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Roma, Internazionali d’Italia di tennis – Diario fine a se stesso

Roma, Internazionali d’Italia di tennis. Un diario della due giorni passati sui campi rossi, come sempre senza criterio e sulla scorta di folate di passione becera, da chi non se ne intende ma apprezza, non capisce ma condivide. Dal rovescio sublime di Suarez Navarro alla potenza di Muguruza, dal dritto impressionante della Keys alla schematicità della Halep.

Ve la farò meno breve rispetto a quando sono stato agli U.S. Open (leggi qui). D’altronde, anche se su Supertennis cercano di farlo passare come il torneo più importante del sistema solare, andare a Roma è stata quantomeno la mia seconda volta e, si sa, è la prima che non si scorda mai. Procederò in modo casuale, senza fare una cronaca precisa, anche perché non ho assolutamente voglia di mettere ordine nei miei ricordi.

Naturalmente, come in ogni spedizione di cui faccio parte, siamo partiti, i quattro figuri coinvolti, con alcuni errori strategici. Tipo credere che a quasi quarant’anni si possano fare le tre di notte sorseggiando birra e parlando di stronzate senza pagare dazio. Infatti siamo arrivati sui campi a partite appena iniziate, saltando il momento introduttivo degli allenamenti che ci avrebbe permesso un ambientamento meno violento. A dimostrare che l’esperienza insegna solo agli intelligenti mentre alle teste di minchia non serve a nulla, abbiamo ribadito il concetto anche il secondo giorno: errare è umano, perseverare è da noi.

campo ok

Va da sé che ho approcciato questo torneo con la spocchia di chi ha conquistato uno slam, dopo essere stato a New York ho guardato tutti dall’alto al baratro. Però a conti fatti l’esperienza romana, per uno come me che non frequenta abitualmente i campi, confesso essersi rivelata entusiasmante, non di un entusiasmo slam ma era impossibile. Invece i campi si sono rivelati dei campi minati, lasciando perdere il cemento che è più sgargiante sia da osservare sia da veder giocare, i rimbalzi erano tutto fuorché regolari. Le strutture più striminzite e precarie di quelle newyorchesi, va da sé, mi sentivo quasi offeso a dover percorrere spazi tanto angusti, come se non fossi un frequentatore di slam, romani insolenti. In compenso mi sono sentito in un grande torneo nel momento di acquistare birre: quattro euro e mezzo per una lattina di Nastro Azzurro, li mortacci loro.

Ma passiamo alle sensazioni da campo, mi limiterò a descrivere le donne poiché le seguo più assiduamente, per gli uomini mi affido alle foto e ai video a fine pagina.

Garbine Muguruza

muguruza ok

Ha impressionato come aveva fatto a New York. Non mi riferisco solo ai commenti a sfondo nuziale di un paio di noi, intendo proprio nei colpi: sprigiona una potenza impressionante, dal vivo viene esaltata maggiormente la sua irruenza, si tratta di una colpitrice selvaggia. Fisicamente poi è davvero imponente, insomma sprigiona forza da tutti gli elementi tennistici immaginabili. Il tutto però non è associato ad alcun tipo di grazia, a nessuna concessione ad altro che non sia mangiarsi il campo. Insomma, ti ritrovi davanti a questa amazzone potente che ti resta impressa per la sua arroganza giovanile e per la mancanza di qualsivoglia soavità, ne sei attirato e impaurito allo stesso tempo. Poi le guardi il viso e ti accorgi che nemmeno lei è convinta, c’è qualcosa che la turba perpetuamente: potrebbe essere il desiderio di esprimere un tennis migliore, la pressione del circuito WTA o semplicemente il dilemma di quali scarpe abbinare al vestito appena acquistato.

Simona Halep

halep ok

Mi mancava, a New York non sono riuscito a gustarmi una delle mie preferite. Quindi mi sono buttato nei tre set della partita con entusiasmo genuino. In effetti ho ritrovato tutto quello che mi aspettavo: costruzione del punto, schemi precisi, consapevolezza dello stare in campo. Naturalmente è saltato all’occhio la difficoltà di chiudere i punti, la mancanza del colpo definitivo. Non solo perché Gavrilova le prende tutte, butta il cuore oltre l’ostacolo e tutte le palle oltre la rete, ma proprio non sfonda, non riesce a venire a capo di molti scambi, si irrita, e ci mancherebbe, ma insiste. Tutti elementi che già si conoscevo, anche se esaltati dal vivo. Insomma ho ritrovato la giocatrice che mi consente una visione diversa dall’ormai solito carica e libera. Eppure, eppure qualcosa non mi torna, sento come una sensazione di soffocamento, una mancanza d’aria, proprio il contrario di quello che dovrei provare. Il fatto è che la sua schematicità è costante, il gioco ristagna nelle stesse combinazioni, mai un guizzo diverso, non dico di fantasia, sarebbe troppo, ma almeno una via d’uscita a questo lento e continuo stillicidio, una porta aperta sull’imprevedibile, da richiudersi velocemente dietro le spalle ma non chiusa a chiave e le chiavi lasciate negli spogliatoi.

Eugenie Bouchard

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La cito solo per gli entusiasmi suscitati in uno degli elementi della compagnia. Entusiasmi dovuti alle birre e al carattere ondivago e sdrucciolevole del personaggio, ma tant’è, il risultato è stato un tifo insensato da quindicenne. Per il resto, abbiamo assistito all’esibizione altalenante di una giovincella che ci prova, ha anche i colpi ma non ha idea di cosa significhi capire la partita, potrebbe incartarsi da sola in ogni momento.

Angelique Kerber

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Versione smunta quella che ci ha propinato. Recuperi mai efficaci, errori banali, messa in crisi da una sgarzoncella che avrebbe potuto e dovuto regolare. Vabbè pazienza, però qualche bella rincorsa ai limiti del possibile me la sarei pure voluta gustare.

Madison Keys

keys ok

In forma, infatti è arrivata fino alla finale, il che vuol dire sberle dietro sberle, intervallate da errori dovuti alla ricerca di sberle. La palla come un proiettile, lei, dal sorriso camaleontico che si adatta alla situazione, non chiede altro che colpire. L’ho vista in un match scandalosamente avaro di scambi contro Kvitova e in uno spezzone contro Babos ed in entrambi ha mostrato colpi come sentenze, a favore o contro, ma inappellabili. La ragazza si fa apprezzare per la mancanza di scenate, di esultanze esagerate o continue, per quell’aria di trovarsi lì per caso ma con l’arma giusta. Certo, se solo aggiungesse qualcosa al suo arsenale, saprebbe divertirci oltre che essere stellina del futuro.

Petra Kvitova

kvitova ok

Si arrende alla Keys senza lottare e contribuendo ad affossare il match sui tre colpi. E dire che l’avevo annunciata agli altri come la rivelazione sicura dei loro appannati entusiasmi, sarebbe stata il messia in gonnella che non aspettavano ma avrebbero riconosciuto. In questi termini mi è apparsa a New York, accaparrandosi inaspettatamente la mia più sentita passione. Invece mi hanno insultato in tutti i modi, avrebbero voluto andarsene a metà set nonostante fosse l’ultimo incontro di giornata. Ma io non mi sono piegato, ho assicurato che si è trattato di una giornataccia, li ho esortati a ricordarsi dei pochi colpi che ha sfoderato, tra cui un delizioso, nonché unico (sia tra donne che tra uomini) serve and volley del giorno. Petra va presa così, con le sue giornate opache, con quella svogliatezza autolesionista, con le paturnie che offuscano la sua fragile mente. Perché poi sa ricambiare con colpi impressionanti, con giocate affascinanti, con classe intermittente ma cristallina.

Ana Ivanovic

ivanovic ok

Ammirata solo di passaggio, per qualche scambio, per il bieco motivo per cui credo il campo numero uno fosse pieno. Ed ho ottenuto conferme, folgoranti conferme a folgoranti sospetti: la ragazza è di una bellezza imbarazzante.

Barbora Strycova / Heather Watson

strycova ok

Le accorpo perché mi sono gustato uno spezzone del loro incontro sul campo uno. L’ho abbandonato solo perché mi piace vedere partite intere, ma ho sbagliato. È stato il match di gran lunga più gustoso e interessante che ho visto nella due giorni. Se la giocano a tennis, ogni punto è costruito, le accelerazioni arrivano con criterio e pure si notano variazioni, qualche discesa, lotta. Insomma da gustare, con la Barbora a sparagliare e Heather a impostare. Pace interiore romana.

Timea Bacsinszky

Partiamo dal fatto che la sua diversità mi stuzzica, la mancanza della solita monotonia nelle sue partite mi avvince. Nel match contro Suarez Navarro mi ha fatto anche vedere belle accelerazioni, sorprendenti punte di goffa fantasia e gentile tigna. Però quel suo alzare pallettate ogni due per tre mi ha davvero esasperato, figuriamoci l’effetto sulla fragile mente di Carla, non ne potevo più, sembrava le sciorinasse per farmi un dispetto. L’ha portata a casa, brava, ma un conto è far giocare male le avversarie, un conto giocare male per lunghi tratti tu. Il suo grande vantaggio è quello di essere creatrice dell’ambiguità dei match che la vedono protagonista, così sa gestirla e non si lascia imbrigliare da se stessa, come una brava maîtresse sa gestire le sue puttane.

Carla Suarez Navarro

navarro ok

Concludo con la rivelazione di quest’esperienza. Non perché non la apprezzassi già da casa, ma la forza della bellezza sa trovare sempre nuovi sbocchi e quello di un’ammirazione dal vivo è uno dei prediletti. Pennella il campo con sagacia e leggiadria, regala intelligenza tennistica, la racchetta un fioretto per toccare amabilmente il cuore. Il pubblico sussurra a tratti i suoi oh di spontaneo abbaglio. Non solo per quanto detto fino ad ora, ma naturalmente anche per quel rovescio con cui gli dei del tennis hanno voluto premiarla, renderla portatrice di verità, donarci una goccia di splendore nel mare di irruenza. Grazie Carla, il tuo altarino nei miei ricordi avrà sempre fiori freschi e offerte sacrificali al sapore di sangria.
Alla fine di tutto ciò ha perso, la sua mente più gracile dei suoi colpi, pazienza, non serve vincere per sbalordire.

Roma, Internazionali d’Italia di tennis – Diario fine a se stesso ultima modifica: 2016-05-18T10:00:56+00:00 da agafan

Su agafan

agafan sta per fan di Aga, cioè di Agnieszka Radwańska, tennista polacca. Radwańska è una perdente di lusso a causa della mancanza cronica di potenza nei suoi colpi. Ma lei compensa con altre caratteristiche, aggira l’ostacolo con la classe e la sagacia tennistica, fornendo uno spettacolo unico. Mi piacerebbe affermare che le caratteristiche di Aga sono le mie nella vita, o che sono quelle a cui mi ispiro. Purtroppo né l’una né l’altra (nemmeno sul campo da tennis), mi limito semplicemente ad ammirarle. Non basta?

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