Byung-Chul Han_ la società dematerializzata

Byung-Chul Han: la società dematerializzata

Byung-Chul Han è uno dei filosofi che oggi riscuote maggiore successo sulla scena internazionale. Quali sono le ragioni di tale successo straordinario per il filosofo di origine coreana ma di formazione francofona? Quali sono le parti del suo pensiero che accattivano e coinvolgono un pubblico così vasto?

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La liquidità della filosofia orientale

Byung-Chul Han è uno dei filosofi che oggi riscuote maggiore successo sulla scena internazionale, anche in Italia è un caso letterario e di tendenza. I suoi libri riscuotono successo di vendita, il che vuol dire ovviamente aver “bucato” il pubblico di addetti ai lavori ed essersi accaparrato una buona fetta di pubblico che non si occupa abitualmente di filosofia.

Quali sono le ragioni di tale successo straordinario per il filosofo di origine coreana ma di formazione francofona? Quali sono le parti del suo pensiero che accattivano e coinvolgono un pubblico così vasto?

Bisogna andare con ordine e considerare i vari elementi che compongono sia il pensiero che la persona di Byung-Chul Han per poter arrivare a disegnare un profilo dei suoi lettori.

Partiamo dalla prima semplicissima ragione: quella geografica. Negli ultimi vent’anni in filosofia, si potrebbe tranquillamente parlare dell’ultimo secolo, la maggior parte dei pensatori si è posto il problema di cosa significhi fare filosofia in un’epoca in cui la tecnologia anticipa il pensiero.

Questione non certo facile a cui in tanti hanno fornito risposte più o meno convincenti, ma che ha placcato soprattutto i filosofi occidentali costretti dalle dicotomie del pensiero moderno, post-cartesiano. La distinzione fra materia e spirito, pensiero e corpo, ha evidentemente portato all’impasse i filosofi della nostra epoca.

A questa sterilità occidentale ha fatto da contraltare la maggiore “liquidità” della filosofia orientale, a cui una distinzione meno netta fra essere e materia ha permesso di costruire sistemi che non distinguessero arbitrariamente macchina e umano, non umano e automa.

Il successo di Yuk Hui con la sua visione sbalorditiva di seconda natura ne è un esempio, proprio come Byung-Chul Han che prende le mosse dalla distinzione fra tecnologia e spiritualità, pur con esiti differenti. Nel saggio Filosofia del buddismo zen, Byung-Chul Han addirittura confronta costantemente i maggiori pensatori occidentali con i principi zen, arrivando a divergenze, similitudini, compenetrazioni molto proficue ed una diversa visione della tecnologia.

Questa nuova rivalutazione delle filosofie orientali, unite ad certo glamour per tutto ciò che è coreano (vedi serie tv, canali tematici, ecc), porta ad un pubblico più ampio il lavoro di un filosofo tutt’altro che pop, anzi, profondamente radicale.

La scomparsa dei riti

Il soggetto smarrito

Dall’altra parte ci sono le tematiche affrontate da Byung-Chul Han: proveremo a dividerle in alcuni punti essenziali.

La prima questione importante che il filosofo coreano pone è quella della perdita sia della propria individualità che dell’incontro con l’altro. Il soggetto smarrito, la comunità svuotata.

La seconda questione riguarda una critica tout court al liberismo capitalistico lanciato e foraggiato dall’avanzamento tecnologico. Diciamo una pars destruens.

Come terza questione proveremo ad immaginare invece una sorta di via esperienzale, in cui il filosofo si riscopre portatore di tecniche semplici, di passioni, di cure che riportano il soggetto ad un equilibrio esistenziale.

Per quanto riguarda la prima questione, Byung-Chul Han analizza le stereotipie della modernità evidenziando la perdita di contatto con il tempo e con la “mondanità”, ovvero il modo in cui l’essere si rapporta con il mondo. Non è un caso che venga ripreso il linguaggio di Essere e tempo di Martin Heiddeger, infatti Byung-Chul Han da anni investiga il mondo del filosofo tedesco riportandone molte categorie concettuali.

Ne La scomparsa dei riti Byung-Chul Han spiega che “la scomparsa dei simboli rimanda alla crescente atomizzazione della società. Al contempo la società diventa sempre più narcisistica”.

La ricerca dell’originalità, del cambiamento a tutti i costi, la ricerca dell’informazione istantanea che vince sul silenzio, sulla riflessione, sulla preghiera, formano una società della performance (vedi La società della stanchezza) dove tutto è positivo e non viene contemplata la scelta di rimanere fuori dal turbinio degli eventi, producendo il burn out dettato dalla quantità di stimoli eccessivi.

Interessante come il filosofo coreano arrivi addirittura a parlare di una pornografia della vita intima come esasperazione del narcisismo della comunicazione sui social network.

Le non cose

Liberismo estremo

Byung-Chul Han oltre ad una critica “generale” del mondo performativo e narcisistico contemporaneo, compie un passo in più: individua nella scomparsa degli oggetti, nella tanto decantata dematerializzazione, la radice della perdita del contatto con il mondo e quindi con l’essere.

Ancora rifacendosi ad Heiddeger, in Le non cose il filosofo racconta come il potere della digitalizzazione sia stato quello di rendere infinito il potere delle dita, di perdere la manualità e il rapporto con le cose per diventare dei feticisti dell’informazione. Lo smartphone non fa cose, non ha manualità, è un infoma, passa informazioni.

Parlando di smartphone, gli infomi ci assediano amorevolmente in quanto sbrigano per noi qualsiasi incombenza. Chi vive con lo smartphone è privo di crucci. Il telos dell‘ordine digitale è probabilmente il superamento del cruccio che secondo Heidegger è il tratto fondamentale dell’esistenza umana. L’esserci è cruccio. Oggi l’intelligenza artificiale è in procinto di smaltire l’esistenza umana, crucci compresi, portando avanti un’ottimizzazione della vita ed eliminando il futuro quale fonte di preoccupazioni: essa debella cioè la contingenza del futuro. (Le non cose)

Apparentemente con sofismo, Byung-Chul Han distingue dal dito della digitalizzazione alla mano heideggheriana che manipola, possiede, crea legami, cambia la realtà di fronte a sé e crea ricordo degli oggetti e negli oggetti.

L’uomo senza mani del futuro ricorre solo alle dita. Sceglie invece di agire. Schiaccia dei tasti per soddisfare i propri bisogni. La sua vita non è un dramma che lo spinge ad agire, bensì un gioco. Non vuole nemmeno possedere nulla, solo esperire e divertirsi. (Le non cose)

Questa perdita di rapporto con il mondo, col il ricordo, a chi gioverebbe? Secondo Byung-Chul Han sarebbe proprio questa la grande vittoria del liberismo estremo, quella di aver creato un pubblico senza problemi e senza disagi in grado di soddisfare i propri bisogni con un click e il proprio narcisismo attraverso i consumi.

Cambiare il mondo bevendo té: ecco lo slogan di un‘impresa di commercio equosolidale. Cambiare il mondo mediante il consumo – ovvero: la fine della rivoluzione. […] I valori morali vengono consumati quale tratto distintivo. Vengono registrati sull’ego account, il che fa accrescere l’autostima. Essi fanno aumentare il narcisismo rispetto a sé. Tramite i valori non si fa riferimento alla comunità, bensì al proprio ego.

La solitudine, l’atomizzazione della società vengono interpretati dal filosofo come un fenomeno estremamente funzionale alla società iperliberista dei consumi. Un mondo in cui dolore e sconfitta sono concetti lontani, attenuati, dissipati, come viene bene spiegato sia ne La società della stanchezza sia ne La società senza dolore.

Elogio della terra

Punti di fuga

C’è un altro aspetto però che fa di Byung-Chul Han un filosofo contemporaneo sui generis, in grado di affascinare e attrarre anche lettori meno avvezzi alla critica radicale filosofica: la sua capacità di offrire punti di fuga. Il filosofo coreano, comportandosi quasi da maestro zen, da guida spirituale, offre rimedi semplici, piccoli, ma di grande fascino.

In Elogio della terra, in apparenza un libro con meno pretese filosofiche, Byung-Chul Han racconta la sua esperienza dopo aver acquisito un piccolo giardino a Berlino. La scoperta dei tempi della natura, l’inverno come immobilità apparente e la primavera come rinascita, ma anche le modalità della natura, portano il filosofo dentro al mondo, l’essere nel mondo di Heiddeger guarda caso.

Come può avvenire l’essere nel mondo solo grazie ad un giardino? Modificandolo, utilizzando la mano, prendendosene cura.

Da quando lavoro in giardino ho una percezione del tempo, che pare trascorrere molto più lentamente. […] Il giardino mi allontana ancora di più dal mio ego: io non ho figli, eppure grazie al giardino imparo pian piano cosa significhi prendersi cura degli altri, assisterli.

Il giardino non è l’unico luogo o pratica di ritorno al sé originale che il filosofo propone, troviamo nel rituale, nella festa di paese, nella comunità un senso profondo dell’uomo che può sentirsi realizzato.

E poi ci sono gli oggetti, per Byubg-Chul Han i rapporti con gli oggetti posso essere sentimentali, ricchi di ricordo e amore. Alcuni oggetti possono riportarci a noi, al nostro essere nel mondo. Davvero molto romantico il ricordo dell’acquisto di un juke-box nell’ultimo capitolo di Le non cose:

Il juke-box trasforma l’ascolto musicale in una spassosissima esperienza visiva, acustica e tattile. È macchinoso e impegnativo. Visto che a casa mia il juke-box non va tutto il tempo, bisogna innanzitutto collegarlo alla presa. Ci vuole un po’ prima che i tubi si scaldino. Parte il ronzio del piatto che inizia a girare, il pick-up afferra un disco nuovo e lo mette su con un movimento precisissimo. Tutto ciò equivale a un incantesimo, una magia degli oggetti che ogni volta mi stupisce. Il juke-box crea rumori cosali. Sembra quasi voler comunicare di propria sponte che è una cosa. Possiede un corpo voluminoso. Il rimbombo gli esce dal basso ventre, quasi fosse espressione di lussuria.

Su Andrea Labanca

Andrea Labanca cantautore, laureato in filosofia e performer, ha scritto tre album impregnati di letteratura. "I Pesci ci osservano" disco della settimana di Fahrenheit Rai RadioTre e "Carrozzeria Lacan" ospitato a Sanremo dal Premio Tenco. Ha collaborato con diversi scrittori (tra cui Aldo Nove e Livia Grossi) e ha lavorato come attore per Tino Seghal. Quest’anno è uscito il suo terzo album, “Per non tornare”, racconto noir-poetico in chiave elettro-vintage.

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