US Open 2015 – New York – Diario dal parco giochi di Flushing Meadows – Quarta parte

US Open 2015 – New York, il torneo di Flavia Pennetta e Roberta Vinci, una finale tutta italiana che sa di storia. E noi c’eravamo, ci siamo stati per due giorni interi, per la prima volta abbiamo potuto ammirare i professionisti dal vivo e in un torneo dello slam. Ecco un diario dei due giorni al parco giochi, dopo quello live qui proposto. Pomeriggio tra la follia di Giorgi e Lisicki, un fulminante innamoramento per Kvitova e la pallina firmata da Flavia Pennetta.

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03/09 Pomeriggio e sera

Usciamo dal Louis Armstrong con qualche chilo in meno e un paio di allucinazioni in più. Per calmare la sete, sia in senso letterale sia quella di morte che la calura ci fa provare, decidiamo che è il momento della prima birra di giornata. È proprio con l’alcol in mano che ninja affonda il colpo, un colpo preparato già in aereo e assestato nel momento giusto, un piano diabolico ed efficace. Vuole dare un’occhiata a Camila Giorgi, una sua passione, a dire il vero più maschile che sportiva. Cedo signori cedo, per due motivi soprattutto. Il primo è che sono curioso di vedere dal vivo l’effetto che fa, com’è assistere a quei colpi insensati che costituiscono il suo credo, pure in sede di interviste a freddo. Il secondo è che se la deve vedere con cavalla pazza Sabine Lisicki, mi stuzzica lo scontro tra queste due follie: quella all’odore di crauti contro quella asettica, una tutta lacrime di coccodrillo l’altra porosa d’antipatia. Sì, mi convinco, vediamo dal vivo due espressioni insensate del tennis moderno, due cieche pazzie fini a se stesse.

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Dal vivo il e il mio compare sperimentiamo l’emergere di due sentimenti opposti, uno di conferma l’altro di delusione. La conferma è la mia, vederle giocare sa di azzardo in una caserma della finanza: inutile, controproducente e poco furbo. Giocano su tre colpi, fanno a gara a chi la sparacchia prima, un non senso. A dire il vero la tedesca pare essersi cosparsa di un minimo di sale sulla zucca (dentro è troppo), l’italiana invece prosegue imperterrita nel suo disegno suicida, nato per altro dal nulla, non sa nemmeno perché lo fa, lo fa perché è stata programmata così ed è ormai in loop eterno.
Dal canto suo ninja vive un disincanto crepuscolare. Prima di entrare vaneggiava di gambe ben tornite, ma l’impatto della ragazza sui suoi sensi attenti è di ben poco conto, nemmeno lo scondinzolare in risposta della fanciulla riacciuffa il suo desiderio.

Lasciamo Camila alla propria costruzione di un destino insensato e proviamo a ritagliarci un pezzetto di terra nel regno del re. Ha prenotato il campo per due sessioni consecutive di allenamento, la prima è quasi andata, ma per la seconda siamo ampiamente in tempo. Ci appollaiamo sugli spalti in suddita attesa, già chini per la sola aspettativa dell’apparizione, che sarà di certo eterea, un’aura di santità accompagnerà colui che ha saputo riunire il potere temporale e quello secolare. Attendiamo, attendiamo, sempre sudditi nell’animo, attendiamo, ma diventa evidente che la sessione è stata annullata, Federer non si paleserà a questi profani. ninja sbotta, riempie di improperi il regnante, sostenendo che a noi non frega un cazzo di questo qui, abbiamo il nostro parco giochi che ci aspetta. È evidente come, tutto sommato, il suo discorso regga, ma è altrettanto lampante che manie di grandezza si sono aperte un’autostrada in noi, oramai ci sentiamo onnipotenti, un re in via di dismissione non può scalfire le nostre nuove effimere certezze, non può spostare il piedistallo che ci siamo costruiti e su cui ci siamo innalzati.

Con i nostri sentimenti contrastanti ci ricatapultiamo sul Louis Armstrong, di scena Petra Kvitova contro la statunitense Nicole Gibbs. Sorvolando sul blando tifo del pubblico, il caldo ha ormai mollato la presa più aspra ed mi restituisce la lucidità per illuminarmi di nuova vitalità. Petra non è certo una sorpresa, ne ho viste di partite che l’hanno coinvolta e i due Wimbledon vinti parlano per lei. Le appartiene un tennis d’attacco, una condizione fisica labile e una forza mentale spesso in libera uscita.

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Vista così reale, così vicina, però Petra mi strega. Innanzitutto la sua bellezza di spilungona dell’est ha su di me un fascino che via etere non avevo mai colto: bella, svogliata, con quelle smorfie perplesse a sottolineare ogni errore, come se fosse abituata a commetterne pochi per partita. Tennisticamente non ha le caratteristiche che prediligo, eppure il suo modo di colpire mi lascia di stucco, quando decide di chiudere il punto, salvo errori, tira fendenti di velocità fenomenale, la palla viaggia armoniosa. Ho una nuova dea da venerare, ben inteso sempre dietro Aga ci mancherebbe, ma d’ora in poi guarderò Petra con occhi diversi, languidi di attesa per la sua botta. Petra Kvitova ha per me un nuovo perché, fatto di biondezza in alta quota e scarpe oscenamente fosforescenti.

Mi sento come Anna Oxa:
Quando nasce un amore non è mai troppo tardi
scende come un bagliore da una stella che guardi
e di stelle nel cuore ce ne sono miliardi
quando nasce un amore, un amore.
Ed è come un bambino che ha bisogno di cure
devi stargli vicino devi darli calore
preparargli il cammino il terreno migliore
quando nasce un amore, un amore.
È un emozione nella gola da quando nasce a quando vola
che cosa c’è di più celeste di un cielo che ha vinto mille tempeste
che cosa c’è se adesso sento queste cose per te
farò di te la mia estensione farò di te il tempo della ragione
farò di più farò tutte le cose che vuoi fare anche tu.

Oramai la giornata volge al termine, optiamo per l’amato court 17 dove sta picchiando il rigido Berdych. L’obiettivo reale è chiudere con Flavia Pennetta che seguirà.
Dirigendoci verso la meta possiamo ammirare la scena fotografata qui sotto: l’aggiornamento manuale dei megatabelloni dei risultati. Affascinante a suo modo, non fosse che nel 2015 mi chiedo perché sia necessario inviare un uomo sulle scale ad effettuare l’operazione manualmente. È una tradizione secolare? Una punizione per i dipendenti che sbagliano? Una coreografia per questi americani che ne sono sempre affamati?

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Storia di una pallina

Giunti al court 17 ci mettiamo in fila, nulla di che beninteso, nel mentre consultiamo la nostra app ufficialissima e scopriamo che Flavia Pennetta è stata spostata sul Louis Armstrong e sta già giocando. Come in un film comico saliamo le scale del 17 e ridiscendiamo senza fermarci, è chiaro che chiuderemo in modo patriottico.
Giungiamo sull’Armostrong a match da poco iniziato e la sorte ci elargisce un ultimo, immeritato, regalo: essendo un match che non si svolge sul campo programmato, ed essendoci davvero poche persone, non esistono posti prenotati, possiamo piazzarci in primissima fila.

agafan in prima fila sul Louis Armstrong con classica abbronzatura da US Open
agafan in prima fila sul Louis Armstrong con classica abbronzatura da US Open

Fino ad ora ho insistito di quanto siamo stati vicini ai giocatori, ma francamente questo è troppo, siamo così avanti che più avanti non si può. Con il cervello infantile in subbuglio, ci sediamo per osservare Flavia Pennetta sfidata da Monica Niculescu. Il match è piacevole poiché gli scambi sono prolungati ed essendo il nostro ultimo incontro vorremmo non finisse troppo presto. I tagli che la rumena produce col dritto sono davvero fastidiosi, da qui posso rendermene palesemente conto. Ma Flavia è solida, ha un rovescio straordinario, efficace e naturale, il dritto ha tutt’altra costruzione senza però risultare un inevitabile tallone d’Achille.

ninja nel frattempo si è accorto dell’avvenenza di Flavia, una rivelazione che monta in lui di minuto in minuto, si volta verso di me e, con un’innocenza che non gli appartiene e non sono disposto a riconoscergli, mi dice: Ma è bella, davvero bella! In me scatta lo stupore del bambino, che mi appartiene e mi riconosco, e gli controbatto, con il tono di chi possiede la verità dalla nascita: E certo! La Pennetta è bella. Insomma, a due passi c’è chi scopre perle sudate e chi trova conferme in gonnella, tra espressioni che io definirei semplici e pure, ma che i soliti cinici riconoscerebbero come banali e poco articolate.

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Il match non ha molta storia, salvo per qualche incertezza di Flavia. Però ho deciso che voglio un’uscita in grande stile da questo impianto, lo dichiaro a ninja: ora mi faccio sentire da Flavia, proprio da italiano casinista (pur rispettoso del gioco, sia chiaro, lo spirito democrisitano con cui mi hanno tirato su scorre potente nelle mie vene). Ecco quindi tutta una serie di incitamenti molto banali ma gridati con convinzione: Dai Flavia, Fantastica, Forza Flavia. Gli unici italiani siamo noi, dagli spalti non certo gremiti, esala ogni tanto qualche Go Peneta, ma diciamocelo: non c’è storia, la voce grosse qui, tra le pecore, la facciamo noi. Riusciamo persino ad essere presi per il culo dal raccattapalle sotto di noi che se la ride col giudice di linea. Sarebbe addirittura a portata di schiaffo, ma ha ragione lui, italiani in vacanza.

L’incontro termina, non prima che un drone si schianti sulle tribune vuote. Sicurezza illusoria.
Dopo l’intervista ecco il rito delle palline firmate, all’ultima Flavia Pennetta si gira verso la nostra tribuna, ci sbracciamo (ci mancherebbe altro), ci guarda, sì siamo sicuri ci guarda, ci sorride, sì siamo sicuri anche di questo in mancanza di testimoni, e ci tira quella pallina, precisa precisa: gira la palla, gira la palla.
Usciamo dallo stadio con la palla firmata tenuta in mano come un cimelio, abbiamo paura di rovinarla, coerenti alla nostra banalità. Ci beviamo su, più di una birra, ci bulliamo con chi ci serve da bere e da mangiare e con un paio di sconosciuti e ancora non sappiamo che è la palla firmata dalla futura vincitrice degli US Open 2015.

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Chiaramente siamo ancora qui a raccontarci come questo successo slam di Flavia sia un po’ merito nostro. Piazzerò la palla in una teca, già acquistata online, e creerò un ambiente adatto sulla libreria: foto della Pennetta a circondarla e un lumino tipo santino, di quelli elettrici però, che dare fuoco alla casa mi sembra troppo… o forse no, è ancora lo spirito democristiano che prende il sopravvento?

Su Giuseppe Ponissa

Aga la maga; racchetta come bacchetta magica a magheggiare armonie irriverenti; manina delicata e nobile; sontuose invenzioni su letto di intelligenza tattica; volée amabilmente retrò; tessitrice ipnotica; smorzate naturali come carezze; sofferenza sui teloni; luogo della mente; ninfa incerottata; fantasia di ricami; lettera scritta a mano; ultima sigaretta della serata.

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