Curzio Malaparte, La pelle di Napoli e (dei napoletani) tra incanto e oscenità

La Pelle di cui parla Curzio Malaparte è quella che Napoli e i napoletani cercano di salvare al termine della seconda guerra mondiale, quando tra le macerie fisiche e soprattutto morali si cerca di sopravvivere convivendo con la meschinità, la mancanza di nobiltà portata dalla sconfitta

Generalmente non amo fare questo tipo di paragoni, epperò, se la Pelle di Curzio Malaparte fosse un personaggio del cinema sarebbe la giunonica tabaccaia di Fellini, donnone dotato di una bellezza oscena ma allo stesso tempo ipnotica, accogliente e depravata. Del resto, il libro mi è stato commissionato da Agafan, per cui non potevo aspettarmi nulla di diverso.

Scherzi a parte, lasciando da parte la colossale Antonietta Beluzzi, non credo di aver mai letto un libro che sapesse mischiare così bene il grottesco, lo stucchevole e l’esagerato, con la descrizione in punta di fioretto del bello in tutte le sue forme.

Probabilmente perché fino a oggi non mi sono mai imbattuto in Malaparte, personaggio che a quanto pare ha fatto di tutta la sua produzione, letteraria e non, un crogiuolo di follia egoriferita capace di suscitare al fruitore tutta la gamma di emozioni e sensazioni definibili come umane. 

Ma partiamo rapidi dalla trama: Sono i giorni della “peste” di Napoli. Curzio Malaparte, ufficiale dell’esercito italiano, si trova di stanza nei luoghi appena liberati dai nazifascisti e occupati dagli americani. Ed è lui che accompagna i soldati americani, di cui è amico, negli angoli noti e meno noti della città, facendogli scoprire con sguardo cinico la realtà di questa città.

Sono i giorni della peste (tanto che il libro doveva appunto intitolarsi La Peste, ma l’uscita quasi contemporanea del capolavoro di Camus fece virare per un altrettanto perfetto La pelle) ma Malaparte non ci racconta della malattia vera e propria. Ci racconta di un’altra piaga, ossia la perdita della dignità provocata dalla sconfitta. 

Finita la guerra, i sopravvissuti si mostrano per quello che è rimasto di loro, ossia esseri senza più dignità, intenti solo ed esclusivamente  a salvare la pelle. Pelle che in questa Napoli invasa da soldati americani significa vendersi tutto, vendere bambini, vendere le vergini, pasteggiare “a sirene”, agghindarsi il pelo pubico con parrucche bionde per attrarre meglio i soldati di colore dell’esercito liberatore.     

Malaparte ci accompagna in questi gironi danteschi di depravazione  e mancanza di morale spingendo in maniera violenta, decisa, verso l’immagine disturbante, quasi impossibile da credere vera. E la cosa fantastica è che la sua dovizia di particolari, le sue descrizioni riescono a rendere verosimile questo inferno in terra almeno fino a quando non sarà lo stesso Malaparte a rompere la quarta parete che protegge il libro dal lettore (anche se forse sarebbe meglio dire il contrario).

Potremmo definire La Pelle come pura e semplice pornografia della sconfitta, anche se, per quanto calzante, questa definizione non rende merito alla capacità descrittiva di Malaparte. Bravura che in alcuni passi, soprattutto quando la sua penna decide di cesellare la città di Napoli raggiunge dei livelli che non faccio fatica a definire immensi. I passi più belli del libro sono rivolti proprio a Napoli, anche lei proprietaria di una pelle, meravigliosamente contrastante con la bruttura dei suoi abitanti. Ma quindi, che cos’è in definitiva la Pelle? Una giostra letteraria perfettamente congegnata in cui Napoli e i suoi abitanti, in un continuo battere e levare tra tragedia e meraviglia, tra brutture umane e l’incanto della città e dei suoi territori, raccontano emozioni molto più umane di più di quello che può sembrare, andando a tratteggiare gli effetti catastrofici della guerra in maniera quasi fotografica.  Da leggere.

Autore:Curzio Malaparte
Curatore:C. Guagni, G. Pinotti
Editore:Adelphi
Collana:Fabula
Anno edizione:2010
In commercio dal:20 ottobre 2010
Pagine:379 p., Brossura
EAN:9788845925283

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Su massimo miliani

Ho il CV più schizofrenico di Jack Torrence, per questo motivo enunciare qui la mia bio potrebbe risultare complicato. Semplificando, per lo Stato e per l'Inpgi, attualmente risulto essere giornalista.

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