e non capisco se è cosa buona e giusta, o mi sono perso qualcosa, o non cambia nulla. Posso però affermare che nella lettura non mi pare di essermi perso qualcosa, è anche vero che potrei non essermene accorto perché non ne avevo i mezzi a causa delle mancate letture, ma insomma sia come sia il libro me lo sono gustato.

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Bennett ci accompagna all’interno del suo contesto familiare a partire dai problemi di depressione della madre. Il disagio materno è l’occasione per tornare indietro con la memoria e ricordare le personalità più importanti, o ingombranti che poi è lo stesso, all’interno della sua famiglia. Naturalmente molte righe sono dedicate ai genitori, quella madre che ha iniziato presto a non essere presente con la testa e quel padre che le è stato vicino tanto da ammalarsene; le due zie zitelle fino ad età inoltrata, la nonna materna che ha sempre unito la truppa (c’è sempre qualcuno che lo fa) e, in controluce, il nonno materno suicidatosi ancora giovane.

Il merito di Bennett è di far scorrere le pagine con facilità. Inevitabilmente sono presenti momenti di dolore, soprattutto verso la fine quando la madre perde la capacità di riconoscere il proprio figlio a causa di un’assenza dal mondo costante e irrimediabile. Ma il tono generale del racconto si attesta più su una dolente ironia, una dolce crudezza, un sano distacco e un riflessivo coinvolgimento. Non estorce lacrime a buon mercato e i momenti di commozione hanno una forte componente riflessiva.

Parlare della propria storia familiare non può che voler dire parlare di se stessi e Bennett concede ben poche attenuanti alle proprie pigrizie e alla propria mancanza di attenzione verso i genitori. Così come non nasconde le proprie debolezze dietro giustificazioni di comodo, ma nemmeno trasforma in rimpianto ciò che non riconosce come tale. Sa riconoscere e descrivere le debolezze delle persone raccontate ma è in grado di scorgerne le probabili motivazioni, sa essere indulgente e pungente nello stesso tempo, ironizza sui difetti ma non prende per il culo, sorride di se stesso e si guarda con disincanto. E poi ha il grande merito di non trarre dagli episodi massime assolute ma solo considerazioni più generali, riflessioni che affondano le radici nel vissuto. Insomma Bennett ci lascia spiare all’interno della propria vita senza infiocchettarla, senza colorire ciò che sta nella media, senza perdere di vista la prospettiva di una vita come le altre.

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Giusto per accennare ad un paio di elementi che mi hanno colpito. La morte della madre è in qualche modo la più straziante. Ma non per quello che potete immaginare, bensì per il protrarsi della sua vita senza lucidità. Le due zie non sono certo morte in condizioni solite e di tranquillità, se non avessimo tatto parleremmo di circostanze grottesche. Eppure non sono sopravvissute oltremodo alle condizioni disperate, se ne sono andate per tempo. Il padre ancor di più, è morto anche a causa degli sforzi di star vicino alla moglie. La madre invece è sopravvissuta per anni al proprio disagio mentale, il suo fisico si è trascinato oltre a tutto e tutti per morire molto avanti con l’età, lasciando dietro di sé più sfinimento che disperazione. È davvero amaro constatare come una donna piena di vitalità si sia dovuta inconsciamente piegare alla noia di una routine che priva di senso la vita e, infine, la morte: è necessario morire per tempo.
La figura del fratello di Bennett è sorprendentemente laterale. Naturalmente trarre conclusioni è fuori luogo, ma non ho potuto fare a meno di notare come a una persona così importante in una dinamica familiare sia stato riservato uno spazio davvero minimo, in un racconto sulla famiglia per altro. Ciò che mi suggerisce è che una mancanza di narrazione sia pregna quanto e forse più di intere pagine.
Per chi ha letto le opere di Bennett non dev’essere male scoprire l’ispirazione di alcuni passi che ha scritto, agevolati dal fatto che sia lo scrittore stesso a segnalarlo.

Alan Bennett, Una vita come le altre, Adelphi

Felicità: 19%
Tristezza: 73%
Profondità: 82%
Appagamento: 77%
Indice metatemporale: 78%

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Su Giuseppe Ponissa

Aga la maga; racchetta come bacchetta magica a magheggiare armonie irriverenti; manina delicata e nobile; sontuose invenzioni su letto di intelligenza tattica; volée amabilmente retrò; tessitrice ipnotica; smorzate naturali come carezze; sofferenza sui teloni; luogo della mente; ninfa incerottata; fantasia di ricami; lettera scritta a mano; ultima sigaretta della serata.

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