Era bello il mio ragazzo. Morti sul lavoro. Canzoniere del dolore e della rabbia di Giuseppe Ciarallo è un volume immancabile nella libreria di chi crede che la musica sia impegno civile, coscienza e ricordo. La bella fattura di questo volume e l’accuratezza storica aiutano inoltre a ricordare che riflettere sul mondo circostante e sulle sue ipocrisie non è fuori moda.
Era bello il mio ragazzo. Morti sul lavoro. Canzoniere del dolore e della rabbia di Giuseppe Ciarallo
In Italia muoiono in media tre lavoratori lavoratrici al giorno. I numeri di questa autentica strage sono impressionanti, dall’inizio del nuovo millennio si è avuto una media di circa 1200 decessi all’anno.
Con con queste parole Giuseppe Ciarallo apre il suo libro dedicato alle canzoni che raccontano la morte sul lavoro. Un volume che non a caso riporta il sottotitolo “canzoniere del dolore e della rabbia”. Come specificano nella prefazione Luigi Manconi e Chiara Tamburello, parlare della morte sul lavoro è stato per anni considerato un argomento tabù, fino a quando un’inchiesta del Corriere della Sera non lo ruppe portando all’attenzione del grande pubblico questo tema di vitale importanza.
Giuliano Zincone, che firmò l’inchiesta, dopo quattro anni pubblicò una raccolta di quei testi dal titolo evocativo: la pelle di chi lavora. La pelle, e non sulla pelle, per raccontare in maniera ancora più netta il corpo di chi subisce la trasgressione delle norme sulla sicurezza, sui riposi, sulla nocività dei materiali. Temi che parrebbero oggi vetusti, ma che in realtà raccontano (dati alla mano) di un mondo del lavoro che non è mai cambiato completamente. Parlare di lavoro allora è importante ieri come oggi, perché gli sfruttati oggi si chiamano raccoglitori di pomodori , rider, operatori telefonici, trasportatori. E perché no, corrieri che oggi portano a casa di noi tutti dalla spesa ai libri sulla rivoluzione.
Il mondo della musica, in almeno una sua buona fetta, ha provato a raccontare il mondo del lavoro, creando un’empatia tra chi le canzoni le scrive e chi le ascolta, cercando se possibile di attrarre l’attenzione su quella che appare a tutti gli effetti una guerra quotidiana in tutto il mondo.
Ed è proprio con lo sguardo verso tutto il mondo che Giuseppe Ciarallo raccoglie e commenta canzoni che provengono dall’Italia, ma anche dall’estero attraverso i grandi autori stranieri (Chico Buarche de Hollanda e Woody), che spaziano dal 1954 fino ai nostri giorni. Ogni canzone è corredata oltre che dal testo, da un commento critico che arricchisce con particolari storici o geografici il testo in analisi. Questa forma scelta da Giuseppe Ciarallo permette al libro di avere la doppia valenza sia di documento storico cronologico, che di manuale per conoscere la realtà in cui i testi furono composti.
La prima canzone presente nel testo è Lu minaturi, scritta e cantata da Domenico Modugno nel 1954, brano che racconta la drammaticità del mestiere di minatore. Come specificato dall’autore del libro, la strage di Marcinelle non si è ancora compiuta e la canzone di Modugno porta all’attenzione del grande pubblico la fatica di un lavoro come quella del minatore, avvisando gli ascoltatori di quanto è pericoloso l’ingrato mestiere. Potere dell’arte o cecità della società civile?
Alla strage di Marcinelle invece saranno dedicate nel 1956 parole poi adagiate in musica da Gualtiero Bertelli e la compagnia delle Acque.
Anche Mangia el Carbon e tira l’ultim fiaa del 1966 racconta del dramma di Marcinelle. Questa volta a firmare la canzone e Ivan della Mea, che viene giustamente ricordato come una delle figure più in vista del Nuovo canzoniere italiano, ovvero quel movimento di cantautori che portò negli anni Sessanta una ventata di canzoni nuove dedicate al tema del lavoro, della società civile e più in generale di una politica antagonista.
Tra gli altri autori troviamo da I gufi a Guccini, passando per Alessio Lega, Giubbonsky, Pankreas, Enzo Jannacci e molti altri.
Il testo di ogni canzone inoltre è corredato dalle bellissime illustrazioni di ottimi artisti quali Mario Airaghi, Darix, Antonio Cabras e molti altri.
Era bello il mio ragazzo è un volume immancabile nella libreria di chi crede che la musica sia impegno civile, coscienza e ricordo. La bella fattura di questo volume e l’accuratezza storica aiutano inoltre a ricordare che riflettere sul mondo circostante e sulle sue ipocrisie non è fuori moda, anzi è un modo per vivere pienamente le contraddizioni di un mondo che continua a vivere di sfruttamento.
Giuseppe Ciarallo – Era bello il mio ragazzo. Morti sul lavoro. Canzoniere del dolore e della rabbia – Pendragon