US Open 2015 – New York – Diario dal parco giochi di Flushing Meadows – Terza parte

US Open 2015 – New York, il torneo di Flavia Pennetta e Roberta Vinci, una finale tutta italiana che sa di storia. E noi c’eravamo, ci siamo stati per due giorni interi, per la prima volta abbiamo potuto ammirare i professionisti dal vivo e in un torneo dello slam. Ecco un diario dei due giorni al parco giochi, dopo quello live qui proposto. Mattino diviso tra Stan Wawrinka, Venus Williams e Garbine Muguruza.

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03/09 Mattino

Secondo giorno di US Open. Avete presente quando si dice fare il pieno di emozioni? Il giorno precedente credevo di averlo fatto, che non ci sarebbe stato spazio per un ulteriore rincaro, la giornata odierna sarebbe stata più sottotono… Sé vabbè, nemmeno scrivendolo a mente fredda riesco a renderlo credibile. La giornata precedente non solo non ha esaurito il mio atteggiamento infantile di emozioni primarie espresse in modo rozzo, le ha anzi accentuate, ha funzionato da esponenziale, dai avete presente quando si dice un numero alla seconda? Ecco quello alla seconda cos’è? Esponenziale no? Ma è la giornata odierna ad essere esponenziale? Quindi quella di ieri è esponenziatrice di esponenziale, su Rieducational Channel. Boh. Insomma, la mia voglia di tennis non ha fatto altro che prendere slancio ed ora è in piena corsa. ninja? Pure lui credetemi, anche il bambino che cerca di passare per adulto dentro di sé è entusiasta e a tratti lo fa trapelare.

A questo nuovo giro di giostra il nostro grande vantaggio è che siamo più consapevoli, non andremo lì a fare la figura dei novellini incantati. Infatti giungiamo sui campi muovendoci con sicurezza, sapendo cosa e come fare, passo sicuro, petto in fuori e sguardo fiero. Facciamo il nostro ingresso nella struttura in modo trionfale, ormai abbiamo questo slam in pugno. Credo che sia io che ninja ci permettiamo pure sguardi di sufficienza verso coloro che crediamo essere lì per la prima volta, adocchiamo le mosse delle persone per individuare quelli che non hanno esperienza: l’arroganza umana trova facilmente la via da percorrere e noi la stiamo percorrendo in limousine, con bicchiere di Martini in mano, vestaglia con iniziali e sigaro in bocca.

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Con passo da bulli di quartiere, ammantati della nostra superbia crassa, ci dirigiamo senza indugio verso i campi di allenamento. Appena prendiamo posizione su spalti che portano già il marchio dei nostri culi mi rendo conto che, a scanso del nostro conclamato (da noi e per noi) vissuto, ritorniamo a darci di gomito come bambini imbecilli. Non funziona, non ci si abitua, almeno non al secondo giorno, siamo nuovamente in preda a incredulità e sconcerto: li abbiamo qui a due passi che palleggiano amabilmente.

Tre sono i campi occupati e andrò in ordine di apparizione. Su quello di destra scambiano Mona Barthel e Donna Vekic, entrambe tenniste professioniste.

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Con aria da esperto della domenica lo comunico a ninja che, affamato di conoscenza superflua, mi chiede come mai si allenano insieme e non con uno sparring partner. Come chi viene colto con le mani in una marmellata scadente e gratuita abbozzo: mah saranno amiche, oppure vogliono dividersi la spesa del campo. Ma ninja sta già guardando oltre, si accorge immediatamente dell’avvenenza, che fu già oggetto di tenzone, di Donna (volevo pure pubblicare un filmato del loro palleggio, ma l’audio riporta apprezzamenti da allupati di mare, con inneggiamenti a divinità che vanno per la maggiore). La mente di ninja poi compone gli elementi in campo e sforna un’ipotesi tanto tagliente quanto grezza: vede di fronte a sé una figura mitologica con il viso della Vekic supportato dal sedere della Barthel.

Ma non c’è tempo per tali elucubrazioni, sul campo di fianco trascina i piedi Venus Williams, indolente in ogni strato di pelle, con il passo felpato della pantera assonnata.

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Come potete vedere dal filmato qui sotto comincia a palleggiare come se volesse trovarsi da tutt’altra parte piuttosto che esibire la propria nobiltà di fronte a cafoni della nostra risma. Ha ragione, non meritiamo tanta grazia, la nostra presenza, parlo di tutto il pubblico mica solo di noi due, è fuori luogo, non abbiamo gli occhi allenati a sopportare tanta fulgidezza, siamo indegni. Perdonaci Venere, noi ominidi ci cibiamo delle gesta degli dei, vorrei inchinarmi a chiedere scusa se solo non avessi paura di perpetrare un ulteriore affronto.
Piano piano il ritmo degli scambi aumenta, Venus ha deciso che sì, sparerà un paio di fendenti per noi, ci regalerà qualche svogliata carezza. ninja osserva come paia sempre scoordinata, non arriva mai a colpire la palla come ci si aspetterebbe. Stolto, la coordinazione è troppo umana per riuscire a imbrigliare Venere.

A sinistra di Venus ci dà dentro di discreta lena Stanislas Wawrinka.

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Abbiamo già capito tutto, non serve nulla di più: il suo rovescio è già nei nostri cuori. Non assistiamo ancora alle bombe che lancia in partita, ma la realtà si offre nuda a noi, limpida è l’immagine, tutto è più chiaro, il nostro pomeriggio sarà legato a doppio filo con lui. Infatti per questa giornata non abbiamo i biglietti del centrale, ma solo quelli del secondo campo, il Louis Armstrong Stadium, dove però comparirà proprio Stan the Man. Ci perderemo Federer, Halep, Murray, Azarenza, Wozniacki e non ricordo più chi altri, ma ora, in questo preciso istante, siamo immuni da passioni populiste, il nostro faro si è palesato e, in attesa di rifulgere in tutto lo splendore, ci invia bagliori di speranza, piccoli segnali di incitamento.

Proprio in attesa del messia odierno, ci dirigiamo verso l’amato court 17, consapevoli di doverlo lasciare dopo non molto. Suggerisco a ninja di trascorrere il tempo che ci separa dallo svizzero con una puntata da Garbine Muguruza, impegnata contro la britannica Johanna Konta. Ci appropinquiamo ai posti con in mano io un caffè allungato col ghiaccio, ninja con uno sbubbone dalla consistenza insormontabile: detto per inciso sarà l’unica, tra bevande e portate, che non gli vedrò ingurgitarsi per intero in tutta la vacanza. Ci accomodiamo alla solita distanza infinitesimale, in tempo addirittura per l’entrata delle giocatrici.

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L’amazzone venezuelospagnola impressiona immediatamente, quando decide di accelerare è impressionante. Ha solo quel piccolo difetto lì che va ormai per la maggiore: non prova a fare troppo altro e regala gratuiti banali, pur mostrando una ricerca continua della palla con i piedi. Si fa preferire l’avversaria, che gioca gagliarda, ribatte, sbaglia di meno, muove il gioco e piazza qualche bel vincente. È un set lottato, non contempla fronzoli ma, tutto sommato, il più bello a cui abbiamo assistito in questa due giorni. Garbine non riesce a venirne a capo, né di se stessa né dell’avversaria, che la trascina al tie-break per poi vincerlo. Ci piacerebbe restare su questo campo, il match promette di essere una battaglia (infatti la spunterà Konta al terzo dopo più di tre ore, perdendo il secondo set ad un ulteriore tie-break e chiudendo 6-2). Purtroppo, quasi, abbiamo un appuntamento che è già iniziato.

Prima di passare oltre però vorrei accennare alla passione maturata in ninja per Johanna. Posso comprendere la sua ammirazione per la prestazione di cuore, anche per il gioco alla fin fine a suo modo intrigante che ci ha fatto vedere. Ma lo squilibrato è stato rapito più di tutto dai tic al servizio della ragazza. Konta vanta una preparazione del colpo tutta sua: palleggio di palla molto alto, rotazione della racchetta nella mano destra ad ogni rimbalzo e rotazione della pallina nella mano sinistra ad ogni presa. Raramente ho potuto ammirare gesti tanto meccanici e goffi, eppure ninja se n’è innamorato: dicono l’amore sia cieco, ho avuto la dimostrazione invece che ci vede di sbieco.

Eccoci sul Louis Armstrong, entriamo a partita da poco iniziata e ci accorgiamo immediatamente di due cose lampanti: i posti prenotati sono vicini al campo, il caldo è scoppiato e questo stadio è una trappola. L’esperienza ci ha concesso di ricordarci i cappelli, senza avvertirci che ci avrebbero sì salvato da insolazione sicura, ma non da una sudata vergognosa. Così ci ritroviamo a seguire il match in condizioni limite, contenti per lo spettacolo e confusi dal fisico, che ci chiede perché, perché si ritrova per il secondo giorno consecutivo a perdere liquidi che neppure sapeva di conservare. Questa sofferenza forse però ce la siamo meritati, è Stan che ci punisce per i pensieri peccaminosi sulla sua Donna, non tanto per le zozzerie in sé, che sono sicuro comprende, quanto per averle montato con l’immaginazione un culo altrui.

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Dunque anche Stan the man mi appare sotto spoglie di un misticismo rubato alla sopravvivenza. Affronta il coreano Chung Hyeon, ragazzino supportato da un attempato connazionale seduto poco più avanti. Connazionale, sicuro? E che ne so, gli occhi a mandorla ce li ha, tifa in modo spiccato, poi se sia proprio coreano non ci giurerei. Insomma, sto dicianovenne costringe lo svizzero a tre tie-break, tutti per altro persi: ma allora, se devi perderli tutti, visto il caldo senza senso, fatti eliminare prima no.
Wawrinka non è in forma smagliante, ma al netto della poca ispirazione, del clima indecente, dei nostri sguardi speranzosi verso i paramedici, Stan sforna rovesci. Rovesci meravigliosi, che danno un senso alla nostra sofferenza, che si incuneano nelle zone del campo meno prevedibili, che vanno incontro al coreano per rimarcare la sua pochezza, che ci riempiono gli occhi di commozione. Certo, Chung non molla, addirittura direi che gioca meglio, ma tutto questo cosa volete che conti? Conta solo Stan the man e il suo rovescio per nulla svizzero. Stan che ha un atteggiamento da bullo di periferia svizzera, di quelli che fanno i gradassi in un contesto accomodante, con l’espressione scoglionata di chi non sa nemmeno perché.

 

Su Giuseppe Ponissa

Aga la maga; racchetta come bacchetta magica a magheggiare armonie irriverenti; manina delicata e nobile; sontuose invenzioni su letto di intelligenza tattica; volée amabilmente retrò; tessitrice ipnotica; smorzate naturali come carezze; sofferenza sui teloni; luogo della mente; ninfa incerottata; fantasia di ricami; lettera scritta a mano; ultima sigaretta della serata.

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