Quello che possiamo sapere – Ian McEwan

McEwan non ha scelto la strada facile. In un momento in cui la distopia è diventata genere mainstream decide di smontarla dalla base, ricostruendola con una semplicità concettuale affascinante. Il risultato è un romanzo complesso e denso, però costruito con un’intenzionalità che sorprende

La trama

Siamo nel 2119. Il mondo è finito, o quasi. Il Grande Disastro prima, l’Inondazione del 2042 poi (causata da un missile russo finito per sbaglio in mare, perché anche nell’apocalisse ci vuole l’elemento grottesco), hanno sommerso la maggior parte delle terre emerse. Centinaia di metropoli cancellate dalla geografia, oltre duecento milioni di cadaveri. La Gran Bretagna è diventata un arcipelago, la popolazione dimezzata. Gli studi umanistici sono praticamente morti, nessuno legge più, la letteratura è roba per quattro gatti accademici che si aggrappano disperatamente al passato.
E tra questi quattro gatti c’è Thomas Metcalfe, specialista in letteratura dal 1990 al 2030, ossessionato da un mistero letterario: la Corona per Vivien, un poema che il grande poeta Francis Blundy avrebbe dedicato alla moglie durante una cena di compleanno nel 2014, se non fosse che di questo benedetto poema non si è più trovata traccia.
Thomas fruga negli archivi della Bodleiana (trasferita in cima a una montagna nel Galles per salvarla dalle acque), legge email vecchie di cent’anni, diari, lettere. Costruisce un’immagine di Vivien attraverso i frammenti, se ne innamora pure un po’, di questa donna morta da decenni che emerge dalle parole altrui. E qui McEwan gioca sporco, perché ti fa credere di sapere tutto di questa storia, ti fa entrare nell’ossessione di Thomas, ti fa desiderare anche tu di trovare quel poema. Poi arriva la seconda parte. E Vivien prende la parola.

Chi era davvero Vivien

Nella seconda parte del romanzo, McEwan ribalta tutto. Vivien non è soltanto la figura repressa che avevamo costruito nelle nostre menti. È una donna che ha fatto scelte radicali: sacrificato prima la carriera per Percy, il suo primo marito devastato dall’Alzheimer precoce, poi ancora per Francis Blundy. Ma è anche una donna che tradisce, che mente, che custodisce segreti indicibili — e in questo risiede la sua complessità vera. Francis Blundy emerge come il genio classico, quello che vive in una bolla di perfezione verbale e completa indifferenza al mondo pratico. Non muove un dito in casa, non sa dove sia la sua biancheria pulita. Ma qui sta il fulcro morale del libro: Francis ha ucciso Percy. Lo ha spinto giù dalle scale mentre il poveretto era già devastato dalla malattia. Un omicidio passionale, travestito da incidente, rimasto sepolto. E Vivien lo sapeva.

Quello che (non) possiamo sapere

Il titolo è una dichiarazione di limite radicale. McEwan ci dice: la verità è frammentaria, sempre filtrata, sempre distorta. Le storie che ci raccontiamo sono costruzioni, non rivelazioni. Come scrive: “I personaggi che amiamo in letteratura non esistono. Come individui e come nazioni indoriamo le nostre storie allo scopo di apparire migliori di quello che siamo.” Thomas cerca il poema, ma quello che trova è una verità molto più sporca e umana: un matrimonio tossico, ambizioni schiacciate, un delitto. E il poema? Probabilmente è stato bruciato da Vivien stessa, perché non era affatto il capolavoro che tutti credevano, o forse perché era troppo legato a quella cena, a quel momento, a quella colpa.
McEwan costruisce un romanzo sul vuoto, sull’assenza. E questa mancanza diventa il centro di tutto, il buco nero attorno al quale ruota l’intera narrazione.
Ma Quello che possiamo sapere non è solo un thriller letterario (ma esiste ‘sto genere?). È anche un romanzo ambientalista. Il Grande Disastro è la conseguenza diretta delle nostre scelte, della nostra cecità climatica. E McEwan non ci fa sconti: “Tutto questo non dipendeva da un comportamento virtuoso. Era il risultato del crollo della civiltà. Ogni volta che gli esseri umani si fanno da parte, il resto del mondo vivente torna pian piano a fiorire.”
Il mondo del 2119 è un posto più pulito, sì, ma solo perché la civiltà umana è crollata. I mari sono tornati limpidi, la vita marina è riapparsa, le isole sono ricoperte di vegetazione. Ma a che prezzo? Duecento milioni di morti, città sommerse, la cultura ridotta a un’ombra di sé stessa.

Una lettura in salita

Ora, devo essere onesto: questo non è un libro facile. È lento, densissimo, richiede attenzione. Le prime cento pagine sono una prova di resistenza, McEwan si ripete, indugia, ti fa girare in tondo insieme a Thomas nella sua ossessione. Leggendo qui e là mi parso di capire che alcuni lettori l’abbiano trovato una tortura (e li capisco). Ma se superi quella soglia, se ti lasci trasportare, se accetti i tempi dilatati della narrazione, allora il romanzo ti prende e non ti molla più.
McEwan scrive con una precisione chirurgica, ogni frase è calibrata, ogni dettaglio conta. E Susanna Basso (che traduce McEwan da sempre) fa un lavoro sublime nel rendere quella prosa inglese cristallina senza perdere nulla della sua complessità.
Certo, non è Espiazione. Non è Chesil Beach (che ho amato tanto, ma tanto tanto). È un McEwan maturo, quasi ottantenne, che si interroga sul senso della letteratura, sul futuro dell’arte, sulla possibilità stessa di tramandare qualcosa oltre noi stessi. È un libro che parla di noia, di ossessione, di mancanza.
Quello che possiamo sapere è un romanzo ambizioso, stratificato, che si muove tra generi diversi senza mai sentirsi pretenzioso. È distopia senza essere apocalittico, è thriller senza essere sensazionalistico, è letterario senza essere snob. McEwan ci ricorda che scrivere bene significa soprattutto fare le domande giuste, non dare le risposte semplici.
Non è un libro per tutti. Non c’è un ritmo ben definito, tantomeno, se c’è, non è incalzante. Ma se siete disposti a rallentare, a farvi attraversare dalla malinconia di un mondo perduto e dalla complessità delle relazioni umane, allora questo romanzo vi entrerà dentro e ci resterà a lungo.

Il voto - 89%

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Su massimo miliani

Ho il CV più schizofrenico di Jack Torrence, per questo motivo enunciare qui la mia bio potrebbe risultare complicato. Semplificando, per lo Stato e per l'Inpgi, attualmente risulto essere giornalista.

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