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L’età della tigre, di Ivan Carozzi

C’è una grande differenza tra leggere un articolo di David Foster Wallace e la maggior parte degli articoli che escono su molte testate “giovanilistiche” che hanno come principale obiettivo il risultare simpaticamente cinici e snob: il punto d’osservazione. Ho detto punto d’osservazione, pur citando uno degli autori più colti e più originali del secolo scorso, per una semplice ragione, quando scrivi si capisci qual è il tuo intento. Se è bisogno di piacere, di compiacere o di esplorare, condividere, esaminarsi. Potrebbe finire qui la mia recensione de L’età della tigre, vi direi soltanto di leggere questo libro perché c’è un grande narratore che riflette, si accipiglia sulle questioni, si mette in discussione. A metà libro Ivan Carozzi quasi disvela il suo intento poetico, anche se lo fa per attrito, riflettendo su quello che la critica d’arte è diventata oggi. 

“Come se il compito della critica e della stampa non consistesse nel lavoro di penetrare, illuminare insomma analizzare una poetica, ma nel giudicare moralmente l’artista e, di conseguenza, forse è più saggio di buon gusto astenersi dall’incombenza. Sospendere il giudizio, quindi. Mostrarsi benevoli. Il fine affettuosi e paterni. A volte ossequiosi.”

L’età della tigre è un viaggio all’interno del mondo della trap e dell’epoca frammentata  in cui viviamo. Il racconto fatto da un giornalista che sbarca il lunario col proprio lavoro in una città in cui tutti cercano di farcela. Una città in cui tutti cercano di arrivare a possedere i simboli del potere, le chiavi del successo. In termini fantasy la pietra filosofale.

Il viaggio come ovvio parte dalla star indiscussa della trap Sfera Ebbasta, fattosi notare al concerto del Primo Maggio ma anche spuntato fuori dai cartelloni pubblicitari che lo ritraggono in gigantografia per la città. Come una tigre in un quadro di Ligabue, pronta all’agguato. Come qualcosa che interrompe il solito tram-tram dell’ordinaria vita borghese casa-ufficio. 

Sfera Ebbasta conosce e ama il potere, il successo. L’indagine di Ivan Carozzi parte da lontano, da una suggestione di quando Sfera Ebbasta era solo un bulletto di periferia con la voglia di spaccare. Ma sono gli oggetti che danno potere al trapper di Cinisello, gli orologi in particolare. Ne sfoggia due al concerto del Primo Maggio, li esibisce, lancia un messaggio in codice a chi insedia il suo trono. 

Da Sfera Ebbasta il discorso si allarga con grande intelligenza e profondità ad una riflessione su cosa sia diventata Milano e come, viverla oggi, voglia dire avere accesso ad un’altra socialità, diversa da quella di altre città italiane. Lo sa anche Lacan, Carozzi c’è lo spiega bene.

Il libro si popola di personaggi e di ricordi dell’autore, molte scelte sono suggestive e pervasive in modo stupefacente. L’età della tigre ci raccapezza sul livello di umanizzazione che abbiamo raggiunto. Senza morale, senza giudizio, ma con una riflessione severa e senza benevolenza. 

Rafkin, riparatore marocchino delle meccaniche del tempo, racconta il potere dell’orologio e la sua grande valenza simbolica, poi d’un tratto chiede “A cosa serve scrivere?”

E allora siamo ad un terzo livello del libro, quello in cui l’autore riflette su sé stesso e sulla propria attività, sulla propria posizione nel mondo. Un’immagine straordinaria di solitudine cosmica compare verso le ultime pagine, una vignetta intima, di cui vergognarsi ma meditata da migliaia di persone ogni giorno alla ricerca della piccola roccia che possa difenderli fino al prossimo attacco della tigre concorrente. Che sia un nuovo giornale o il  contratto a cottimo di una catena di negozi di scarpe. La rupe da cui riprendere fiato.  

Mentre il mio abbaino di trenta metri quadri in affitto è una principesca via di mezzo, una cuccia calda, un bunker onorevole dover resistere fino allo scioglimento del permafrost.”

Il viaggio si compie, Carozzi ha cercato di scrivere un articolo sulla trap e la trap gli ha fatto da orologio, senza volerlo ovviamente.

 

Ultimo appunto su questo reportage poetico è il capitolo dedicato a Arturo Burri, cantante deviante dell’acclamata Dark Polo Band. La figura della star adolescente viene trasporta temporalmente è avvicinata a quella di Socrate per la parresia, la volontà di dire la verità sul proprio stato. E qui forse arriviamo ad un altro punto centrale de L’età della tigre. La trap coi suoi “versi incespicanti e spezzati” ci rivela che in età nel mondo siamo entrati, l’età della tigre appunto, tra detto e non detto, voracità e solitudine. 

L’età della tigre, di Ivan Carozzi ultima modifica: 2019-09-20T15:09:22+02:00 da Andrea Labanca

Su Andrea Labanca

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Andrea Labanca cantautore, laureato in filosofia e performer, ha scritto tre album impregnati di letteratura. "I Pesci ci osservano" disco della settimana di Fahrenheit Rai RadioTre e "Carrozzeria Lacan" ospitato a Sanremo dal Premio Tenco. Ha collaborato con diversi scrittori (tra cui Aldo Nove e Livia Grossi) e ha lavorato come attore per Tino Seghal. Quest’anno è uscito il suo terzo album, “Per non tornare”, racconto noir-poetico in chiave elettro-vintage.

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