La scimmia sulla schiena, Burroughs e la forza per alzarsi dal letto

Recensione – La scimmia sulla schiena, Junkie in lingua originale, è un’analisi lucida e appuntita degli effetti della droga su un essere umano. Eroina, morfina o roba, se preferite, intesa come modo di vivere, una maniera come un’altra per affrontare la consapevolezza del vuoto

L’eroina  vista dal di dentro

Perché assumi morfina? Per avere la forza di alzarmi dal letto.  Credo si debba partire da qui per parlare di La scimmia sulla schiena di William Burroughs, uno dei padre della Beat Generation nonché amico dei vari Kerouac, Corso, Miller e Ginsberg. Un libro per larga parte autobiografico scritto però con una puntualità scientifica, che tratta l’eroina e la vita tipica di un drogato con la lucidità propria di uno studioso, piuttosto che di un tossicomane. Perché l’eroina è, secondo Burroughs, prima di tutto una maniera di vivere, una delle tante “droghe” che l’uomo utilizza per andare avanti, di certo più mortifera delle altre, ma comunque equiparabile a qualsiasi altro scopo che la gente si prefigge per andare avanti, che siano il lavoro, la famiglia o un amore. Il libro è stato scritto in Messico nel 1951 -nello stesso periodo in cui l’autore uccise sua moglie (volutamente o no, non si sa, aleggia il mistero) mentre si esercitava col tiro a bersaglio- un periodo storico, dunque, in cui la morfina era materiale d’uso per una minoranza di emarginati ed era ben lontana dal diventare quel fenomeno di massa che fu a partire dagli anni 60.  

Il libro inizia con un breve racconto dell’infanzia di Burroughs, delle sue origini altoborghesi e del perché un giorno decise di provare ciò che sarebbe diventata la sua ragione di vita. Ma chi si aspetta però un trattato di scoperta sull’eroina e sui suoi fantasmagorici effetti ne rimarrà deluso, perché Burroughs racconta e si focalizza più sul lato “nero” di questa sostanza (sì, c’è anche un lato “bianco”, ed è il fatto che gli effetti euforizzanti dell’eroina sono fantastici, molto più di quelli di qualsiasi altra sostanza), ossia quello della dipendenza, raccontando il suo incedere da novizio agli albori dell’assuefazione, fino all’inaspettata rinascita con la scoperta dell’apomorfina come rimedio per smettere e della ricerca dello yagé, una radice con poteri di “apertura della mente” o, se vogliamo, un altro semplice scopo per andare avanti. Ciò che rende questo libro terribilmente attraente è il ruolo centrale dell’eroina nei vari livelli di narrazione e intreccio. Le relazioni personali, gli amici “di droga”, gli spostamenti per cercarla, i racconti minuziosi degli angoli di New York e New Orleans, ogni singolo fatto narrato è visto secondo la lente visiva della droga. O meglio, ogni fatto assume importanza solo quando la sua narrazione è funzionale alla droga. Persino la moglie del protagonista, che nella realtà era una tossica esattamente quanto lui, non essendo a quanto pare fondamentale nel rapporto tra Burroughs e la sua scimmia, viene liquidata in pochissime righe e non è un caso, oltretutto, che in un libro che dovrebbe essere autobiografico, le sensazioni personali, i momenti di introspezione siano così pochi: la droga è il motore di tutto, un modo di vivere che ha delle regole ferree che vanno rispettate.

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Insomma, Burroughs fa di questo “La scimmia sulla schiena” una sorta di trattato di antropologia dell’eroina, e lo fa con uno stile pulito, senza fronzoli ma comunque capace toccare nel profondo chi, dentro di sé, cova più di una qualche insoddisfazione. In queste pagine dei primi anni 50 si percepisce chiaro il pensiero che va formandosi nella mente di Burroughs e che diventerà uno dei motori di quel movimento fenomenale che fu la Beat Generation: la visione strettamente confidenziale della storia del protagonista, infatti, non è che il punto di partenza per una critica ben più aperta verso l’America che proprio in quegli anni iniziava a percepire le prime ferite del disagio, soprattutto giovanile, che sarebbe poi sfociato nella protesta aperta e virulenta, artistica, politica e sociale degli anni 60. Concetti come la solitudine dell’uomo e l’impossibilità di trovare un senso alla propria esistenza, in “La scimmia sulla schiena” iniziano a prendere forma per poi sfociare in maniera dirompente, e con una più aperta vena polemica nei confronti della società americana, ne “Il pasto Nudo”, opera considerata da tutti il capolavoro di Burroughs e che vide la luce qualche anno più tardi. Credo che questo, indipendentemente da quale sia la vostra personale droga, sia un libro che vada letto. Ovviamente, se siete alla ricerca di risposte esistenziali, in queste pagine ne troverete ben poche, in compenso, però, basta cercare bene e ci potrete trovare le domande giuste. Provate ad esempio a sostituire in questo passo la parola “droga” con ciò che nella vita è la vostra droga “reale”, e poi ditemi quanto, in queste poche righe, non ci sia molto della nostra esistenza.

“La droga è un’equazione cellulare che insegna al tossicomane verità di validità generale. Io ho imparato molto ricorrendo alla droga: ho veduto la vita misurata in pompette contagocce di morfina in soluzione. Ho provato quella straziante privazione che è il desiderio della droga e la gioia del sollievo quando le cellule assetate di droga la bevono dall’ago. Forse ogni piacere è sollievo. Ho appreso lo stoicismo cellulare che la droga insegna al tossicomane. Ho veduto una cella di prigione piena di tossicomani in preda alle sofferenze per la privazione della droga, silenziosi e immobili ciascuno nella sua individuale infelicità. Sapevano quanto fosse inutile lamentarsi o agitarsi. Sapevano che, fondamentalmente, nessuno è in grado di aiutare il prossimo suo. Non esiste chiave, non esiste segreto in possesso di qualcuno e che possano essere ceduti.
Ho imparato l’equazione della droga. La droga non è, come l’alcool o come la marijuana, un mezzo per intensificare il godimento della vita. la droga non è euforia. È un modo di vivere.”

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Ho il CV più schizofrenico di Jack Torrence, per questo motivo enunciare qui la mia bio potrebbe risultare complicato. Semplificando, per lo Stato e per l'Inpgi, attualmente risulto essere giornalista.

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