Fertility Day, la mamma degli stolti è sempre incinta (lei)

A quanto pare, ‘sta mamma è anche l’unica a non sentirsi toccata nel vivo da quella che è la campagna di sensibilizzazione più sbagliata e meno materna nell’ambito della procreazione

Parto subito nel dire che ho dovuto aspettare un po’ prima di buttare giù queste righe, non volevo lasciarmi prendere dallo sproloquio assassino e mi serviva essere lucida quanto bastava per raccontarvi quello che ho sperimentato sulla mia pelle o, per meglio collocare l’argomento, nel mio utero.

Non starò a soffermarmi sul perché un giorno, circa un anno fa, mi trovavo sdraiata su di un lettino ginecologico.  No, non era una visita di routine, vi dico solo che la situazione non era allegra, la mia esperta era una donna. Ho capito subito che la routine era lontana anni luce nel momento in cui ha aperto e letto la mia cartella clinica.

Deglutisco e aspetto.

Aspetto che lei la chiuda e che cerchi le parole adatte per dirmi che non c’è niente di bello in quello che ha visto. Aspetto che esca e che mi lasci da sola in un tempo interminabile, con un groppo in gola e la sensazione di impotenza che cresceva di minuto in minuto.

Aspetto che torni dopo quasi un’ora con un’equipe di altre tre dottoresse che mi dicano che vista la situazione bisogna prendere una decisione al più presto, ma non prima di aver fatto quella che si sarebbe rivelata la visita più grottesca della mia carriera di ammalata.

Mi chiedono se ho un compagno. Rispondo di no.

Mi chiedono se voglio dei figli. Non lo sapevo, non lo so. Sì, forse un giorno. Cercavo di essere cortese e lucida nelle risposte richieste  o almeno fino a quel punto, credo di esserla stata.

Mi dicono che alla veneranda età di trentaquattro anni l’orologio biologico inizia a ticchettare pesantemente, che le possibilità di avere dei figli si accorciano e che io non me lo posso permettere vista la mia situazione. Mi servono delle cure immediate e non posso iniziarle senza prima aver fatto il grande passo.

Il Loro grande passo.

Mi dicono che posso congelare degli ovuli e tenerli lì in caso mi servissero. Lì fermi in un frigo, in attesa che arrivi un uomo, che le medicine facciano il loro dovere e che il destino decida per me. Io non parlo. Avevo già smesso di farlo un’ora prima.

Arriva il momento della visita vera e propria.

Io aperta come un tacchino del Ringraziamento pronto per essere farcito e quattro donne che fissando un monitor mi dicono: “Fantastico Clara, le tue ovaie e il tuo utero sono bellissimi. Dobbiamo decidere”.

Che cosa hai detto, maledetta stronza? Cosa “dobbiamo” decidere?

Ma non lo dico davvero, lo penso e basta.

E continuo a pensarlo mentre mi rivesto e mi consegnano dei moduli e smetto anche di ascoltare e di vedere le loro facce preoccupate ed eccitate al tempo stesso per una decisione che, fortuna loro, non le spetta.

Non ho reazione quando mi dicono che possono intervenire subito prelevando degli ovuli, certo con un intervento che va pensato bene perché sono un “caso un po’ delicato”.

Non ne ho nemmeno quando mi danno dodici ore di tempo per riempire le scartoffie e andare sotto i ferri. Riesco solo a salutare e a dire “ci penso”. Entro nel primo bagno che mi capita davanti, butto i fogli e inizio a piangere come una bambina.

A quell’appuntamento non ci sono mai andata.

Ora veniamo al seme del discorso:

Forse in pochi mi capiranno, ma a questo punto mi frega poco.

In quei momenti, più che a congelare gli ovuli io ho pensato a portare a casa la pelle. La vita mi è cambiata da un momento all’altro e loro questo lo sapevano bene. Sapevano bene che una decisione così non ha il permesso di essere calcolata su un orologio. Sapevano a cosa sono andata incontro, ma è stata una mia scelta. 

Doveva essere mia e di nessun altro.

La ferita si è riaperta in questi giorni, perché quello che ha fatto la comunicazione del #FERTILITYDAY è stato di insultare, offendere e indignare tutto il genere femminile pensante e cosciente. 

Ci fa credere di dover qualcosa a questo Stato inconcludente, che non ci tutela e non tutela gli ipotetici figli qualora decidessimo di averli.

Ci vuole convincere che c’è qualcosa che va al di là della nostra sensibilità, del nostro utero e delle nostre decisioni, perché c’è un disegno, a detta loro, che impone la procreazione a prescindere da tutto.

Dal fatto di avere un compagno, di volere un figlio, anzi almeno due perché se no siamo dei mostri a crescere un infelice, serve almeno il secondo per la compagnia. Ci fa tornare indietro di sessant’anni con un obbligo, oserei dire fascista, di porci davanti ai sensi di colpa.

È lo Stato che te lo chiede. Perché tu VUOI DIVENTARE MAMMA!

È lo Stato che è guidato da un Premier che a due giorni dallo scoppio della bufera sulla campagna Lorenzin, si è tirato indietro dicendo che non ne sapeva niente.

È lo stesso Stato che non da certezze lavorative, finanziarie e tutelari in ogni campo.

Ma noi siamo un loro bene.

Siamo delle sfigate se non abbiamo trovato un uomo che ci ingravidi, tic tac tic tac, però la vedo dura anche con lo Spirito Santo, tic tac tic tac, per non parlare del libero arbitrio e magari della mancata tendenza materna. Tac!

Perché anche se ci fossero tutte le condizioni, soldi, lavoro e un uomo, potrebbe essere anche che ci si accorga di non essere madri dentro, di non percepire ciò che serve veramente per avere delle creature in grembo e crescerli nei dovuti  modi.

Io non lo so cosa mi attende.

Non ho idea se mai avrò un figlio mio, partorito con dolore (ovvio).

Potrebbe darsi che arrivi per vie traverse, ma non per questo verrebbe meno amato.

Concludo dicendo che in questo ultimo e mirabolante anno, l’argomento mi è stato presentato più volte e forse ora riesco a dire quello che ho sempre pensato davvero.

Io sono già madre.

Lo sono nell’anima. La mia maternità la vivo prendendomi cura di quelle persone che mi crescono accanto, senza fogli da compilare, senza una obsoleta clessidra in mano e senza nulla che non decida di fare io per loro.

È la mia vita. È la mia testa.

E la tua campagna, cara Ministro Lorenzin, è da stracciare e boicottare, esattamente come i miei cazzutissimi moduli.

Su Clara

Sono cresciuta a libri,moda e rock'n'roll. Mangio arte fin da piccola e ho sempre saputo che mi sarei occupata dell'immagine in tutto quello che la riguarda. Dopo i canonici anni di Liceo Artistico frequento l'Istituto Marangoni e l'Accademia del Lusso e della Moda a Milano dove spazio tra creazioni, styling e scrittura di settore. Ho una passione per il vintage a cui do una seconda vita, riutilizzando accessori e complementi d'arredo la cui immagine si stravolge e ne esce completamente rinnovata, la linea si chiama Resurrection Design, un nome che è tutto un programma, ma soprattutto una filosofia sulle possibilità. Scrivo, disegno e dispenso consigli su quello che sarà cool, una sorta di guida semiseria di quello che fotografo in giro per la City con l'occhio marcato dall'eyeliner e che racconto come se fosse una storia. Rido tanto, sogno molto e macino chilometri...ma sempre con un certo stile!

Un commento

  1. Quando si perde il senso di sacralità della persona umana: ovuli, seme, crioconservazione, soldi, soldi, intolleranza, anzianità, solitudine, tristezza, soldi, diritti, soldi, sanitarizzazione dei sentimenti… porca miseria che progresso questa laicità moderna!

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