Alaska---Valentina-Maini

Alaska – Valentina Maini

Valentina Maini, in Alaska, ricama la parola fino a renderla sua complice, la accarezza non per ammansirla ma per aizzarla, dimostrando una volta di più di avere un talento cristallino, di sapere creare pura magia sulla pagina.

Alaska di Valentina Maini

Disegnò tutto ciò che vedeva con uno spazio vuoto al posto di Sergio. Aggiunse il colore. La grana del foglio, nel punto in cui non aveva premuto la mano, agiva su di lei come un ricordo che faticava ad affiorare.

La maga è tornata ed è venuta a riprendersi tutto ciò che è suo. Tornare dopo La mischia (leggi la recensione) era complicatissimo, eppure Maini è riuscita nell’impresa di non rimanere cristallizzata come l’autrice de La mischia, ma diventare la scrittrice che ha esordito con La mischia, per poi proseguire nel proprio percorso con piglio rinnovato e brillante. E lo ha fatto per sottrazione, asciugando la trama, decimando i personaggi, scaricando le tinte, dosando il linguaggio; senza però perdere la maestria nel governare la materia, la magia di una lingua piegata alle esigenze, lo scandaglio per arrivare nelle profondità dell’animo. E donandoci, ancora una volta, una protagonista indimenticabile.

Maia è una giovane artista che si trasferisce a Venezia, dove tenta di campare con il lavoro in un bar, ritraendo i turisti e posando per gli allievi dell’accademia d’arte. L’incontro con Louis le porta in dono un’amicizia, quello con Sergio, uomo più vecchio e sposato con figli, un amore clandestino. Un passato alle spalle che vede un rapporto conflittuale con la madre ed un padre mai presente, Maia cerca di ritagliarsi un presente, più che un futuro, grazie alla propria arte in una città che asseconda il disorientamento.

Maini ricama la parola fino a renderla sua complice, la accarezza non per ammansirla ma per aizzarla, dimostrando una volta di più di avere un talento cristallino, di sapere creare pura magia sulla pagina. Il libro è diviso in tre parti: la prima è scritta in una terza persona che tallona la protagonista e inframmezzata da ritagli di sogno; la seconda è un noi interiore a Maia; la terza vede Louis raccontare un’installazione dell’amica quindici anni dopo.

L’irrequietezza letteraria di Maini la porta ad imprimere mobilità alle pagine, adattando la scrittura ai momenti: la prima parte ha il ritmo sincopato e rarefatto delle vicende narrate, con gli intermezzi dei sogni che, pur  giocati in un’atmosfera alienante, paradossalmente puntellano la realtà; nel noi il respiro viene allargato, la frase si prende lo spazio di continuità di un pensiero disteso nel tempo, un controvento che respira incessante; il resoconto di Louis dovrebbe essere la critica ad una mostra, ma diventa un raffronto serrato tra ricordi e presente che si incontrano in un’opera d’arte.

Io credo che i fuoriclasse che fanno innamorare abbiano una caratteristica in comune: la gestione del ritmo. Non la tecnica o la potenza: Messi non è stato tale per la tecnica sopraffina, altri giocatori hanno avuto piedi baciati dal talento, né per il dribbling ubriacante in sé stesso, ma perché sapeva dettare il ritmo del gioco e cambiare passo a suo piacimento; la stessa cosa valeva per Federer, eleganza e pulizia che mandavano in estasi, colpi geniali, ma soprattutto il pallino del ritmo in mano, la sua impronta sullo scambio. Ecco, penso davvero che Maini sia una fuoriclasse, perché sa gestire il ritmo del racconto, sa come liberare la parola dalle gabbie, riesce a imbrigliare l’energia letteraria per sprigionarla nelle dosi da lei concepite sulla pagina. Non è solo una scrittrice dalla penna meravigliosa, è dotata di un istinto che le permette di tenerla in mano in costante stato di grazia.

I lati comunicanti del confine

Cercava le nostre immagini, gli scenari che le portavamo in dono di notte, per poi rifiutarli affibbiando loro il marchio di abbaglio o fantasia, cercando le cause della nostra perseveranza in un eccesso alcolico o in una notte impazzita.

Il romanzo si muove tra confini dalla linea di demarcazione mobile e incerta, fino a impastare le sostanze e confondere gli elementi, tra soglie attraversate in entrambe le direzioni, in cui ogni attraversamento propone un orizzonte specchiante. Le pagine si muovono tra sogno e realtà, dove il sogno sembra meglio ancorato e più lineare rispetto ad una realtà immersa in un’atmosfera onirica e allucinata; tra acqua e terra, in uno scenario veneziano che si fa paludoso, con isole a puntellare ulteriori soglie, in un’umidità che ristagna negli animi; tra amore e affetto, senza mai trovare la giusta quantità, la misura che sappia equilibrare i rapporti, avvinghiando chi precipita; tra artista e spettatore, dove Maia cambia la prospettiva per essere attraversata da tutti gli sguardi coinvolti nell’arte; tra passato, presente e futuro che comunicano in modo sgangherato e uniscono la linea temporale in un amalgama tossico.

Maia si muove come una sonnambula alla ricerca di sé, desiderando riempire i vuoti che l’hanno lasciata incompiuta, alla ricerca della figura paterna che possa placare i conflitti con la madre. Ma la ricerca procede a tentoni, incomprensioni, in un accartocciamento su sé stessa che persino le voci interiori vorrebbero scongiurare. La realtà non concede nessuna apertura, i sogni non consentono interpretazioni plausibili, così Maia affonda nel sogno per riemergere incerta, confusa, inappropriata in entrambi i mondi.

Maia getta lo sguardo sulla realtà e la realtà scruta lei, il suo incomprensibile inabissarsi, il galleggiamento incoerente che la mostra perennemente disorientata. Lo sguardo non è innocuo, lascia segni sulle persone, crea interazione, solca la superficie per lasciare tracce. L’interpretazione dei sogni si ferma su una soglia di comprensione quasi superata, ma manca il coraggio per il passo finale; la realtà viene invasa dalle visioni oniriche, ma non riesce ad assimilarle. Non si tratta di verità o finzione, bensì di complessità che non accetta semplificazioni, stratificazioni che non possono essere appiattite, di mondi che affiorano e i cui fiori vanno saputi cogliere.

Valentina Maini offre uno scavo profondo e incerto, in bilico tra sogno e realtà, impastato ma non delineato da entrambi. Una prova maiuscola, una capacità di scuotere e penetrare che sa di arte e letteratura. Come si intitola il suo libro d’esordio? Ah sì, La mischia, mi pare fosse buono anche quello.

Valentina Maini – AlaskaBollati Boringhieri

Voto - 90%

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Su Giuseppe Ponissa

Aga la maga; racchetta come bacchetta magica a magheggiare armonie irriverenti; manina delicata e nobile; sontuose invenzioni su letto di intelligenza tattica; volée amabilmente retrò; tessitrice ipnotica; smorzate naturali come carezze; sofferenza sui teloni; luogo della mente; ninfa incerottata; fantasia di ricami; lettera scritta a mano; ultima sigaretta della serata.

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