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Pillole di Indian Wells 2016

20/03
Finale di Indian Wells tra Serena Williams e Victoria Azarenka, cioè tra la dominatrice del circuito ed una delle più antipatiche ragazze che abbia mai calcato i campi del tennis professionistico. Da che parte stare? Da quella di chi monopolizza le vittorie importanti ed ha aura di imbattibile o da quella di chi rende indigesta ogni sua vittoria? Opto per una salomonica neutralità, anzi, più che salomonica disinteressata. Non che guardando una partita sia necessario tifare qualcuno, ma di solito mi piace parteggiare, anche se solo un poco, per qualcuna.
Primo set ed ennesimo inizio horror di Serena che perdeva il servizio immediatamente. Per lei normalmente poco conta, le succede non così raramente negli ultimi tempi ma poi si riprende i break con gli interessi. Questa volta no, Azarenka restava avvinghiata a questa opportunità con tutta la grinta rumorosa di cui è capace. Infatti portava a casa il parziale con un 6-4 che non la vedeva ottenere più nessuna palla break e, in compenso, salvarne diverse. In campo si vedeva una Williams versione semifinale: nervosa, generosa di errori, decisa a chiudere il punto al primo colpo mettendoci tutta la forza, ma si sa che la potenza è nulla senza controllo. Di contro, devo ammettere che c’era una Azarenka centrata, con un piano e grintosa: serviva bene e forzava pure le seconde in modo da non concedere risposte facili all’americana; potendo contare su una pesantezza di palla notevole rispondeva per le rime a Serena e rispondeva bene ai suoi servizi, riusciva a trovare profondità nei colpi, si metteva a rincorrere le palle, quello che si dice delle grandi squadre che sanno giocare con la generosità delle piccole. Ci sono stati turni di servizio difficilissimi, ma un po’ di prime, un po’ di errori della Williams, un po’ di colpi ben giocati dalla bielorussa e si materializzava l’impossibile: Serena che non trasformava la bellezza di cinque palle break. Insomma, diamo a Vika quel che le spetta: ha saputo sfruttare indolenza e scelleratezza della Williams che, per non voler scambiare, soccombeva alla sua poca vena e alla solidità dell’avversaria.
Secondo set e copione che si riproponeva: altro break in avvio per Azarenka che, ai limiti della fantascienza, salvava pure quattro palle break nel turno di servizio successivo. Ma oggi Serena proprio non c’era, a dimostrarlo il secondo break consecutivo subito, con annesso punto di penalità al rientro in campo per due racchette che hanno subito la sua furia (se non possono subirla le avversarie qualcuno o qualcosa dovrà pur far da vittima). Il primo game conquistato dalla Williams è quello del 4-1. Sul 5-2 Azarenka subiva il primo break, d’altronde va bene essere in giornata ma proprio non sentire la tensione è impossibile. Sul 5-4 Serena otteneva altre due palle break che facevano pensare ad una rimonta solo un po’ ritardata rispetto al solito. Invece Azarenka piazzava un ace e poi si affidava agli ennesimi errori di una Williams davvero fuori dal match, chiudendo con un altro 6-4. Un secondo set in cui Serena non ha forzato tutto e sempre, ma la percentuale di errori non è calata, a dimostrare che proprio non ce n’era, almeno non contro un’avversaria così convinta e, ammettiamolo, abile.
Possiamo non fare i complimenti ad Azarenka? Sì potremmo anche, attaccandoci alla giornataccia dell’americana, ma non sarebbe onesto, non che io tenga particolarmente all’onestà, ma nemmeno alla disonestà. La bielorussa batte per la quarta volta in una finale Serena, dando credito ai molti che la vedono come l’unica reale antagonista possibile della mangiatrice di avversarie. Dobbiamo ammettere che è così? Forse dovremmo, ma non lo facciamo, perché essere onesti è una cosa, ma cedere ad un’evidenza ancora non certificata è troppo. Perché Azarenka ha dimostrato grande personalità, ma di quelle che non mi aggradano.

19/03
Nonostante mi aspetti un sabato lavorativo, punto la sveglia alle tre per la semifinale tra Serena Williams e Agnieszka Radwanska. Le vie della fede sono infinite, perché le possibilità per la polacca non erano contemplate, ma che vi devo dire? Finché il fisico mi regge…
Primo set che iniziava con una Wiliiams contratta, completamente fuori dal match, senza nemmeno quella carica di teatralità che si è costruita nel tempo. Infatti subiva subito il break in apertura. Non solo, salvava anche tre palle break sul 3-2 e una sul 4-3 per l’avversaria. Lo scopo iniziale di Serena era di non giocare, colpire come non ci fosse un domani e non doversi mettere a correre, il risultato era una quantità notevole di errori alternata a vincenti senza possibilità di replica. Dall’altra parte Aga sembrava in palla, brava a sfruttare il momento dell’avversaria, a difendersi facendo giocare il colpo in più che proprio non piace all’americana e a colpire quando ne aveva lo spazio. Mettiamoci pure che Serena serviva non un gran che mentre Radwanska meglio che mai e si comprende il 4-3 raggiunto dalla polacca. Non solo, Aga non gestiva al meglio almeno due delle quattro palle break avute, errore quanto mai fatale: con una Williams dalla mente così ingolfata bisogna approfittare di ogni minima opportunità, perché prima o poi il mostro si sveglia. Tanto più che evaporava la nebbia che confondeva i pensieri della numero uno che, più logicamente, non spingeva su tutte le palle ma giocava a tennis, contenendo i colpi quando necessario. Sul 4-4 Serena non la faceva più vedere alla mingherlina che, dal canto suo, rinverdiva la debolezza del suo servizio, offrendo il fianco alle risposte devastanti dell’avversaria. Break per il 5-4 e chiusura 6-4 per l’americana.
Quasi tentato di andare a letto osservavo il veloce 3-0 su cui si portava Serena nel secondo set, con la polacca che non riusciva proprio a fare un punto. Ma lì, vuoi per rilassamento di Serena vuoi perché Aga non aveva più nulla da perdere, succedeva l’imprevedibile. Radwanska trovava il controbreak e si portava sul 3-3. Williams riprendeva a sbagliare qualcosa di troppo, Agnese ricominciava a servire meglio, insomma abbiamo riavuto un match. Poi, sul 5-5, una luce improvvisa abbagliava il futuro della mia serata: break della polacca, inaspettato e prezioso. Andando a servire per il set, però, Aga subiva le risposte dell’avversaria e la pressione: sul 15-40 sbagliava la direzione di un comodissimo attacco nei pressi della rete e veniva infilata dall’americana. A quel punto la partita era davvero finita, infatti il tie break vedeva un facile 7-1 Williams per il 7-6 finale.
È andata come doveva andare, però a questo giro Agnese è entrata in campo più convinta e i risultati si sono visti. Peccato non abbia sfruttato le situazioni favorevoli nel primo set con una Williams altrove e peccato che non abbia saputo servire per il secondo set in maniera incisiva. Detto questo ci accontentiamo, perché perdere così contro la più forte ci sta.

14/03
Roberta Vinci vs Elina Svitolina, un altro non match, mi sa che ora mi guarderò il secondo tempo del Leicester, dove magari le cose saranno più equilibrate.
Una Vinci in palla ha regolato senza difficoltà un’avversaria mai in partita. Al contrario della partita che mi sono sorbito in precedenza qui si è scambiato (anche se è durato dieci minuti in più, arrivando all’ora), almeno finché Svitolina sbagliava o Vinci la puniva dopo averla tenuta in pugno.
Un primo set conclusosi 6-1 per l’italiana che ha pure avuto tre palle break sull’unico servizio tenuto dall’ucraina. Cosa dire? Vieni qui giovane rampante che la maestra ti insegna un paio di cose.
Secondo set appena più indeciso, con Vinci a breakkare per il 3-1 ed Elina a difendere i restanti servizi grazie a qualche prima ben messa. Sul 5-4 Roberta andava a servire per il match e una Svitolina senza nulla da perdere si faceva aggressiva andando sullo 0-40. Ma Vinci oggi non ne voleva sapere, recuperava e chiudeva 6-3. Una partita praticamente perfetta da parte dell’italiana che non ha dovuto nemmeno inventarsi troppe magie (un paio le ha sfoderate per non perdere il vizio), le è bastato costruirsi i punti da fondocampo e sfruttare un dritto efficace.

14/03
Karolina Pliskova vs Ana Ivanovic, un non match.
Ho intercettato il primo set sul 2-2 servizio Ivanovic che, con un doppio fallo, regalava il break all’avversaria. La bella Ana imbufalita andava a sedersi per presentarsi combattiva al rientro in campo? Macché, la partita era finita lì, la serba non portava più a casa nemmeno un game, 6-2 / 6-0 per la ceca il finale.
C’è davvero poco da dire. Da una parte c’era una Pliskova senza pietà: servizio centrato, fendenti impressionanti, profondità e angoli, pochi errori e tanta solidità. Oddio, se di solidità si può parlare per un incontro che ha visto pochissimi scambi, con punti chiusi da vincenti immediati della ceca o da errori della serba. Dall’altra parta una Ivanovic inconsistente: servizio a tratti improponibile corredato dal solito lancio di palla a casaccio, errori a raffica (11-28 il saldo vincenti-errori gratuiti alla fine). Non c’è nemmeno bisogno di tirare in ballo la mancanza di un piano b, oggi la serba non reggeva lo scambio contro una ceca praticamente perfetta nel suo tiro a segno. Inoltre Ivanovic è apparsa talmente sconsolata che veniva voglia portarla via da quel supplizio di peso (per altro ci ha pensato Pliskova a farlo durare solo 49 minuti), non si caricava nemmeno dopo aver piazzato un vincente, lei che si carica anche quando si mette a sedere. Ora, va bene che il ritmo di un ajde ogni due respiri è esagerato, ma così dimessa! Quasi si sentiva la mancanza dei suoi… no vabbè non esageriamo.

13/03
Agnieszka Radwanska vs Monica Niculescu, un match già scritto. Alla fine così è stato, ma non con la banalità prevista.
Radwanska partiva subito forte portandosi sul 3-0 con un break. Quel dritto affettato della rumena non può darle fastidio, non è una a cui manca la tecnica per gestire i tagli. Poi però arrivavano alcune complicazioni dovute ad una partita fattasi atipica. Niculescu non ha colpi potenti e questo non consentiva ad Aga di appoggiarsi. In più la rumena la buttava in bagarre: alzava pallate, giocava palle corte, si buttava a rete. Incredibilmente tutto questo mandava in tilt la polacca che, su un terreno dove dovrebbe eccellere, perdeva la bussola. Niculescu aggrediva e scompaginava, costringendo una Radwanska poco aggressiva nello scambio ad arretrare. Inoltre la polacca scendeva a rete spesso e male, sbagliando pure volée in tutte le salse e non riuscendo ad azzeccare un pallonetto quando attaccata. Insomma, confusione totale, con punti rocamboleschi che regalavano, se non un incontro di alto livello, uno spettacolo insolito. Così ci si ritrovava sul 4-2 e servizio per Agnese ed un game infinito in cui la rumena non sfruttava diverse palle break, quasi tutte per errori suoi, trovandosi incredibilmente a decidere le sorti degli scambi. Alla fine, più nell’altro modo che in uno, la polacca riusciva a portarsi sul 5-2 e poi, breakkando ancora, su un 6-2 bugiardo.
Nel secondo set Aga si registrava e capiva che le sarebbe bastato palleggiare senza errori per passare una mattinata più tranquilla. Dall’altra parte Niculescu non trovava più la sponda per le sue stranezze, continuava a sbagliare, come nel primo parziale, ma non compensava con i punti vinti a casaccio. Con la tranquillità Aga regalava anche un paio di gemme delle sue, impreziosendo una prestazione per alcuni tratti incasinata. Secondo set chiuso su un 6-1 senza storia.

12/03
Rientrato a casa accendevo la televisione per un passaggio conciliasonno e mi ritrovavo sveglio fino alle 2 inoltrate. D’altronde mi si presentava la troppo ghiotta occasione di gustarmi l’ultimo set di Agnieszka Radwanska vs Dominika Cibullkova. A dire il vero, più che gustarmi mi sono sofferto quell’ultimo set. La slovacca si portava sul 5-2 e match point sul servizio della polacca, giocando un tennis tutto pressione e tutto dentro le linee contro una polacca un po’ troppo fallosa nel tentativo di farsi aggressiva. A quel punto però Cibulkova si normalizzava mentre Aga, più che fattucchiera del tocco, cominciava a piazzare colpi là dove non pare possibile. Radwanska così portava a casa un incontro che, per il set visto, si è fatto guardare con una certa piacevolezza.

In serata, dopo aver prestato le mie deboli braccia al trasloco di un amico, con la schiena dolorante di un ottantenne intercettavo qualche stralcio della partita che Denisa Allertova ha fatto sua ai danni di Angelique Kerber, Per quel che ho visto, non moltissimo e un po’ qua e là, la tedesca non si è presentata forse in piena forma, ma più che averla persa lei l’ha vinta la ceca sparando fendenti pazzeschi con una continuità insana.

Pesco invece dall’inizio Belinda Bencic vs Lauren Davis. Incontro anomalo declinato da due tenniste che non possiedono i colpi decisivi che oggi vanno per la maggiore. Dunque, spesso e volentieri, scambi tirati, magari con pochi guizzi ma con un gioco che si prendeva il tempo di andare oltre il terzo colpo.
Davis partiva molto bene, pareva un trottolino indemoniato che prendeva tutto e si permetteva di attaccare appena ne aveva l’occasione. Bencic pareva sorpresa di dover faticare e non riusciva a prendere le misure, finché non è riuscita a controbreakkare per il 3-3 e risolvere il set facilmente, come era prevedibile ad inizio match e non per come si era messa nei primi giochi. La sensazione però era di netta superiorità della svizzera che, registratasi, non ha concesso più molto alla Davis chiudendo 6-3.
Così mi accingevo a guardare un secondo set incanalato nel più prevedibile dei solchi. Invece Belinda ripartiva distratta e nervosa. Si metteva a sbagliare ben oltre le sue abitudini e a smoccolare come da sua abitudine. Qual è il confine tra caratterino combattivo e caratteraccio controproducente? Ce lo illustrava la giovane svizzera: quando ti innervosisci e non ne azzecchi più una contro un’avversaria alla tua portata trattasi di caratteraccio. In compenso Serena ha trovato la sua erede in quanto a teatralità, con la differenza che la Williams recita ma poi riprende il filo come niente fosse, Belinda si perde nella costruzione delle sue scenette. Ma Bencic oggi era un manuale aperto, infatti ci ha spiegato perché una tennista dai fondamentali da fondo campo solidi e capace di costruirsi il punto in maniera intelligente non viene mai a prendersi il punto a rete: perché sotto rete è un disastro, non solo con le classiche volée, giocate in maniera non certo ortodossa, ma pure nel classico colpo di moda oggi nel tennis femminile, lo schiaffo al volo, che non chiudeva praticamente mai, ritrovandosi pulcino indifesa sull’orlo del nastro. Dall’altra parte Davis faceva il suo, continuando a macinare continuità con quel pizzico di aggressività che non guasta e che la portava a vincere il parziale per 6-3.
Ecco allora che il terzo set si presentava sorprendentemente incerto, tra i capricci di una ragazzina viziata dal talento e una Davis che continuava a fare il suo, salvo perdersi in errori incomprensibili su alcuni punti fondamentali, tutti su colpi a rimbalzo nei pressi della rete con campo aperto. Alla fine, dopo break e controbreak, Bencic strappava il servizio decisivo all’avversaria per il 5-3, andando a chiudere con un 6-3 che rendeva giustizia al suo maggiore talento rispetto alla generosità dell’americana.

Mentre scrivo c’è una Muguruza che annaspa contro McHale, con primo set perso e racchetta spaccata e break subito ad inizio secondo set.

10/03
Comincia questa edizione di Indian Wells che segue di pochi giorni la conferenza stampa di Maria Sharapova. Vorrò mica privarvi del mio risibile parere sulla vicenda del momento. Ci mancherebbe, mi piace pontificare sul nulla, figuriamoci quando ho l’occasione di mettere becco su affari mondiali. A parte tutto, spendo giusto due righe per dire che mi dispiace, nonostante non ami il tennis e l’atteggiamento in campo della siberiana. Dispiace perché non potrebbe essere altrimenti, per chi ama questo sport, quando un tennista viene pescato positivo ad un controllo antidoping, se poi si tratta di uno dei massimi esponenti ancora di più. Però il fatto sussiste, addirittura ammesso dalla protagonista. Viene da pensare male sull’utilizzo del farmaco da parte di Maria, impossibile prendere per oro colato la versione fornita in conferenza stampa. Detto questo attendiamo la squalifica che verrà imposta, nella convinzione che il tennis possa andare avanti senza di lei, nonostante il pianto inconsolabile ed assolutorio dei suoi ammiratori.

Ma veniamo al torneo. Le circostanze mi pongono di fronte ad un Lucie Hradecka vs Alison Riske. Uno di quei match che mai avrei seguito se non per far partire questa inutile rubrica. Una noia mortale trascinatasi fin troppo a lungo. Da una parte c’era una Hradecka, mostro bibimane, che sparava tutto a più non posso, colpiva con foga come se non ci dovesse essere un secondo colpo. Dall’altra parte una Riske fiacca che non riusciva a contenere la potenza dell’avversaria. Eppure le due si pregiavano di trascinare il primo set fino al tie break dove la ceca la spuntava 7-6 (7-4). Non che l’americana facesse nulla per allungare la solfa, se non controbrekkare sul 4-2 per l’altra. Semplicemente la Hradecka sbagliava tanto quanto sfondava.
Il secondo set era senza storia, con una ceca che fiduciosa metteva più o meno tutto e una Riske che non riusciva ad allungare gli scambi. 6-2 per Hradecka e fine partita. Da notare come la ceca, nei pochi scambi rocamboleschi, nel momento in cui non aveva da sparare con schema classico andava completamente in confusione, perdendo punti già fatti.

Pillole di Indian Wells 2016 ultima modifica: 2016-03-20T21:40:43+00:00 da agafan

Su agafan

agafan sta per fan di Aga, cioè di Agnieszka Radwańska, tennista polacca. Radwańska è una perdente di lusso a causa della mancanza cronica di potenza nei suoi colpi. Ma lei compensa con altre caratteristiche, aggira l’ostacolo con la classe e la sagacia tennistica, fornendo uno spettacolo unico. Mi piacerebbe affermare che le caratteristiche di Aga sono le mie nella vita, o che sono quelle a cui mi ispiro. Purtroppo né l’una né l’altra (nemmeno sul campo da tennis), mi limito semplicemente ad ammirarle. Non basta?

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